Gerardo Regnani. “On [my] photography”

Gerardo Regnani. “On [my] photography”

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Welcome! (finalità del blog e cv dell'autore)

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FOTOGRAFIA, COMUNICAZIONE, MEDIA E SOCIETÀ

UN’ANALISI DEL “CORPO” POLIEDRICO DELLA FOTOGRAFIA

di

Gerardo Regnani

 Benvenuti!Welcome!!Bienvenue!

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Indice dei post

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il progetto

Questo è uno spazio indipendente, autogestito e no-profit, dedicato a un’analisi del “corpo” poliedrico della fotografia. Un piccolo, perfettibile contributo personale fatto di riflessioni – anche attraverso l’analisi del lavoro di alcuni autori (me incluso) – riguardanti: teorie, storia, tecniche, interazioni simboliche, immagini emblematiche, statuti e pratiche di fruizione/utilizzo di questo strategico medium tra i media.

Info e contatti: gerardo.regnani@gmail.com

(87 post > ultimo aggiornamento: 02-06-2019)

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Buonnavigazione!

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On [my] photography

(la mia visione della fotografia)

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 post, photo gallery & amarcord vari

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G. Regnani, Metafore, 2008

Piazza Galeria, 11 – Roma

a mio figlio Emanuele

“La fotografia [ha] tracciato gli orizzonti futuri della comunicazione. La perenne tensione dei media verso un’integrale immersione nell’esperienza diretta delle cose […] mezzi di riproduzione della realtà […] condivisione di simulacri collettivi [per] costruire la propria identità e verificare il proprio sistema di credenze.”

Alberto Abruzzese, Lessico della comunicazione, Meltemi, Roma, 2003 

 “Tutto è simbolo e analogia

(F. Pessoa)

G. Regnani, Metafore, 2008

Tutto può essere metafora!

Un luogo, un (s)oggetto, un suono, un’immagine, una parola.

La lingua, ad esempio, “vive” attraverso i suoni e le idee (immagini anche esse, sebbene mentali), i significati veicolati dalle parole, nutrendosi delle metafore in esse contenute. Le immagini possono dunque essere veicolo di un senso altro, contribuendo a ri-creare un mondo secondo che si affianca a quello che viene percepito come reale. Le fotografie, non di meno, possono concorrere a (ri)trarre questa realtà ulteriore, tutta psichica, soggettiva e, per tale ragione, plausibilmente remota rispetto all’apparente obiettività del medium fotografico. In questo gioco di astrazione, tutto intellettuale, la fotografia può quindi divenire anche un mezzo strategico per il “viaggio” ideale di un autore verso una dimensione che di norma è, tecnicamente, esterna all’immagine. Quanto è visibile in una fotografia rappresenta soltanto un’espressione sostitutiva, un surrogato visivo, una metafora visuale in sostanza, inerente qualcosa che è stato fatto aderire all’immagine da fuori”. Da tale (pre)testo visuale prende il via, in questo caso prosegue, un percorso immaginario che si carica anche di valenze autobiografiche.

Ma questa è ancora un’altra storia… (privata).

http://messaggi.blogspot.com/2008/09/messaggi-darte-i-partecipanti-gerardo.html

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(*) carboncino su pietra,

disegno e testo e realizzati da Emanuele Regnani 

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Scheda tecnica:

immagini originali a colori, elaborate con un programma di photo editor,

stampate su carta a colori standard, cornice immagini mousse in acrilico

formato: sfondo cm 50×50, immagine centrale (con cornice) cm 12,50x 12,50 ca 

allestimento: montaggio su pannelli di tela bianca, a parete

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VER3

G. Regnani, Versailles, 1996

“[…] il miglior servizio che si possa rendere oggi alla fotografia è di integrarla al mondo delle immagini in generale, e di insistere sul fatto che essa è attraversata da numerose estetiche o forme semiotiche che si estendono anche alla pittura, al disegno o al cinema.”

Jean-Marie Floch, Forme dell’impronta, Meltemi, 2003

G. Regnani, Versailles, 1996

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n,

formato: cm. 20×30 ca

presentazione: polittici (composizione variabile)

allestimento: montaggio con passpartout, a parete

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TRAS4[1]

G.Regnani, (tras)formazione, da Mitologie del quotidiano, 1992

“La verità […] è una proprietà di alcune nostre idee e significa il loro “accordo” con la “realtà” così come la falsità significa il loro disaccordo con essa.”

da “Il significato della verità” di William James

G.Regnani, (tras)formazione, da Mitologie del quotidiano, 1992

(tras)formazione.

le fiamme avevano avvolto tutto l’insieme, verosimilmente in modo veloce e violento.

nulla era sfuggito al rogo.

solo i componenti metallici, meno alterabili, erano in qualche misura sopravvissuti.

ogni parte era stata erosa, divorata, trasformata.

tutte le superfici risultavano, in qualche modo, devastate.

un’auto.

un’auto bruciata, ormai rottame, abbandonata.

l’epilogo, forse, di un furto o, chissà, di un incidente.

e là, quel “cadavere”, comunica, assume nuove forme.

la sua “pelle”, benché diversa, “ri-parla”.

la sua superficie, dopo questo radicale “intervento di cosmesi”, con il suo particolare aspetto, sembra predisporsi a una diversa e nuova esplorazione.

è divenuto un oggetto altro, per certi aspetti, paradossalmente “intatto” e inesplorato, pertanto, intenso ed intrigante.

la casualità del percorso delle fiamme, l’intensità della loro azione ha generato, distruggendo, un nuovo, diverso, panorama.

la varietà degli effetti fisici ed estetici prodotti dal fuoco offre una quantità non trascurabile di nuovi sentieri di “lettura”.

un cammino avvolgente, estraniante.

una ricerca immaginaria di sole forme, segni puri, riferimenti indeterminati.

come in un sogno.

il sogno di un viaggio spiazzante su quel “corpo” torturato, massacrato.

una fuga, al tempo stesso, dall’evidenza della devastazione di quel rottame.

una nuova “vita”.

nascono così, con queste premesse, queste immagini.

un racconto di quell’insieme nuovo, variabile, di forme, tracce, segni.

un reportage apparentemente illogico tra visioni “reali” e fantastiche.

un percorso su quest’oggetto “rinato” e, quindi, ancora capace di catalizzare interessi, emozioni, intenti.

questa (nuova) vita, ricorda il possibile riutilizzo di qualsiasi cosa.

un messaggio, una forma di comunicazione silenziosa generata da una carcassa.

un invito, nel bisbiglio di fondo di questi resti, ad un più ampio e adeguato riciclo di ciò di cui il mondo dispone.

un possibile riuso, se del caso anche creativo, quando qualcosa sembra aver apparentemente cessato di essere utile.

tutto, senza esclusione di campi d’azione: siano esse cose o pensieri.

per una nuova, possibile, ecologia. G. Regnani

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n,

formato: cm. 20×30 ca

presentazione: polittico (composizione variabile)

allestimento: montaggio con passpartout, a parete

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TIP12

G. Regnani, 1° Maggio, Torino, 1991

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n, parz. virata

formato: cm. 20×30 ca

presentazione: composizione variabile

allestimento: montaggio con passpartout, a parete

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G. Regnani, Immagini sulla città, Torino, 1992

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TO3C

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n,  colorata a mano

formato: cm. 25×25 ca

presentazione: composizione variabile

allestimento: montaggio con passpartout, a parete

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TOCIM13

G. Regnani, “Luoghi di sosta“. Torino, Cimitero Sud, 1992

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n,  colorata a mano

formato: cm. 25×25 ca

presentazione: composizione variabile

allestimento: montaggio con passpartout, a parete

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STU14

G. Regnani, Stupinigi (To), 1992

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 20×30 ca

presentazione: composizione variabile

allestimento: montaggio con passpartout, a parete

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cattaneo1

G. Regnani, s.t., 1996

Scheda tecnica:

stampa: su carta a colori, inserto/passpartout con carta di quotidiano economico

formato: cm. 20×30 ca

presentazione: opera singola

allestimento: a parete

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SEX2

G. Regnani, Sex, 1993

Al prof. Alberto Abruzzese

Pornografia

di Alberto Abruzzese

“La nudità del corpo, la sua riduzione alla natura di animale (per quanto arricchito da straordinarie protesi meccaniche e sociali) cade vittima di ogni pratica e ogni discorso trascendentale. Tra le poche garanzie di laicità spiccano proprio le zone sempre più emergenti della pornografia, di solito data per emblema dei processi di alienazione della persona, di deviazione della mente, di eccitazione dei consumi, di stimolo alla violenza, di disinteresse pubblico. Si pensi a quanto i territori della pornografia si siano connessi allo sviluppo dell’audiovisivo, di Internet e dei videogiochi; quanto ne costituiscano un motore e quanto, all’opposto, le stesse tecnologie vengano attraverso continui allarmi e divieti, strategicamente usate al fine di ricondurre il controllo sociale sotto l’autorità delle forme culturali tradizionali, quelle dello Stato, della Chiesa, della Famiglia e delle istituzioni pubbliche. La pornografia non è dolce, non è sentimentale, è un’alterazione del corpo che semmai risulta la più opaca dal punto di vista della passione che la anima. Anche la parola desiderio è troppo culturale per darne il senso. È massima sensorialità, massima verifica della propria appartenenza psicofisica, somatica, massima espressione di un immaginario senza pensiero e coscienza. Ma non ha senso se non quello che fa. Ha sì derivato le sue forme moderne dalla sostanza divisa e ripetitiva dei rapporti industriali, delle macchine pesanti, ma ha sempre lavorato sul corpo, senza attenuarlo, senza vestirlo con filtri e abiti che impediscano lo sguardo diretto sulle sue funzioni. La progressiva divulgazione della pornografia – nel corpo, appunto, dell’esperienza psicofisica – ha funzionato in chiave anti-estetica, anti-narrativa, anti-statuale, e dunque contro le retoriche dell’arte e della società. La pornografia è il “fuori scena” che tutti siamo. È là – come nella morte – che si annida la risorsa latente, l’incognita, il punto di vista della “nuda vita. La pornografia è la dissipazione estrema di cui dispone e gode il quotidiano. Non godimento sessuale, si badi: questo è semmai un risultato secondario, il tentativo di dare un senso a ciò che non lo ha se non da un punto di vista puramente animale. È cerimonia distruttiva e non costruttiva. Non genera, non familiarizza, non recupera. Non universalizza. Non ha memoria, passato e futuro. Le mode la sfiorano appena, toccano soltanto qualche tratto accidentale, inessenziale all’evento pornografico, quelli voluti dai mercati del sesso. A differenza delle morbidezze dell’erotismo, la pornografia si mette in scena senza contesto. Dunque di fatto essa non si mette in comune, non mette in comune nulla, neppure i suoi attanti. Essa ri-guarda soltanto l’essere “al contrario” di tutto. Solo l’insicurezza di chi fa video porno spinge a usare sguardi civetta, sguardi in macchina, agganci prospettici. Solo l’assoluta indifferenza (né diversità né solidarietà) che vi accade pone il problema di dovere trovare uno spettatore compiacente. Di fatto, la pornografia resta qualcosa in sé. La pornografia è anche la fiction in cui sapere se gli atti che vi si compiono sono veri o falsi diventa un problema inutile, che non ha nulla a che vedere con l’oggetto della rappresentazione. Un problema che riguarda solo gli effetti sullo spettatore (veri o falsi?) o la domanda impossibile che questi dovrebbe porre alla muta superficie della fiction in quanto riproduzione (domanda che, in certa misura, risulterebbe altrettanto strana se posta non a un “simulacro” di persona ma a una persona dal vivo, interrogata “a freddo” in quelle stesse posizioni o anche “a caldo”, poiché del vero e del falso si sa poco anche tra i più appassionati partner). Nella pornografia, venendo esibita l’unica realtà di qualcosa che non è né vero né falso, scompare la sfera etica (con il conseguente depennamento delle questioni estetiche tra ciò che è bello e ciò che è brutto). Qui non si pone il problema della scelta né il problema dell’utilità. Anche in questo caso i film pornografici, che alludono al sesso come forma di liberazione e di trasgressione sociale, sono altra cosa. Altra cosa anche le cornici (o i per altro ridicoli espedienti) con cui l’intento commerciale che dà spazio alla pornografia sente il bisogno di enfatizzare l’immagine attraverso manifestazioni di piacere. Tanto intense sono tutte queste deviazioni da contenuto essenziale della pornografia da rendere quest’ultima sempre e soltanto un’aspirazione irrealizzabile, qualcosa che occupa non la nostra fantasia ma ciò che noi semplicemente siamo una volta spogliati di tutto. La pornografia non ha simboli e non ha cultura. Non è bisogno psicologico o affettivo dell’altro. E neppure desiderio di socializzare. Tanto meno attraverso la procreazione. È una sorta di vuoto in cui può apparire una cosa sola.”

Alberto Abruzzese, Pornografia, da Il lessico della comunicazione, Meltemi Editore srl, Roma, 2003

G. Regnani, Sex, 1993

SEX1

SEX2 SEX1

SEX1 SEX2

SEX2

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 20×30 ca

presentazione: composizione variabile

allestimento: montaggio con passpartout, a parete

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G. Regnani, Riti, tribù, Mirabella Eclano (Av), 1993

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 R2A 

R1C

R2D

R1A 

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 20×30 ca

presentazione: composizione variabile

allestimento: montaggio con passpartout, a parete

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RIPROD1 

G. Regnani, Riproducibilità, 1991

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 20×30 ca

presentazione: composizione variabile

allestimento: montaggio con passpartout, a parete

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REGNANI_GERARDO-FOTOGRAFIA-2019(*)

Camere oscure vs camere chiare. L’evoluzione della fotografia dall’analogico al digitale

(MIT Technology review – abstract e un breve stralcio dell’articolo pubblicato il 22-08–2005)

La fotografia digitale, con l’avvicendamento del silicio utilizzato per i nuovi sensori ottici al posto dell’argento dissolto  nei negativi classici, traccia nuove ed interessanti prospettive sul fronte della comunicazione visiva pur creando, nel contempo, diversi interrogativi riguardo alle modalità di conservazione e trasmissione della memoria.

[…] il passaggio dalle immagini sintetiche prefotografiche […] a quelle automatiche ed analogiche del medium fotografico […] La sempre più diffusa adozione di fotocamere digitali, abbinate o meno che siano ad altri media, […] pone interrogativi in ordine alle modalità di selezione e di conservazione di questa nuova e spesso incorporea iconografia.

La volatilità del dato digitale, la altrettanto inconsistente materialità delle immagini temporaneamente immagazzinate nelle memorie numeriche, […] una (ecologica?) limitazione della produzione finale […]

La possibile marginalizzazione o, talora, il dissolversi  di questi “avanzi” di lavorazione sottolinea, quindi, quanto sia opportuna l’adozione di un diverso sguardo critico  è […] testo integrale >> https://www.technologyreview.it/archivio-storico/set-ott-2005/camere-oscure-vs-camere-chiare

(*) “fotografia“, G. Regnani, 2019

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G. Regnani, Prometeo, 1992

non ricordo, da tempo, giorni senza un attimo, un pensiero, dedicato alla fotografia.

ricordo di dubbi e incertezze a volte, ma non ho memoria di grandi e lunghe assenze.

e, un pò ovattato, nel mio passato emerge, a tratti, quello che probabilmente fu il primo, timido passo verso espressioni figurative più organizzate.

una sorta di consacrazione ideale, un rituale, un battesimo.

ed un rito, chiunque sia l’iniziato, richiede sempre un tempio.

il mio fu un bar, un Bar Sport, per l’esattezza, vicino ad un flipper.

“Ogni bar Sport ha un flipper o due e almeno un giocatore professionista di flipper“, ha scritto Stefano Benni.

e con la memoria di un Bar Sport, ha preso avvio anche un disordinato e ondivago racconto del mio percorso, come ben testimonia anche questo blog.

un cammino, dicevo, che, per un destino a chissà quanti familiare, mi ha condotto da adolescente infinite volte lì, nel quartier generale (per antonomasia) della sommessa e monotona mitologia del vivere quotidiano di un piccolo centro di provincia.

ed é proprio lì che, più o meno consapevolmente, hanno assunto forma e concretezza i primi contatti con la dimensione espressiva che ha caratterizzato in seguito il mio piccolo percorso di autore, ma non solo, rivolto prevalentemente alla fotografia.

nacque lì anche un sodalizio, un percorso fitto di scambi sinergici, con un altro autore. di lui ho scritto di come desiderasse seguire un percorso, un ideale espressivo, simile ad un moderno Prometeo. un cammino, il suo, che si è concretizzato prioritariamente in una molteplicità di espressioni e stili che collocano la sua scultura – il suo ambito espressivo prevalente – in una dimensione trasversale in bilico tra mondi e tempi diversi, passati e futuri, reali e immaginari.

talune affinità ed una fitta serie di scambi hanno contribuito, per alcuni anni, anche alla realizzazione di un piccolo progetto di documentazione della sua opera che, parallelamente, in una chiave di (ri)lettura più intima, mi ha anche offerto degli spazi per un mio percorso di rielaborazione personale di quel materiale visivo.

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Scheda tecnica:

stampa: ad inchiostro, da file

formato: variabile

presentazione: composizione variabile

allestimento: a parete

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 AUTORIT2

Prometeo, Trastevere (RM), 2 aprile 2006

Le immagini in mostra sono dedicate alle opere di G. D. C. uno scultore e pittore autodidatta che attualmente vive e lavora in Europa.

Le sue sono opere dotate di una grande forza attrattiva, capace di catalizzare l’attenzione sia per le doti espresse nella realizzazione sia per la loro mutevole ed originale interpretazione degli ambiti culturali di riferimento.

La scultura è uno dei suoi mezzi espressivi prediletti. Dopo aver mosso i primi passi con il legno, si é a lungo dedicato alla pietra.

Il fascino che, da sempre, ho avvertito nelle sue opere ha origini lontane ed ha trovato in queste immagini, realizzate nella prima metà degli Anni ’90, un momento per essere metaforicamente cristallizzato attraverso quello “sguardo di Medusa” che tutti, comunemente, chiamiamo con il nome di fotografia.

Ricordando il mitico Prometeo, che donò agli uomini il fuoco rubato agli dei, anch’io per queste fotografie ho forse sottratto, attraverso le “solarizzazioni” effettuate sulle immagini in fase di stampa in camera oscura (realizzate nel corso del 1992), una piccola frazione di quella fiamma vitale ad un invisibile extraterreno.

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MASCH3 MASCH2 MASCH1

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STATUA1

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Scheda tecnica:

stampa: carta a contrasto variabile, solarizzazione

formato: cm. 25×25 ca

presentazione: montaggio con passpartout cm. 50×50 ca

allestimento: a parete

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Portoscuso3[1]

G. Regnani, Portoscuso (CI), 1995

A quanti hanno lavorato in queste realtà

Sólo «quien lo sabe todo, no teme nada». Sólo el que teme puede ser oprimido

Fontcuberta J., Ciencia y Ficcion. Fotografia, naturalezza, artificio, Mestizio A.C., Murcia, 1998

G. Regnani, Portoscuso (CI), 1995

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Portoscuso1

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 25×25 ca

presentazione: montaggio con passpartout cm. 50×50 ca

allestimento: a parete

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PF6

G. Regnani, Persone & figure, 1995

Famija Moncaliereisa – Moncalieri (To)

L’insieme delle immagini che formano questa mostra presenta un aspetto singolare, forse non immediatamente evidente a chi non abbia una buona consuetudine con la fotografia italiana degli ultimi due decenni: scomparsi i margini urbani e le icone della società di massa qui ritorna a imporsi un soggetto ultimamente poco frequentato. La figura umana. Indagata facendo ricorso a “generi” diversi quali […] il ritratto […]. Vengono recuperati insomma alcuni degli ambiti canonici che hanno attraversato la pratica della fotografia nella sua ormai lunga vicenda espressiva, lunga soprattutto oggi, quando l’immagine elettronica ha reso improvvisamente antico se non obsoleto il supporto sensibile della fotografia, la sua dura esistenza di materia confrontata con la virtualità evanescente dell’informazione digitale. Ma questa ripresa cosciente di tempi per lungo tempo abbandonati e quasi rifiutati da molta della ricerca fotografica appena trascorsa non assume in queste immagini il senso di un recupero nostalgico, di una ripresa acritica di modi consolidati, tradizionali. A ben guardare, a leggere tra le righe o – meglio – oltre le pure apparenze, le figure umane, le persone che popolano queste fotografie in una certa misura scompaiono, sono o vengono nascoste dietro la loro immagine, producendo sostanzialmente un discorso di figure, di immagini per immagini, una messa in scena nella quale il ruolo di attore non può che essere svolto da personaggi.

Che sono cosa diversa dalle persone.

In “Persone e figure” la produzione di ritratti convive con quella di linee antropomorfe, entrambe con “la consistenza di una figura [ … ]”.(1)

l’azione di rimando dell’intero lavoro emerge in due immagini dalla forte connotazione grafica. questi due disegni fotografici, l’uno la copia in negativo dell’altro, offrono il duale pacifico antagonismo di un identico segno.

quest’unico speculare, queste due foto-grafie, riconducono l’ambito dell’analisi ad una dimensione che, superata la soglia del referente, rivela anche la tendenziale propensione all’esplosione di soggetti e atmosfere connotate da una forte immaterialità.(2)

Moncalieri (To), 1991

Pierangelo Cavanna 

(1) “Persone e figure” è stata ospitata, a Moncalieri (To) nel 1991, nei locali dalla “Famija Moncalierejsa”

(la rassegna ospitava anche le immagini di Luigi Marcello e M.D.P., cooprotagonisti, anche in altri frangenti, di momenti di ricerca e confronto).

(2) note curate da Pierangelo Cavanna, docente, storico e critico della fotografia

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 25×25 ca

presentazione: montaggio con passpartout cm. 50×50 ca

allestimento: a parete

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G. Regnani, La Casa – “Esterni”, 1999

(1° lavoro, particolare)

La casa – “Esterni” (lavoro precedente)

La casa – “Esterni” (lavoro precedente, una riflessione di Katia Scannavini)

“Nessun medium esiste o ha significanza da solo, ma soltanto in un continuo rapporto con altri media […] In quanto estensioni dei nostri sensi, quando agiscono l’uno sull’altro, istituiscono nuovi rapporti, non soltanto tra i nostri sensi ma tra di loro. […] Non esistono ceteris paribus nel mondo dei media e della tecnologia. Ogni estensione o accelerazione produce immediatamente nuove configurazioni dell’intera situazione. […] E’ quindi praticamente impossibile capire il medium della fotografia senza rendersi conto dei suoi rapporti con altri media vecchi e nuovi. […] L’interdipendenza totale è il punto di partenza” (Mcluhan 1964, 2002, pp. 35, 63, 197, 216, 382).

McLuhan M., Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1996

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n,

con stampa in b/n da diapositiva a colori, inserti su carta “non fissata“, puntine da disegno, bruciature, scritte ad inchiostro

formato: cm. 50×60 ca

presentazione: polittico (dimensioni variabili)

allestimento: a parete

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I2A[1]

G. Regnani, (In)formazione, 1992

“L’incessante susseguirsi delle immagini (televisione, streaming video, film) domina il nostro ambiente, ma quando si tratta di ricordare la fotografia è più incisiva. La memoria ricorre al fermo-immagine; la sua unità di base è l’immagine singola. In un’epoca di sovraccarico di informazioni, le fotografie forniscono un modo rapido per apprendere e una forma compatta per memorizzare. Una fotografia è simile a una citazione, a una massima o a un proverbio. Ognuno di noi ne immagazzina centinaia nella propria mente, e può ricordarle all’istante.”

Sontag S., Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano, 2003

G. Regnani, (In)formazione, 1992

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I4A I4

I2DX I2D

I2CX I2C

I2BX I2B

I2AX I2A

I1DX I1D

I1CX I1C

I1BX I1B

I1AX I1A

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n,

con stampa in b/n da fogli trasparenti (“lucidi”), scritte ad inchiostro

formato: cm. 20×30 ca

presentazione: montaggio con passpartout cm. 40×50 ca

allestimento: a parete

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G. Regnani, Icone, 1998

“L’uomo vive in un mondo significante. Per lui, il problema del senso non si pone; il senso è dato, s’impone come un’evidenza, come un “sentimento di comprendere” assolutamente naturale. In un universo “bianco”, ove il linguaggio non sarebbe che pura denotazione delle cose e dei gesti, sarebbe impossibile interrogarsi sul senso: ogni interrogazione è metalinguistica.”

Greimas A. J., Del senso, Bompiani, Milano, 1974

G. Regnani, Icone, 1998

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a colori, standard

formato: cm. 10×15 ca

presentazione: montaggio con passpartout, cm. 20×30 ca

allestimento: a parete

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croci9[1]

G. Regnani, Croci, 1993

“La morte è la migliore invenzione della vita”

S. Jobs

G. Regnani, Croci, 1993

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croci8 croci7

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croci3 croci2

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 25×25 ca

presentazione: montaggio con passpartout, cm. 50×50 ca

allestimento: a parete

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DIS1

G. Regnani, (Di)segni, 1991

“Lo spazio della fruizione [della fotografia (NdR)] è uno <spazio fluttuante> all’interno del quale il senso di un’immagine può variare e acquisire delle significazioni addirittura opposte rispetto alle intenzioni del produttore”

Tisseron in Basso Fossali P., Dondero M. G., Semiotica della fotografia – Investigazioni teoriche e pratiche d’analisi, Guaraldi, Rimini, 2006

G. Regnani, (Di)segni, 1991

DIS9

DIS8 DIS7

DIS6 DIS5 DIS4

DIS3 DIS2

DIS1

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n,

con stampa in b/n da fogli trasparenti (“lucidi”), scritte ad inchiostro, fissaggio parziale “a pennellate

formato: cm. 20×30 ca

presentazione: montaggio con passpartout cm. 40×50 ca

allestimento: a parete

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DIC25

G. Regnani, Dicotomie, 1986-1992

DIC26

DIC24

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DIC14

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DIC8 DIC7

DIC6

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DIC4 DIC3

DIC2

DIC25

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n, (in alcuni casi, con: viraggi, solarizzazioni, sovrapposizioni)

formato: variabile

presentazione: dittici (quantità e dimensioni variabili)

allestimento: a parete

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diasincronia1

G. Regnani, (Dia)sincronia, 1999/2000

“Toda fotografía es una ficción que se presenta como verdadera. Contra lo que nos han inculcado, contra lo que solemos pensar, la fotografía miente sempre, miente por instinto, miente porque su naturaleza no le permite hacer otra cosa. Pero lo importante no es esa mentira inevitable. Lo importante es cómo la usa el fotógrafo, a qué intenciones sirve. Lo importante, en suma, es el control ejercido por el fotógrafo para imponer una dirección etica a su mentira. El buen fotógrafo es el que miente bien la verdad”.

Fontcuberta J., El beso de Judas. Fotografìa y verdad, Editorial Gustavo Gili SA, Barcelona, 1997

G. Regnani, (Dia)sincronia, 1999/2000

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metro1 manray1

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Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n da negativo b/n o da diapositiva a colori

formato: variabile

presentazione: polittici, dittici, opere singole (quantità e dimensioni variabili)

allestimento: a parete

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CERR9[1]

G. Regnani, Aeroporto Cerrina (To), 1991

“Il tempo è una variabile direttamente collegata alle nostre aspettative. Fugge o rallenta seguendo dispettoso il nostro piacere o il nostro dolore, rubando o ammassando le ore in un contrappunto di trepidazione e di noia che scandisce il nostro esistere. Per questo cerchiamo di intrappolarlo negli orologi: per inchiodarlo alle sue responsabilità, per poterne soggiogare l’esistenza con un’osservazione obbiettiva. Ma nel sogno il tempo riprende totalmente la sua inconsistenza e si abbandona senza remore all’anarchia delle nostre sensazioni.”

Marco Venturino, Se fatto tutto il possibile

G. Regnani, Aeroporto Cerrina (To), 1991

A quanti hanno lavorato in queste realtà

CERR13

CERR12 CERR11

CERR10 CERR9 CERR8

CERR7 CERR6 CERR5

CERR4 CERR3CERR1

CERR2

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: variabile

presentazione: opere singole (quantità e dimensioni variabili)

allestimento: a parete

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CF5

G. Regnani, Carloforte (CI), 1995

A quanti hanno lavorato in queste realtà

CF11 CF10 CF9

CF8 CF7 CF6

CF5 CF4 CF3

CF2 CF1

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: variabile

presentazione: opere singole (quantità e dimensioni variabili)

allestimento: a parete

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B1C[1]

G. Regnani, Balin, Castello di Annone (At), 1992

“La semantica di una singola fotografia, priva di un contesto, situata fuori della proposizione, e perciò priva di un qualsiasi piano lessicale, è povera e astratta”.

Ejchenbaum, I problemi dello stile cinematografico

G. Regnani, Balin, Castello di Annone (At), 1992

A quanti hanno lavorato in queste realtà

B4B

B4A B3DB3C B3B B3A B2D B2C B2BB2A B1D B1CB1B B1A

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: variabile

presentazione: opere singole (quantità e dimensioni variabili)

allestimento: a parete

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Automobile9

G. Regnani, Automobile, da Mitologie del quotidiano, 1995

Automobile8 Automobile7

Automobile6 Automobile5 Automobile4

Automobile3 Automobile2

Automobile1

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n da diapositiva a colori (stampe in negativo, solarizzazioni)

formato: variabile

presentazione: polittico (dimensioni variabili)

allestimento: a parete

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G. Regnani, La casa. “Interni”, 2017 

La casa. “Interni” – Un viaggio immaginario attraverso la fotografia (mindfulness e/o catarsi?) su possibili legami tra la dimensione simbolico/funzionale della casa e il tunnel buio della malattia/handicap per dare forma ad un invisibile… (testo integrale e scheda tecnica al link  che segue)

La casa. “Interni” – Un viaggio immaginario attraverso la fotografia (mindfulness e/o catarsi?) su possibili legami tra la dimensione simbolico/funzionale della casa e il tunnel buio della malattia/handicap per dare forma ad un invisibile

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G. Regnani, The home. “Interiors”, 2017

The home. ‘Interiors’ – An imaginary journey through photography on the idea of home and illness/handicap to give form to the invisible (mindfulness and/or catharsis?)… (the complete text and technical data sheet are available at the following link)

The home. ‘Interiors’ – An imaginary journey through photography on the idea of home and illness/handicap to give form to the invisible (mindfulness and/or catharsis?)

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G. Regnani, La maison. “Intérieurs”, 2017

La maison. “Intérieurs” – Une sorte de voyage imaginaire à travers la photographie sur l’idée de la maison et de la maladie/handicap pour donner une forme à l’invisible (mindfulness et/ou catharsis?)…

(le texte complet et la fiche technique sont disponibles sur le link suivant)

La maison. “Intérieurs” – Une sorte de voyage imaginaire à travers la photographie sur l’idée de la maison et de la maladie/handicap pour donner une forme à l’invisible (mindfulness et/ou catharsis?)

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G. Regnani, La casa. “Interni”, 2017

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Scheda tecnica:

stampa: su carta fine art, b/n, da file

formato: cm. 50×50

montaggio: su pannelli di Forex, spessore cm. 1

presentazione: polittico (dimensioni variabili)

allestimento: a parete

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consigli d’ascolto:

E. Regnani, Birth, 2018 

(composizione sonora originale e inedita, ideata per il polittico “La casa – Interni” di G. Regnani, durata 00:05:26)

per ascolto e (free) download: https://soundcloud.com/flew-music/birth

O. Taylor, Resurrection blues, …

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G. Regnani, A mia figlia, 1998

Spazio FINE (Docks Dora, Torino)*

A mia figlia Francesca

In qualunque epoca, in qualsiasi luogo, il valore (non solo) simbolico di una nascita, il messaggio che trasmette, rinvia, da sempre, ai fondamentali del patrimonio universale dell’umanità. Anche in questo avvento di fine millennio, tra i tanti deliri che lo caratterizzano, non si spegne la luce, la forza espressiva e la positività di un simile evento. Malgrado tanti disfattismi, in esso, ogni qualvolta arriva una nuova figura umana, emerge costantemente un segno di speranza per un mondo migliore. Il calore con in quale, almeno di norma, è accolta ogni persona che nasce è l’effetto manifesto di un irrefrenabile istinto naturale, generalmente avvertito come un tenero e affettuoso luogo comune. Ed è un sentimento eterno, inossidabile, persino alla luce della terrena consapevolezza che gli eventi personali, stante la singolarità e l’unicità del destino di ognuno di noi, possono talvolta disattendere disastrosamente le ideali aspettative personali originarie. Ma, al di là di qualsiasi piccola o grande proiezione privata, una nascita – sin dalla sua epifania – è sempre un miracolo portavoce di felicità e non solo per i principali attori/protagonisti. Una gioia meravigliosa ed infinita che anch’io – tra mille “saliscendi”, divenendo padre per la prima volta – ho vissuto e rivivo tuttora. E spero che, nell’esercizio del “mestiere” di genitore, non risulti troppo difficile trasmettere gli affetti, i valori e gli ideali migliori che popolano la nostra anima. Credo sia un impegno non facile, soprattutto se il nostro destino è solcato da strade a volte intricate e insidiose dove, per difendere e custodire un bagaglio di esperienze e di valori, il più delle volte non si riesce ad evitare fatica, se non, addirittura,dolore e sofferenza.

La vita, del resto, è una grande e continua “scuola”, senza pause, sin dall’avvio dell’esistenza.

Sino alla fine!

Un mare di considerazioni forse banali, scontate, eppure ancora importanti da ricordare, se non agli altri, almeno a me stesso. Ed è proprio a margine di queste riflessioni che si è sviluppato il percorso che, idealmente, ho tentato di ricostruire attraverso questa serie di immagini. Sono solo accenni, impressioni (anche in termini tecnici), talora realizzate con l’ausilio di semplici grafismi, talvolta anche primordiali e volutamente imperfetti, comprese le lavorazioni in laboratorio e le relative fasi di postproduzione. Queste fotografie, in qualche caso persino apparentemente ingenue nella loro costruzione formale, vorrebbero comunque condensare una piccola, quanto ambiziosa, sintesi emotiva. Le ho immaginate con gli occhi di mia figlia e ci “raccontano” dei suoi primi mesi qui tra noi. Immagini precarie, dunque, talora addirittura evanescenti, ma realizzate con la presunta semplicità di un’esplorazione affine – per quanto possibile, anche biologicamente – a quella dei suoi primi sguardi. Un’affinità visiva che tenta – simbolicamente, come accennavo, anche da una presunta prospettiva fisiologica, di simulare un panorama ottico e visuale verosimilmente vicino alla possibile “realtà” della sua visione naturale. Si spiega, in tal modo, anche la frequente e pressoché totale assenza di incisione e nitidezza dei soggetti raffigurati; una scelta finalizzata inoltre a “rinforzare” il carattere di stereotipo di molte analoghe raffigurazioni, tra le quali, l’emblematico e sempreverde – quanto immancabile – “gruppo di famiglia”. Un piccolo condensato di comune narrativa familiare, dunque, un tradizionale “pilastro” (non solo) simbolico, un eterno concentrato di valori che si affida, nel mio caso, ad un funzionale dualismo visivo. Le raffigurazioni, infatti, sono costantemente e invariabilmente connotate da due elementi simbolici ricorrenti: un’apparente “freddezza” originaria, “rinforzata” dalla presenza del b/n, un’assenza di colore e “calore”, alla quale si contrappone un metaforico riflettersi dei soggetti nel “tepore” di una ripresa più “calda”, oltre che analoga e speculare. Una dualità simbolica che al “freddo” apparente generato dal travaglio (anche biologico) dell’arrivo di Francesca tra noi, contrappone l’affetto, il “calore” che l’ha accolta e, da sempre, avvolta. Un cerchio, un abbraccio virtuale, che rinvia l’osservatore anche alla morbida e liquida atmosfera prenatale, ad una tenue luce esterna che potrebbe filtrare in un grembo materno. Un diario circolare di sentimenti, quindi, un piccolo album di affetti di famiglia, reso possibile solo grazie alla paziente opera di raccolta ed archiviazione delle immagini da parte di mia moglie Eleonora. Dallo scorrere di quelle prime pagine di ricordi è nato questo piccolo – e talvolta precario – viaggio emotivo. Da lì,  semplicemente, l’idea di estrarre una minuta, personale poesia per immagini, dedicata al frutto di un amore. Non intendo offrire, sia chiaro, un intreccio particolarmente originale ed esclusivo, ma soltanto qualche modesta nota biografica radicata, peraltro, su un’incerta e simbolica specularità dicotomica visiva. Un tentativo, magari arduo quanto ingenuo, di enfatizzare il fantasioso, improbabile pseudo racconto autobiografico di una neonata. Una sorta di indagine “archeologica”, per tentare di portare alla luce dei sentimenti che, per quanto da sempre universalmente noti, un quotidiano ormai sempre più isterico e distratto, spesso non ricorda più come “suoi”! G. Regnani

Roma, 28 aprile 1998

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Scheda tecnica:

stampa: su carta baritata b/n, seppia

formato: variabile

presentazione: polittici (composizioni variabili)

allestimento: montaggio su pannelli di metallo (misure variabili), pendenti dal soffitto

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 (*) Da “Sguardi e immagini 

LO SPAZIO E L’UOMO, DUE RICERCHE CONTIGUE DELL’ULTIMO VENTENNIO DEL SECOLO

 di Marina Miraglia

(da il ‘900 in fotografia e il caso torinese, Hopefulmonster editore, Torino, 2001)

http://grafica.beniculturali.it/sguardi%20e%20immagini/Guida.htm

[…] Nel quadro degli interessi pubblici e privati già da tempo presenti nel capoluogo sabaudo, quali componenti determinanti dell’attuale esplosione del ‘fenomeno fotografia’, possiamo far rientrare, come spia e rispecchiamento più recente, anche la nascita (29 ottobre 1998) dello spazio FINE (Fotografia e Incontri con le Nuove Espressioni) cui hanno dato vita quattro fotografi, ossia Claudio Isgrò, Gerardo Regnani, Claudio Cravero e Massimo De Pasquale. Il sodalizio, che nasce dal presupposto dell’abbattimento delle frontiere fra le arti e fra i vari media della comunicazione contemporanea, si impone all’attenzione a all’analisi non solo per i lavori dei singoli membri fondatori, ma anche perché – quasi assorbendo in sé le funzioni una volta svolte, sul piano amatoriale, dalle associazioni ottocentesche – si propone nelle molteplici articolazioni funzionali di spazio espositivo, di punto d’incontro fra fotografi di tutte le età e di tutte le possibili tendenze, di luogo privilegiato di discussione e di raffronto anche con la giovane critica e, infine, di palestra di studio, compito cui lo spazio assolve grazie alla costituzione di una biblioteca specializzata […] e della parallela raccolta collezionistica dei portfolio degli autori man mano presentati negli spazi espositivi della propria struttura, sita nell’ex zona industriale dei Docks Dora. [la Collezione FINE (**) è custodita, al momento, presso il MuFoCo (ulteriori info: http://www.mufoco.org/collezioni/ oppure: http://www.censimento.fotografia.italia.it/fondi/collezione-fine/)]  […] Animator[i] del gruppo, Claudio Isgrò […] Claudio Cravero e […] Gerardo Regnani [che] nei propri numerosi lavori affronta i problemi contigui dell’habitat e dell’orizzonte umano, riuscendo ad attribuire a queste coordinate, tipicamente antropologiche, dignità e coerenza anche emozionale d’immagine nel recente A mia figlia, una ricerca in cui l’alternanza del bianco/nero e del viraggio seppia, l’uso di immagini tratte dal repertorio visivo delle memorie dell’album di famiglia, alludono simbolicamente al travaglio della nascita da parte del neonato e al calore amoroso dell’accoglienza da parte dei genitori; metafore scelte con grande sensibilità per significare in ultima analisi come la nascita, ogni nascita, si ponga come rifondazione perenne della vita, anche in un mondo – quello della nostra contemporaneità – che sembra aver perduto il senso e il significato dei momenti fondanti del passaggio dell’uomo sulla terra e della loro intrinseca, primigenia unità con i ritmi della natura.

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La Collezione FINE (**)  

La Collezione FINE è stata costituita dall’Associazione culturale torinese FINE (Fotografia e Incontri con le Nuove Espressioni) attiva dal 1998 al 2002 nello spazio FINE negli ex-magazzini di stoccaggio merci dei Docks Dora di Torino. Una squadra unita, come ha scritto Marina Miraglia, dal “presupposto dell’abbattimento delle frontiere fra le arti e i vari media della comunicazione contemporanea”, allora formata da Gerardo Regnani, da un socio poi staccatosi dal sodalizio e da Fortunato (detto Claudio) Isgrò (all’epoca Presidente), Claudio Cravero (allora Vice Presidente), Concetta Occhipinti e Pierpaolo Preziosi (al tempo Consiglieri).
Con l’intento di promuovere un’area di libero scambio, l’attività senza fini di lucro dell’Associazione si è indirizzata verso giovani autori contemporanei sia italiani che internazionali. Nel fondo sono presenti esempi di reportage sociale e di ricerca artistica.
Il fondo conserva 198 opere fotografiche di tecniche diverse, datate dal 1974 al 2002.
Dal 2006 il fondo di proprietà privata è depositato [temporaneamente] presso il Museo di Fotografia Contemporanea. (atre info: http://mfc.itc.cnr.it/mfc/select_semplice?db_name=skaf_603&firstrec=0&nrec=0&order_id=1&opt_sshow=off&chiave1=&chiave2=&chiave3=&chiave4=&chiave5=&chiave6=&chiave7=Collezione%20Fine&chiave8=&chiave9=any)

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G. Regnani, s.t., 1986

La “realtà” che appare immanente in ogni istantanea può testimoniare, piuttosto che la verità della rappresentazione stessa, la caratteristica natura di “cavallo di Troia” della fotografia.

G. Regnani, 2005 

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 20×20 ca, opera singola

presentazione: montaggio con passpartout cm. 50×50 ca

allestimento: a parete

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G. Regnani, s.t., 1986

“La foto è un segno che funziona come una porzione di realtà che, sfuggendo alla semiosi, si propone all’esperienza allo stesso modo in cui tutto il reale si offre all’intervento della nostra rete sensoriale.”

Claudio Marra, Scene da camera: l’identità concettuale della fotografia, Essegi, Ravenna, 1990

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 20×20 ca, opera singola

presentazione: montaggio con passpartout cm. 50×50 ca

allestimento: a parete

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ACQUA1A[1]

G. Regnani, s.t., 1986

“La cultura liquida moderna, diversamente da quella dell’epoca della costruzione delle nazioni, non ha gente da educare ma piuttosto clienti da sedurre.”

Zygmunt Bauman

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 20×20 ca, opera singola

presentazione: montaggio con passpartout cm. 50×50 ca

allestimento: a parete

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figura1

G. Regnani, s.t., 1996

Il solo viaggio possibile sembra essere ormai all’interno dei segni, delle immagini, nella distruzione dell’esperienza diretta.”

Luigi Ghirri 

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 20×20 ca, opera singola

presentazione: montaggio con passpartout cm. 50×50 ca

allestimento: a parete

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PERS1A[1]

G. Regnani, s.t., 1991

“Se vogliamo disegnare un’architettura conforme alla struttura della nostra anima, dovremmo concepirla a immagine del labirinto.”

Nietzsche da “Archivi fotografici e forme di vita labirintiche” di Maria Giulia Dondero (http://www.ec-aiss.it/archivio/tematico/visualita/visualita.php) 

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 20×20 ca, opera singola

presentazione: montaggio con passpartout cm. 50×50 ca

allestimento: a parete

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G. Regnani, s.t., 1991

“La fotografia, come reciprocità meccanica tra vita e morte, è stata ed è (ancora oggi nel suo passaggio dall’analogico al digitale) il motore diffuso e situato di relazioni sociali in cui a entrare in contatto sono soggetti e territori al tempo stesso presenti e assenti. La macchina fotografica produce istantanee di processi culturali, anzi antropologici, che sfuggono alla trasparenza della comunicazione e colgono ciò che nella simultaneità e fluidità delle relazioni umane dal vivo resta celato, nascosto, occulto. L’accumulo di queste immagini alimenta la vita remota dei territori che abitiamo, producendo così comunicazione a mezzo di comunicazione. La fotografia si è dunque introdotta nella prima metà dell’Ottocento come evoluta forma tecnologica di solidarietà tra attori della società civile, attori meccanici e attori remoti; ibridazione che già tende al cyborg. Linguaggio al di là della vita naturale delle cose e del mondo: così alieno rispetto all’umano, così prossimo tanto ai modi primordiali dell’imitazione e della riproduzione, quanto alle forme più evolute dei processi di astrazione della modernità. Così prossimo, infine, alla pornografia come ai fantasmi, sempre, dunque, ai bordi della morte.”

Abruzzese A., L’istanza fotografica dell’11 settembre 2001 in Morcellini M. (a cura di), Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre, Franco Angeli, Milano, 2002

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 20×20 ca, opera singola

presentazione: montaggio con passpartout cm. 50×50 ca

allestimento: a parete

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2langue

G. Regnani, Langue ou parole? Storia o preistoria?, 2000

Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, – è stato detto – sarà l’analfabeta del futuro”

Benjamin W., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino, 1966

“Diversamente da ciò che afferma Benjamin (1936) sulla decadenza dell’aura causata dalla riproducibilità tecnica, per Barthes (1980) l’impronta fotografica è iperauratica […] Non è la fotografia intesa come indice del reale che produce l’intensità della lettura, ma è l’intensità affettiva della lettura che rende la fotografia una testimonianza preziosa della persona che è davvero stata là in un certo tempo passato.”

G. Dondero, Fotografare il sacro. Indagini semiotiche, Meltemi, Roma, 2007

G. Regnani, Langue ou parole? Storia o preistoria?, 2000

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5langue

 La fotografia: langue? ou parole? storia? o preistoria?

E’ ormai tanto che mi occupo in vari modi di fotografia e, sempre più spesso, mi soffermo a riflettere sulla natura di questo mezzo e sulle tracce che lascia nel corso del tempo. In me, innanzitutto!

Partendo da questo presupposto, in un percorso a ritroso, sono riemersi i ricordi legati ad un corso di studi sulla fotografia – frequentato tra il 1991 e il 1993 – particolarmente ricco di tensioni, ideali ed emozioni (più umane che formative, a dire il vero!).  Ricordo di essermi avvicinato a quel percorso formativo, seguendo una travagliatissima spinta istintiva, consapevole del fatto che avevo cominciato a fotografare – con qualche iniziale pretesa come autore – poco meno di due anni prima. Quei momenti, in particolare, sono alla base delle riflessioni e di questo progetto espositivo e, in varia misura, anche nelle mie produzioni successive e, non ultimo, anche di questo blog. Al fascino irresistibile che alcune parole chiave hanno innescato, inducendomi a tentare questa frammentaria e ondivaga navigazione nei sedimenti della mia memoria, sono tuttora legato. A quegli anni, comunque, alle persone con le quali sono entrato e restato in sintonia, è dedicato questo lavoro.

Confesso, quindi, di essere profondamente legato a quest’ultima serie di opere spoglie, a questi “nudi” – che immagino come invece come opere più che mai ricche e vive, pensando a ciascuna di esse come ad una vera e propria “opera aperta”, un potenziale progetto in divenire.  Rappresentano, infine, una delle sintesi espressive del mio percorso di autore  che, più di altre, mi ha interessato e coinvolto. La loro valenza simbolica, forse proprio in virtù dell’apparente assenza di qualsiasi iniziale segno visibile, mi ha indotto spesso a pensare che proprio questa fase di latenza di segni/immagini condensata in ognuno di questi fogli spogli, potesse invece potenzialmente sintetizzare, tra le tante atre possibili , una traccia emblematica, per quanto minimalista ed ermetica, del mio percorso autoriale. La nascita di queste “opere nude”, quale esito e riflesso degli anni di studi a Torino, è, infine, anche un doveroso tributo ad un’ispirazione indottami dai contatti (che continuano tuttora) con un altro dei docenti di quel corso, poi divenuto un amico e, non di rado, un mentore: Pierangelo Cavanna.

Le opere

Il progetto espositivo è stato immaginato, ove possibile, sotto forma di polittico. Un insieme di 3 o 5 pannelli di circa quattro metri quadrati ciascuno, composti da una ventina di opere ciascuno. Il numero dei pannelli, tre o cinque, potrà eventualmente variare in relazione alle dimensioni dello spazio ospitante. Due di questi pannelli contengono i quesiti «langue? ou parole?» e «storia? o preistoria?». Li affiancano una o tre composizioni – sempre in relazione agli spazi disponibili – contenenti ciascuna venti «opere nude» , ovvero dei fogli vuoti  privi di qualsiasi iniziale segno o inserto volontario, da alternare ai pannelli contenenti testi (realizzati con analoghi materiali, ovvero fogli inizialmente non impressi né “fissati”). Questi polittici, tutti caratterizzati da un’accentuata monosemia compositiva, sono formati, come accennavo, da semplici fogli di carta fotografica non ancora «fissata», spoglia, o meno, dei ritagli dello stesso materiale sensibile – in particolare, in questo ultimo caso, da una serie di lettere dell’alfabeto – che io stesso ho realizzato pazientemente a mano, formando le scritte che danno il titolo al progetto espositivo. Non saprei ben definire questo processo creativo/produttivo. Non saprei, quindi, né se si possa pensare ad una sorta di singolare, quanto estrema «cameraless photography», ovvero una forma di fotografia realizzata senza l’uso di alcuna fotocamera né se si possa e/o si debba definire altrimenti. Valuteranno eventualmente di farlo coloro che vedranno questi miei lavori. Le serie di opere proposte, comunque, sono sostanzialmente due: la prima, quella composta da due pannelli dove compaiono delle parole/quesito, intende suggerire allo spettatore – dopo la ricomposizione delle sequenze iniziali (si tratta, ripeto, degli interrogativi presenti nel titolo di questo testo) – una riflessione a tutto campo sulla fotografia, sia avvalendosi del proprio bagaglio culturale e della propria sensibilità sia degli stimoli rivenienti da questo mio scritto e dalla restante frazione espositiva da me ideata: le c.d. “opere nude”.

Aggiungo inoltre che questi fogli vuoti, al di là di un certo mio compiacimento per la citazione (che, spero, sia scusato), vorrebbero richiamare, in particolare, due dimensioni, tra loro in tensione dialettica. L’una riferita all’infinita potenzialità comunicativa che intravedo in ognuno di questi supporti fotosensibili, sia prima che la luce ne impressioni in qualche modo la superficie sensibile sia in seguito ad ulteriori possibili interventi, volontari e/o accidentali che siano. L’altro, apparentemente in contrapposizione, rimanda alla saturazione produttiva del panorama visuale contemporaneo, ingolfato e frammentato come é da miriadi di produzioni personali, autoriali e non, anche attraverso processi industriali.

 Roma, 15 ottobre 2000

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n

formato: cm. 40×50 ca

composizione: n. 110 opere, divise in 5 raccolte: opere “nude”, “langue ou parole?, opere “nude”, “storia o preistoria?”, opere “nude”

presentazione: polittici (da 1 a 5, di dimensioni variabili)

allestimento: variabile, in relazione allo spazio disponibile, a parete

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Verso un’altra vita

Un racconto di Gerardo Regnani

 “Datevi entrambe una bella calmata, e subito! Soprattutto te, puttanella!”  “Toglimi le mani di dosso, cabron!”, disse Serenita, tutt’altro che calma, sebbene fosse ben consapevole che il comportamento brusco e scortese degli agenti e quell’epiteto, con il quale era stata apostrofata così brutalmente, non lasciavano presagire nulla di buono riguardo al loro futuro. Le avevano rinchiuse, ormai da venti minuti, in un maleodorante “cellulare”, rendendole improvvisamente due estranee, svuotate d’ogni forza e senza alcuna voglia di comunicare, nonostante qualche timido tentativo di Consuelo, peraltro subito interrotto dal poliziotto di guardia. Serenita, particolarmente provata, era come assente; fissava con aria inespressiva un punto qualunque di quella cella viaggiante, lasciandosi avvolgere da una teoria di pensieri, misti a ricordi. In quel divagare, probabilmente per un meccanismo associativo, gli tornò in mente quando, di nascosto, aveva iniziato a fumare a quattordici anni.

Lo faceva quasi sempre da sola, rinchiusa nella latrina costruita dietro la povera casa di campagna nella quale viveva con la madre. “E’ l’unica fuga possibile, per me, in questo momento, l’unico paradiso che ho a portata di mano in questo inferno” aveva confidato ad un’amica. Ne fumava fino a quattro di seguito, senza badare al tipo o alla marca, tanto erano rare le volte che gli capitava di averne e, nel frattempo, di sfuggire alla sorveglianza materna. Là, in quell’antro fetido, realizzato con gli sterpi del granoturco, eruttava nervosamente il fumo aspirato, tentando di centrare una piccola fessura posta nell’angolo di fronte a lei, a metà tra le lamiere e la parete della tettoia; un gioco, quasi un tic e, insieme, un modo per evitare la saturazione da fumo dell’ambiente. All’altra puzza non badava per niente, concentrata com’era sulla sensazione che la invadeva ad ogni tiro. Era una sorta di privatissima fuga proibita. Un’esperienza solitaria da cui tenere lontana, in particolare, la madre (un originale incrocio tra una santa ed un mastino). “Se mi becca, mi rompe il culo, quella bastarda!”, si ripeteva spesso. L’ultima volta, infatti, che le aveva trovato delle mezze cicche occultate sotto il materasso, era finita molto male; se lo ricorda bene ancora adesso.

Suo padre, fosse stato ancora vivo, avrebbe certamente cercato di scusarla con quella mamma tanto inflessibile con la quale, Serenita, era rimasta poi a lungo a combattere un’aspra battaglia caratteriale. Erano stati una bella coppia quei due, almeno così le aveva raccontato una conoscente di famiglia. Lui, in particolare, era innamoratissimo della madre; quando la conobbe ne rimase, praticamente, folgorato. Si sposarono, infatti, dopo un brevissimo fidanzamento, felici di essere in attesa di Serenita. Lei nacque in un torrido pomeriggio d’estate, appena dopo il calar del sole; l’astro maggiore aveva appena allentato la sua morsa di calore, cedendo il posto ad un lieve zefiro serale. Con un delicato soffio di vento era venuta al mondo, per ritrovarsi subito scaraventata in quella dolorosa realtà, senz’altra scelta che imparare a conviverci pazientemente, in attesa di un domani migliore.

Era dura quella vita, quanto può essere duro avere diciassette anni, essere carina, piena di vita eppure esser costretta a dover crescere tra tanta miseria, in solitudine in un angolo sperduto della Colombia.

Sognare ad occhi aperti, magari leggendo qualche giornalaccio mentre fumava una senza filtro in quella ritirata primitiva, era l’unica pratica liberatoria che compensava in parte quell’inferno di continui disagi.

Tutto era scarso, tranne il lavoro nei campi di tabacco. Un lavoro che odiava almeno quanto bramava quelle poche sfuse che, di rado, poteva permettersi; mozziconi che aspirava con perversa avidità, quasi volesse sfondarsi il suo bel petto prosperoso. Di quella coltura agricola odiava tutto, in particolare la necessità di indossare quei lunghi camicioni abbottonati fino al collo con le maniche tirate giù, nonostante il caldo, nel tentativo di risparmiare qualche centimetro del corpo dalle sostanze appiccicaticce espulse da quelle foglie maledette; foglie prodotte a quintali per pochi luridi spiccioli e ricomprate, da lei per prima, a peso d’oro da quegli spacciatori di stato noti a tutti con il nome di tabaccai. “Dio li stramaledica!”, ripeteva spesso. E, ancora: “Bruciassero loro e la loro malefica droga. Ed io con loro, che non riesco a farne meno.” Ma, di là dalle maledizioni che lanciava, era una rabbia profonda, un odio radicato quello che le faceva salire il sangue alla testa. Non odiava solo il lavoro, ma l’intera vita di campagna nel suo insieme; soprattutto non sopportava quel triste clima agreste, con la sua tragica routine stagionale.

La città, una vita diversa e migliore, erano le uniche cose che la interessavano; questo desiderio monopolizzava, praticamente, i suoi sogni d’infelice.

L’aumento del caldo nel “cellulare” la allontanò per un attimo da quei ricordi; quello stramaledetto coso, fermo sotto il sole, era ormai una scatola di latta rovente. Gli sguardi delle due ragazze, si incrociavano sempre meno frequentemente, ognuno perso altrove. “Come stai, cara? Perché sei cosi silenziosa? Ti hanno mica picchiata questi cani?”, osò, infine, chiederle Consuelo, senza ricevere alcuna risposta. Lei era sempre più lontana, ingoiata dai suoi pensieri. Forse non ricordava nemmeno più che, per qualche tempo, erano state persino buone amiche e non solo aride partners in affari. Ma Serenita, paradossalmente, aveva solo voglia di fumare e non di parlare, innervosita com’era da quella sosta prolungata per non meglio identificati “ulteriori accertamenti” … “Fateci uscire, maledetti!” aveva urlato, abbozzando una minuta protesta, lasciandosi poi nuovamente trascinare dal turbinio dei ricordi, tornando con la mente a quei giorni così intensi.

Prima o poi, lo aveva segretamente promesso a se stessa, sarebbe dunque andata via, lontano, non importa a far cosa e con chi; l’importante era fuggire e cambiar vita, a qualsiasi costo.

Scelse il suo diciottesimo compleanno per lasciarsi dietro le spalle quella vita ormai insopportabile; aveva anche capito, e certamente non per merito della scarsa istruzione ricevuta, che da quel giorno nessuno avrebbe potuto impedirle di andarsene.

In fondo, l’unico vero timore, l’unico vero freno che la aveva bloccata a lungo prima di quel giorno, era stata la paura di dover tornare, magari umiliata e sconfitta, da dove era venuta; quell’idea, come un tarlo, le aveva eroso tutte le forze, facendole rinviare all’infinito quel passo ormai ineluttabile.

Quelle paure si condensavano, ora più che mai, nell’espressione “foglio di via”, udita per caso durante un chiacchiericcio tra comari al mercato.

Ma quel giorno fuggì lo stesso, vincendo le mille paure che sentiva dentro, senza alcuna esitazione apparente. La notte precedente, per l’ansia, non riuscì a dormire; facendo di necessità virtù aveva, invece, cercato di mettere meglio a fuoco i dettagli della sua fuga. Le era chiaro che sarebbe stata sola; sola contro un mondo sicuramente ostile; una realtà che, ovviamente, si augurava migliore di quella che avrebbe abbandonato l’indomani.

Approfittando dell’inconsapevole complicità di un ammiratore, da sempre segretamente invaghito di lei, si fece portare in città; poco dopo, con una scusa, lo mollò per dirigersi al porto in cerca di una nave per l’Europa.

Sapeva, presagendo forse il suo destino, che non sarebbe stata un’impresa facile, ma non poteva, a questo punto, non tentare; con determinazione avrebbe affrontato il suo destino, mettendo in atto quanto si era prefissa di fare.

“Meglio morire lontano, che viver ancora come morta quaggiù” fu, a lungo, il suo motto.

E fu così che, da quel giorno, conobbe finalmente il mare e … l’umanità che circonda.

In effetti, sebbene fosse vissuta a pochi chilometri dalla costa, la cui vista era occultata di fatto solo da alcune colline, non aveva mai ammirato il Mar dei Caraibi, come non sapeva ancora molto della pasta di cui sono fatti gli uomini.

Di fronte a quell’immensa e leggendaria distesa d’acqua, nel porto di Barranquilla, Serenita avrebbe cominciato a tracciare uno dei capitoli più dinamici e burrascosi della sua esistenza; una vita vissuta tutta d’un fiato, senza soste, senza più pace; come un oggetto metallico attratto da un potente magnete, si sarebbe subito ritrovata coinvolta in alcuni spiacevoli episodi. Poco dopo il suo sbarco in città, infatti: era stata offesa e molestata, dapprima, dai commenti e dai modi fin troppo espliciti di due marinai ubriachi nei pressi della darsena; un cane randagio la aveva poi rincorsa e morsa, fortunatamente senza gravi conseguenze, mentre cercava un posto appartato per passare la notte; aveva, infine, vomitato pure l’anima a causa di un intingolo mangiato con troppa fiducia in una sudicia bettola affacciata sull’approdo.

Malgrado questo avvio non proprio promettente, avrebbe ricordato per sempre le sensazioni di quella prima notte libera e solitaria, benché trascorsa fuori all’umido per non intaccare immediatamente il piccolo gruzzolo di risparmi che, con uno stratagemma, aveva abilmente estorto alla madre.

La visione di quel mare così piatto e, al tempo stesso, altrettanto inquietante non la avrebbe mai abbandonata, nemmeno nei giorni più bui. “Non avrei mai immaginato”, si disse, “che questa vita fottuta potesse mai regalarmi momenti così belli!”.

Con stupita tenerezza, si sarebbe spesso sorpresa a pensare a piccoli eventi, apparentemente insignificanti, di cui era stata spettatrice sotto quell’arcano pallore lunare. Non avrebbe mai dimenticato, ad esempio, il passaggio di una piccola imbarcazione di pescatori e il solco, richiusosi con la lentezza tipica delle acque di laguna, che aveva tracciato su quella tavola liquida; quel segno le era sembrato il segno di qualcos’altro, di un confine virtuale tra due frammenti d’esistenza, tra il (suo) passato e il futuro che l’attendeva.

Dopo quella notte magica, fu però ben poca la poesia che accompagnò i giorni trascorsi in attesa della nave che la avrebbe portata via da lì.

Ciò nonostante, il suo destino non la trovò affatto impreparata: reagì ai disagi determinati da quella lunga sosta forzata, attuando con cinica determinazione e senza neanche farsi tanti scrupoli, quanto da tempo era ben consapevole che sarebbe, prima o poi, accaduto. Decise così, per non erodere i suoi risparmi, di cominciare a concedersi al primo che faceva al caso suo: toccò a Ricardo, un ex-bancario proprietario di un piccolo cambio. Era, tutto sommato, un brav’uomo, persino un po’ ingenuo nonostante il lavoro che faceva e l’ambiente in cui operava; le propose addirittura, oltre a risparmiargli naturalmente altre notti all’adiaccio, di rimanere con lui. La risposta non si fece attendere a lungo; arrivò, infatti, circa due settimane dopo, al levar dell’ancora di un cargo diretto a Cuba, dove avrebbe eventualmente cercato un altro bastimento diretto verso il Vecchio Continente. Seducendo un timoniere del Fato, si nascose nella sua cabina portando con se anche un bel po’ di quattrini e gioielli trafugati dalla cassaforte del suo primo uomo; immaginò quel prelievo come una sorta di risarcimento per la verginità perduta nella terra natia. “Pensa, disse al suo nuovo compagno, si era messo in testa di sposarmi. Mi ci vedi sposata, a casa, a riordinare casa?”, disse ridendo di gusto. “Mi ripeteva spesso che avrebbe cambiato la mia vita.”, continuò. “Povero illuso, non riusciva proprio a capire che non sarei mai restata laggiù in Colombia!”

Un paese che, senza rancori, stava ora abbandonando a bordo di una nave da carico, stracolma di zucchero, diretta a Santiago de Cuba, per un’ultima tappa di rifornimento, prima di puntare verso il porto di Lisbona. Di Lisbona, dell’Europa in generale, aveva solo vaghe indicazioni, raccolte a caso qua e là. Nella sua mente, come in un sogno meraviglioso, aveva sublimato ogni possibile aspetto della vita degli europei, anche quelli più semplici e quotidiani. Era eccitatissima all’idea di approdare e visitare quella terra tanto desiderata. Non aveva timori, tanto meno temeva la solitudine. Tuttavia, mentendo, un giorno chiese al marinaio: “Ferdinando, non avrai il barbaro coraggio di abbandonarmi laggiù, spero!” le disse, con fare sornione. Lui, ingannato dall’espressione di quel viso apparentemente smarrito, la rassicurò stringendola appassionatamente a sé. Rimasero poi a lungo in silenzio, accarezzati dalla luce calda del tramonto che entrava dall’oblò della cabina; pian piano quell’angusto locale si trasformava, ancora una volta, in un tenero nido: la loro alcova galleggiante.

“Ehi voi due! Siete sorde! Sbrigatevi a mostrarmi i documenti! E tu, colombina, non penserai per caso di prendermi per i fondelli con le tue stupide fusa! Tra poco ti darò il benservito, il tuo foglio di via è quasi pronto e poi via, in crociera nei caldi Mari del Sud!”

Come accoglienza, la questura era ancora peggio dell’irruzione mattutina dei poliziotti, sebbene la sorprendesse tanto accanimento. “Perché ci trattano così? Perché?”, era l’interrogativo più frequente, per entrambe. Lei e Consuelo, in fondo, erano soltanto delle povere disgraziate, in parte vittime di un destino infelice.

Tutto sembrava precipitare; riemerse nuovamente una sensazione di pericolo imminente che alimentava mille paure; si sentiva come prigioniera di un debole castello di carte, ormai in procinto di crollare.

Anche durante la breve sosta cubana, durata appena tre giorni, aveva provato qualcosa di simile; bastarono allora soltanto quarantott’ore per sconvolgere nuovamente il precario equilibrio sul quale Serenita faceva affidamento. Il suo marinaio, infatti, fu ferito gravemente da alcune coltellate ricevute nel corso di una rissa scoppiata in un’osteria; fu uno spettacolo orribile al quale, non vista, aveva purtroppo assistito. L’uomo sarebbe tuttavia sopravvissuto, benché costretto ad una lunga degenza che lo avrebbe tenuto lontano dal suo incarico di lavoro. Ne avrebbe conservato, in ogni caso un buon ricordo, se non altro per quel suo slancio come amante; ma, nostalgie a parte, quella era una storia finita. “Devo mollarlo … ormai è una palla al piede”, si disse e di nuovo sola, affrontò con stoicismo il nuovo corso degli eventi. Cercò, innanzitutto, di riprendere a pieno il controllo della situazione, anche per scongiurare la necessità di dover essere costretta ad utilizzare il suo piccolo tesoro, ora che era sfumata la possibilità di proseguire in incognito la sua crociera verso il Vecchio Continente.

Fu, tutto sommato, fortunata perché qualcuno le offrì lavoro come cameriera in una pensione vicina al porto; benché fosse ormai pronta a tutto, si sentì sollevata all’idea di non essere ancora costretta a prostituirsi per recuperare un tetto e qualche pasto.

Non era però Santiago la sua destinazione finale, era chiaro né, tanto meno, quel tipo di vita.

Trascorsero però ancora due mesi prima che si presentasse una nuova possibilità e, al tempo stesso, l’occasione per un discreto salto di qualità; questa sarebbe scaturita dall’abile sfruttamento incontro fortuito avvenuto al molo. Divenne, infatti, l’amante di un giovane industriale francese al rientro da una crociera caraibica. Rimessi a tacere tutti gli scrupoli che, nel suo intermezzo da cameriera, si erano prepotentemente riaffacciati, si tuffò a capofitto in questa nuova relazione.

“Cazzo!”, si disse, “questo pollo me lo disosso per bene, fino in fondo”. L’evoluzione della vicenda le confermò la fortuna di quell’incontro, sebbene non fosse proprio di fronte ad uno sciocco danaroso in gita turistica; tutt’altro, era un uomo che conosceva bene il mondo e amava la vita, evitando però qualsiasi forma di prigionia sentimentale; e così successe anche con Serenita.

Fu, in ogni caso, una traversata bellissima. Il suo “pollo”, per niente da buttare, fu un amante intenso ed affascinante. Solo il suo intuito e la sua determinazione la tennero lontana da un innamoramento fatale che, altrimenti, non avrebbe tardato ad esplodere. Ma ciò non le precluse certo la passione.

A differenza degli uomini con cui era stata in precedenza, Julien, pur chiedendo, sapeva offrire molto … e farla sciogliere come neve al sole. La colpì, in particolare, l’armonia tra un fare pragmatico e assertivo, tipico di molti uomini, e la grazia e il tatto con i quali la accoglieva nella sala da ballo della nave o, molto più spesso, in cabina per fare l’amore. In più di un’occasione le sembrò di vivere un sogno. Julien non intendeva, però, trasformare quella vacanza in un viaggio di nozze del quale stava consumando in anticipo la luna di miele. Così, un giorno con schiettezza disse a Serenita: “Tu mi piaci davvero molto, sei una donna bella e sensuale, ma io non ti amo! Sappi che al termine di questa crociera le nostre strade si divideranno … per sempre!”

Questa confessione, anziché gelare il rapporto, lo rese più autentico ed intrigante, per certi versi indimenticabile. Durante quel mese straordinario, dimenticò completamente il suo passato di disagi, quando era costretta a fumare di nascosto in quella terribile latrina; quel mondo di stenti, rievocato soltanto per non dimenticare da dove veniva, era ormai definitivamente lontano. Tutto assumeva una connotazione sfumata e distante … facendola sentire ancora più libera e, a tratti, molto felice.

Giunsero in porto in luglio inoltrato, Lisbona era bellissima; li accolse in un caldo abbraccio mattutino, prima che la canicola iniziasse la sua tortura quotidiana.

Si salutarono con qualche cortese frase di circostanza, tradendo entrambi una frettolosa voglia di sbarazzarsi l’uno dell’altra; un attimo dopo, sembrava tutto svanito nel nulla: era ridiventati due estranei.

Senza alcun rimpianto e con passo deciso, s’allontanò tastando con cinica discrezione il presente (in denaro) che le aveva infilato in borsa il suo francesino.

Serenita, ormai padrona del suo nuovo destino, volse decisa lo sguardo verso sud-ovest … la sua metà, ora, era Roma.

E proprio da quella città tanto sognata, adesso, stava per esser cacciata, umiliata da un foglio di carta infamante. Non poteva finire tutto esattamente come aveva sempre temuto, non poteva assolutamente permetterlo … e non le importava quale sarebbe stato il prezzo da pagare.

“Ehi tu, che diavolo fai! … vieni immediatamente via da lì! Non vorrai, per caso, buttarti giù. Siamo al quarto piano, bada bene, ti sfracellerai! “. Ma Serenita, imperterrita, non interrompeva la sua passeggiata sul cornicione del palazzo della questura.

“Madre santa!” esclamò Consuelo, anche lei accortasi dell’iniziativa disperata di Serenita che, approfittando di un momento di distrazione degli agenti, era corsa verso il balcone della stanza in cui si trovavano, scavalcandolo.

“Via, che cosa credi di fare? Non penserai mica di fuggire volando? … Eh, colombina?” L’apostrofò, strafottente, uno di questi.

“Zitto!”, gli intimò il commissario, scansandolo con violenza. Poi, rivoltosi a Serenita, con fermezza ma senza ironie, le disse: “Non fare la sciocca e torna dentro. Rientra e nessuno ti farà del male. Dimenticheremo tutto e, insieme, tenteremo di risolvere ogni problema.”

Intanto, anche di sotto in strada, cominciava ad alzarsi un certo brusio; un po’ tutti, cominciarono a preoccuparsi seriamente riguardo alle reali intenzioni della ragazza.

Serenita, dal canto suo, non era meno tesa; si rendeva perfettamente conto di quel che stava facendo; del resto, si chiedeva affranta: “Che cosa ho ormai da perdere?” E, per darsi forza e sgombrare il campo da ogni fraintendimento, urlò a tutti a squarciagola: “Preferisco morire, piuttosto che subire l’affronto di un foglio di via per un rimpatrio forzato!”

“No! Ti prego! Non farlo, per carità!” la supplicò, a più riprese, Consuelo.

Serenita, dopo quello sfogo, si sentiva più sollevata, quasi liberata da un peso.

Un delicato vento di “ponentino”, intanto, le sollevava parte del vestito; ed anche se non era proprio il momento più adatto per uno sguardo compiaciuto, qualcuno non disdegnò affatto la visione di quelle gambe così ben tornite; lei, dall’alto della sua ribalta, non si accorse di nulla, continuando a vagare nel suo vortice di pensieri. Le scorrevano in mente, in rapida successione, senza criteri né priorità, le mille vicende che aveva vissuto per giungere nella “città eterna”; un luogo del quale, in origine, a malapena sapeva che fosse bella, piena di gente che ama viver bene e con un buon clima. Lo stesso piacevole clima mediterraneo che avvolgeva ora la città, finalmente rinfrescata dal suo celebre vento “di Ponente”; la stessa brezza che accarezzava, giù per strada, il nutrito pubblico che via via si era formato. Le ragioni di tanto interesse, fatta eccezione per qualcuno, non andavano comunque molto al di là della banale curiosità.

E proprio a queste curiose coincidenze pensava, lassù, Serenita: “Pazzesco! Io sto per chiudere il dramma della mia vita e questi stronzi si fermano solo per semplice curiosità … e, magari, qualche bastardo mi sta anche guardando tra le cosce. Che schifo! E’ proprio uno schifo!”, ripeté a se stessa, tentando di reagire a quest’altra umiliazione. Sul suo volto, intanto, indugiava già qualche lacrima, quando trovò la forza per urlare di nuovo qualcosa al suo pubblico: “Fottuti ipocriti, io non volevo che finisse così!” e, intanto, un velo di sudore freddo cominciava ad impregnarle la fronte. Disperata, con gli occhi gonfi di lacrime, aggiunse poi, ansimando: “Sono qui anche per colpa vostra, maledetti! Facevo la vita, è vero, ma appagavo le vostre voglie per non tornare nell’Inferno dal quale venivo …”.

La mente si offuscava sempre più, affastellata come era da una miriade di pensieri e di paure. Con il volto rigato dalle lacrime, sempre più affranta e presagendo forse la sua fine, mugugnò qualcosa come: “E’ la fine … è finita!

Sotto, in molti si resero conto che la situazione stava precipitando. Quasi per rispondergli, urlò ancora: “Cosa aspettate, eh! … Cosa volete ancora, stronzi di merda! … Perché non ve ne tornate nelle vostre casettine?” e, come invasa da un delirio, continuò: “Andate a fottervi le vostre mogliettine ora … Niente puttane, per oggi!”.

La fronte, nonostante qualche alito di vento, grondava ormai sudore gelato; la faccia era una maschera di lacrime. Mille immagini, tutta una vita le scorrevano in mente quando, con voce fioca, farfugliò ancora: “vado … all’inferno … Maledettiii i i …”. Il pensiero di un qualcosa di liquido, qualcosa in cui immergersi e liberarsi dall’immensa angoscia che la inondava ormai senza speranza, le diede un ultimo momento di sollievo. E fu pensando all’acqua che si lasciò cadere giù, come un angelo ferito. Senza dir più nulla, in assoluto silenzio.

“Nooooo! Nooooo!” urlò Consuelo, sporgendosi pericolosamente fuori dalla ringhiera del balcone nel vano tentativo di scongiurare quel gesto estremo.

“Nooooo!”, ripeté ancora, mentre lei cadeva giù, senz’altra intenzione che morire.

Quattro piani non sono un’altezza enorme, ma per molti, quel volo sembrò infinito, come infiniti sono tutti quegli attimi nel corso dei quali ti scorre davanti la tua vita … tutta intera, ombre comprese.

Soprattutto per Serenita quel viaggio fu senza tempo e senza confini; la sua vita si stava disintegrando, disperdendosi ovunque. “Sarà forse questa l’eternità?”, pensò.

Si rivide, così, sudata ed appiccicaticcia tra gli odiati filari di tabacco, assorta al cospetto del mistico Mar dei Caraibi, esausta dopo aver fatto l’amore con Julien, disprezzata per aver rubato i risparmi della povera madre e tanto altro ancora, in una sorta di vorticoso mulinello della memoria che trascinava i suoi pensieri … e il suo corpo altrove, in basso, verso la morte.

“No!”, singhiozzò un’ultima volta Consuelo. Con un filo di voce, piangendo, aggiunse: “Era uno spirito libero … e determinato, fino alla fine. Dio l’accolga in cielo!”

 “… E la perdoni, se può!” disse Consuelo osservando, inorridita, il corpo esanime di Serenita. “E’ stata, fino all’ultimo uno spirito libero e ribelle …

E se ne è sempre fregata del futuro, ha preferito vivere sempre e solo il presente, con intensità e passione. Era già così quando la conobbi, ancora raggiante per la splendida avventura avuta in crociera. A momenti, neanche ricordava l’inferno dal quale arrivava. E non fu difficile legare: bastò dirle che anch’io avevo un passato simile al suo e fu subito intesa: un legame forte e folgorante.

Senza incertezze, senza falsi pudori.

Divenimmo persino buone amiche, per un po’.

L’ho sempre marcata stretto, in ogni caso: mi è servito ad evitare di continuare a fare la mantenuta o, peggio ancora, di finire schiava di qualche pappa … mah! Ormai, che importa! … E’ andata! … Che Dio l’abbia in pace! …”

Il corpo di Serenita giaceva a terra esanime, scomposto a causa della caduta; subito circondato da quegli stessi improvvisati spettatori che, per evitarne l’impatto, si erano diligentemente scansati. Qualcuno aveva persino chiamato un’ambulanza, quando un flebile gemito … un piccolo segno di vita, riaccese la speranza.

La caduta, attutita in parte dalla tenda tesa di un negozio sottostante, non era stata fatale, benché non senza conseguenze.

Ci vollero, di fatto, diverse settimane affinché riemergesse dallo stato di coma di secondo grado, si liberasse delle varie ingessature e del collare cervicale iniziando, finalmente, ad alimentarsi autonomamente. Qualche giorno dopo, non senza insuccessi, riuscì persino ad andare alla toilette senza l’aiuto dell’infermiere di turno.

Durante quella lunga degenza pensò intensamente al suo gesto, alla situazione nel quale era maturato e al fatto che, non appena dimessa, avrebbe dovuto abbandonare l’Italia.

Pianse spesso, lacrime amare e solitarie, senza darsi pace.

Ma i suoi ricordi, fortunatamente, le portavano anche qualche raro attimo di pace, un breve sollievo. Tra i momenti più cari del suo passato, quelli che rievocava con maggior frequenza erano certamente le belle settimane trascorse in crociera sulla Santa Esperanza con Julien. Si commuoveva persino, ricordando come in quel periodo poté finalmente liberare tutto il suo spirito, distrarsi e lasciarsi andare. Lei, che di solito era legata solo al concreto quotidiano, si ritrovò addirittura sedotta da un’insolita passione per la musica; quella “colta”, s’intende, come amava sottolineare Julien.

Quella trasformazione, all’inizio, li sorprese entrambi; e non poco. Lui, in particolar modo, non avrebbe mai immaginato di trovarsi di fronte ad un essere tanto sensibile quanto avido di quel tipo di emozioni. Gli sembrò, addirittura, che volesse compensare un lungo ed involontario digiuno. L’emozione scatenante fu certamente offerta dall’ascolto di una soprano accompagnata da un ensemble di violoncelli che eseguivano una delle “Bachianas brasileiras” di Heitor Villa Lobos. E Julien, dal canto suo, assecondò con piacere l’emergere di quell’interesse; la accompagnava sempre volentieri nella saletta della nave dedicata alla musica da camera; lì, per la gioia di Serenita, avevano scoperto una piccola, ma affascinante collezione di classici. Arrivò ad amare all’inverosimile, oltre le opere di Villa Lobos che restò per sempre il suo primo amore, Ravel, Debussy e alcune sonate di Alexander Scriabin; in particolare la numero tre e la cinque.

Quegli ascolti erano ormai divenuti una così piacevole routine per lei che, dopo lo sbarco, privarsene a lungo le pesò non poco. Anche per quella ragione, ricordò … quanta fatica le era costato il viaggio da Lisbona a Roma. Solo l’entusiasmo e il desiderio di raggiungere finalmente la sua meta, l’avevano in parte ricompensata dei sacrifici; aveva finanche viaggiato clandestinamente su un vagone merci per eludere un posto di frontiera.

Consuelo, intanto, pagata una sostanziosa cauzione era tornata in libertà. “Quei froci”, le disse nel corso di una visita in ospedale “hanno avuto pietà di me, dopo il tuo volo disperato, e mi hanno evitato il peggio. Almeno per ora”.

“E allora aiutami ad evitare il foglio di via”, le implorò Serenita. “Stai tranquilla, ho pensato ad una soluzione che, se tutto va bene, potrebbe anche aiutarti a dire definitivamente addio al mestiere e …”, continuò, “ad evitare, almeno per il momento, il rimpatrio.”

“A cosa hai pensato? Dimmelo, dai!” le chiese eccitata.

“A nulla di strano e completamente alla luce del sole” … e, continuando, le chiese: “Hai mai sentito parlare del progetto Le Rondini?”

“No, mai!”, ribatté lei.

“E’ un programma di recupero per gente che ha avuto dei problemi, anche con la giustizia. Se ne occupa un prete di cui mi hanno parlato tutti molto bene. Anche lui è uno straniero, viene dallo Zaire, si chiama Don Samuel Rosele.”

Si lasciarono con la promessa che Consuelo, di nuovo vicina alla sua vecchia amica, avrebbe cominciato a cercare il sacerdote per parlargli della difficile situazione in cui si trovava Serenita. Quel sacerdote, del resto era famoso per la quantità di casi analoghi che aveva risolto.

Trovarlo, in fondo, non fu difficile; bastò andare nella parrocchia in cui esercitava il suo mandato. Era un uomo sulla cinquantina, ben abituato, per esperienza, ad affrontare e gestire situazioni difficili. Quando ebbe chiaro il quadro di riferimento, con la schiettezza che gli era solita, disse: “Qui occorrerebbe, se Iddio vuole, un bel matrimonio! … ”

“Un matrimonio? …” replicò Consuelo, neanche tanto meravigliata, in verità.

“Si! Delle belle nozze e … tanto per essere ancora più concreti, un lavoro onesto, serio e … un marito affezionato e fedele; da tenere ben stretto … sine die.”

“Ma Serenita non accetterà mai!” … mai! …, esclamò, dissimulando ancora.

“No! … Non credo che non accetterà, e Dio mi perdonerà per quel che dico, … Ha forse altra scelta?”

Ed era vero ciò che diceva, e non occorreva un indovino per intuirlo.

Serenita, in effetti, non indugiò a lungo, accettando immediatamente la proposta di Don Samuel, pur non comprendendo bene quale sarebbe stato il fuoco di fila cui la avrebbe sottoposta il prete.

Tre giorni dopo, infatti, il prelato le fece la prima di una lunga serie di visite spirituali. In realtà, non furono affatto degli incontri banali, ma veri e propri interrogatori. Il sacerdote, certo del fatto suo, voleva infatti avere delle garanzie concrete riguardo alle reali intenzioni di quella povera disgraziata; era certamente propenso ad aiutarla, ma, di sicuro, non intendeva assecondarla in alcun modo. La scelta di sposarsi con un italiano, se pur enormemente conveniente per lei sotto il profilo giuridico, doveva essere quantomeno serena e convinta; meglio ancora se compresa e desiderata. E raggiunse il suo scopo, se non altro perché Serenita, posta di fronte alla fatidica scelta tra il foglio di via e il matrimonio, decise per il secondo, anche se non del tutto certa della sua scelta. Lui, per aiutarla, le aveva più volte illustrato il valore del sacramento che intendeva celebrare riuscendo, alla fine, a convincerla.

Per il suo temperamento orgoglioso e la sua natura di donna emancipata, non fu certamente uno scherzo accettare quella soluzione di ripiego ma, del resto … cosa poteva fare …

Abbozzando, si giustificò con se stessa, dicendo: “Mia madre… la mia mamma … sarà certamente contenta di sapermi … finalmente e ,felicemente, sposata.”

E, ancora, tra sé: “… Proprio un bel colpo, d’un tratto sposa, dopo esser stata a lungo una gran puttana!”,

… e, ancora, “ … Ho fatto centro! … La vita è … straordinaria, … davvero straordinaria!” si disse, incredula.

Non era ancora molto convinta della sua scelta, in verità, quanto era certa che avrebbe onorato il patto sottoscritto con il suo prete salvatore, ovvero: rispettare il suo futuro ed ancora ignoto marito.

Del resto, se lo rammentò per l’ennesima volta, l’alternativa quale era, oltre quel maledetto foglio di via?

Così, alcune settimane dopo, ormai completamente guarita e pronta per essere dimessa, conobbe finalmente Alfonso, il quarantacinquenne suo promesso sposo … proprio il suo promesso sposo, almeno secondo quelle che erano le intenzioni del prete che li aveva fatti incontrare.

Un brivido di freddo, una scarica gelata, la scosse profondamente.

L’idea di un matrimonio, l’idea di qualcosa di definitivo e per di più con uno sconosciuto la turbava, togliendole le forze.

“Devo reagire! … si disse … e reagì, tentando di dominare se stessa e il turbinio di pensieri che cominciava ad agitarsi dentro. E …. affrontando la situazione:“Ciao, come stai? Sono Serenita, … quella della foto!”, esordì, tanto per dire qualcosa a quell’estraneo.

Lui l’accolse con un timido gesto di assenso.

Null’altro.

Seguì poi solo una piccola contrazione del viso, quasi una smorfia, e basta; forse era un sorriso, … o almeno, tale le sembrò; o, forse, no.

Ma nient’altro, assolutamente nient’altro.

“… Sono così diversa dall’immagine stampata sulla fotografia che hai ricevuto?”, chiese sorpresa da quell’atteggiamento, cominciando però ad intuire che quel tipo era proprio così: un ibrido d’orso, fattezze modeste, ecc..

“… E sì”, si disse … era proprio così … e non ci sarebbe stato molto da fare. Una dimostrazione immediata furono i minuti successivi, durante i quali la pantomima, in maniera più o meno analoga, proseguì senza novità di rilievo.

In effetti, più che un dialogo fu quasi un monologo, di rado interrotto solo da qualche mezza risposta e da rari cenni d’intesa.

Nulla di più.

Lo stesso Don Samuel era visibilmente imbarazzato, nonostante non si trattasse del primo “incontro” di questo tipo che combinava. La verità era che quell’uomo era semplicemente così, una sorta di pezzo di legno, per di più poco attraente.

Serenita, sebbene fosse sorpresa da tanto vuoto, si rese concretamente conto che il vero problema, quello fondamentale, era lei, solo lei e … non il suo destino. Ed era ora di dare un taglio netto con quella vita che non le era mai appartenuta.

“Apri gli occhi!”, si disse.

“Altro che vita normale, cogliona!”

“… t’aspetta solo l’ennesima forma di prigionia”.

Doveva dunque dire basta.

“Basta! … devo riprendermi la mia vita. Null’altro …”

Era evidentemente chiaro quanto la fuga che tanto a lungo aveva desiderato si fosse ormai trasformata in un triste sequenza da incubo.

Forse aveva proprio sbagliato tutto; continuamente presa dal vortice degli eventi, aveva commesso una serie infinita di gravi errori che non l’avevano portata a nulla.

E, a proposito di errori, lo stesso Alfonso, l’uomo che aveva di fronte e che avrebbe dovuto sposare di lì a breve per avere la cittadinanza italiana e una vita libera, … non stava, forse, per trasformarsi in un altro errore? … “chi è questo Alfonso? Chi lo ha mai visto?”, si chiese, tra sé. “Come potrò mai vivere con lui, … e, per di più, con il fardello di una madre anziana e non autosufficiente?”, pensò ancora. “… Non è neanche un bell’uomo … è così insignificante, ombroso … e senza particolari qualità …”.

 “Ma che cazzo sto facendo? … si domandò allora Serenita, mentre si accendeva nervosamente una sigaretta. Era tanto che non ne fumava una … pur tenendole sempre in borsa con sé, quasi fossero un arma da sfoderare al momento del bisogno. E, fumando, oltre a trovare un attimo di sollievo, le parve di tornare nuovamente indietro, … in quella latrina …

Stranamente, però, e per la prima volta dopo anni, questo ricordo non la turbò affatto; certo, non la esaltò ma, di sicuro, non la turbò. Anzi, quasi la commosse … il ricordo di quel piccolo rituale solitario … E, pensare al suo passato, la aiutò a rileggere meglio l’intrigo della sua vita, facendo finalmente un po’ di luce.

“Sono anni che fuggo … da me stessa”, pensò. “… e guarda come mi ritrovo: … una povera puttana immigrata, … reduce da un tentato suicidio … e ora?”, prosegui, tra sé “… dovrei sposare un coglione qualsiasi …per evitare il rimpatrio… Che tombola, gente! … che romanzetto.”

E, rimuginando, sentì che era finalmente giunto il momento di dare una svolta e un senso alla sua esistenza; senza negare che la realtà dalla quale era fuggita avrebbe dovuto essere, invece, il vero punto di partenza dal quale avviare il proprio riscatto, magari tra mille disagi, ma non altrove.

E, d’un tratto, rientrare in Colombia con il foglio di via, smise di essere l’ossessione, il problema che era stato.. Quella che fino a poco prima le era sembrata una grande umiliazione, le sembrò ora rivelarsi come un’opportunità per “fare di  necessità virtù”.

“Scroccherò addirittura il biglietto di ritorno”, si disse, provando un’insolita gioia; una gioia mai provata sino a quel momento. “Accetterò il mio destino”, continuò “… e vaffanculo tutti quanti … ricomincerò da capo. … Mia madre capirà e mi perdonerà.” E, ancora: “… Ho dei soldi da parte, non le dispiacerà, … magari potremo riparare il tetto della casa, …”

E, invasa da questi pensieri, uscì dalla stanza; in silenzio.

Liquidò così, solo con un cenno della mano e un magro sorriso, Alfonso e il sacerdote.

Appena uscita, il poliziotto di guardia la bloccò, con un: “E allora …?” E lei, con la naturalezza di una bimba gli rispose, sorridendo: “Torno a casa, … tutto qua.” L’agente, sorpreso, balbettò qualcosa ma lei ribadì: “… a casa. Ho detto a casa. … La mia vita e là …”

E, mentre gli diceva questo, gli indicò l’ufficio dove sapeva che le avrebbero consegnato il foglio di rimpatrio

Due giorni dopo, sul volo di ritorno, a diecimila metri sul livello del mare, realizzò quanto era stata grande la distanza che l’aveva separata dalla sua terra natia; e … non si era trattato di una distanza solo fisica.

Tutto questo ora non aveva più importanza, la sola cosa rilevante era che tornava per ricominciare “un’altra vita”.

Mentre le scorrevano in mente questi pensieri, con il rombo dell’aereo che ancora sembrava ronzargli in testa, si sentì urlare nelle orecchie: “… Serenita su, è tardi! Si va, o no, al campo” … Era … era la madre che, … stanca d’attendere, replicò, dopo un po’: “Forza, il sole è già alto! … Ti decidi? … o no? …”

E, ancora stordita dal sonno, si chiese dov’era …e cosa stesse succedendo … Poi, dopo qualche attimo, finalmente realizzò: “… Noh! … Non è possibile”, si disse. “Stavo sognando. …solo sognando. Era … un sogno, … … … solo un … sogno, solo un  …”

Di sotto, come ogni giorno, l’attendevano migliaia di filari di tabacco e … la solita canicola.

Roma, 31 maggio 2002

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La fotografia - mito e merce - 1a

G. Regnani, La fotografia: mito e/o merce?, 1998

La fotografia vive costantemente in un precario ed ambiguo equilibrio fra l’istanza dell’oggetto e quella del soggetto.

G. Regnani, 2005

Scheda tecnica:

stampa: carta a contrasto variabile, b/n, non “fissata”, inserto di plastica (targhetta “antitaccheggio”)

formato: cm. 10×10, opera singola

montaggio: con passpartout cm. 23×23

allestimento: a parete

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Prometeo-particolare_interruttore

G. Regnani, Interruttore, 2019*  

(*) Particolare, dalla raccolta: G. Regnani, Prometeo, 1992

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REGNANI_GERARDO-LA_VOCE_DELLA_FOTOGRAFIA-2019-1-ligth REGNANI_GERARDO-LA_VOCE_DELLA_FOTOGRAFIA-2019-2-ligth REGNANI_GERARDO-LA_VOCE_DELLA_FOTOGRAFIA-2019-3-ligthG. Regnani, da La “voce”della mia fotografia, op. nn. 1, 2 e 3, 2019

REGNANI_GERARDO-LA_VOCE_DELLA_FOTOGRAFIA-2019-1-ligthG. Regnani, da La “voce”della mia fotografia, op. n. 1, 2019

REGNANI_GERARDO-LA_VOCE_DELLA_FOTOGRAFIA-2019-2-ligth

G. Regnani, da La “voce”della mia fotografia, op. n. 2, 2019

REGNANI_GERARDO-LA_VOCE_DELLA_FOTOGRAFIA-2019-3-ligth

G. Regnani, da La “voce”della mia fotografia, op. n. 3, 2019

Scheda tecnica:

stampa: su carta a contrasto variabile, b/n, non “fissata”, inserti con carta a contrasto variabile non fissata“, puntine da disegno, scritte a mano con inchiostro indelebile, bruciature (qui non presenti)

formato: cm. 30×30 ca

montaggio: con passpartout cm. 50×50

composizione: n. 3 opere singole

presentazione: polittico

allestimento: a parete

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REGNANI_GERARDO-FOTOGRAFIA-2019

G. Regnani,  “fotografia”, 2019

Scheda tecnica:

stampa: carta a contrasto variabile, b/n, non “fissata”, inserti con carta a contrasto variabile non fissata“, puntine da disegno, scritte a mano con inchiostro indelebile

formato: cm. 12×12 ca

montaggio: con passpartout cm. 23×23

composizione: opera singola

allestimento: a parete

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E,infine, dei versi importanti, … perlomeno per me!

Si tratta, tecnicamente, sempre e comunque di “fotografie”, benché diversamente “reali”, perché, di norma, “interne”.

In ogni caso, sono sempre delle immagini, dei “segni”, delle metafore, che rinviano ad una dimensione altra, sia essa affettiva, emotiva, sociale e, più in generale, culturale,  di norma “esterna” ad esse.

Un altrove, talora anche radicalmente diverso dalla “realtà” di provenienza.

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Montale Eugenio

Eugenio Montale (1896-1981)

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Montale Eugenio, Non chiederci la parola, da Ossi di seppia, 1925

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Merini Alda

Alda Merini (1931-2009)

E poi fate l’amore

E poi fate l’amore.
Niente sesso, solo amore.
E con questo intendo i baci lenti sulla bocca,
sul collo, sulla pancia, sulla schiena,
i morsi sulle labbra, le mani intrecciate,
e occhi dentro occhi.
Intendo abbracci talmente stretti
da diventare una cosa sola,
corpi incastrati e anime in collisione,
carezze sui graffi, vestiti tolti insieme alle paure,
baci sulle debolezze,
sui segni di una vita
che fino a quel momento era stata un po’ sbagliata.
Intendo dita sui corpi, creare costellazioni,
inalare profumi, cuori che battono insieme,
respiri che viaggiano allo stesso ritmo,
e poi sorrisi,
sinceri dopo un po’ che non lo erano più.
Ecco, fate l’amore e non vergognatevene,
perché l’amore è arte, e voi i capolavori.

Merini Alda (attribuita a), E poi fate l’amore

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Pasolini Pier Paolo
Pier Paolo Pasolini (1922-1975)

Sesso, consolazione della miseria!

Sesso, consolazione della miseria!
La puttana è una regina, il suo trono
è un rudere, la sua terra un pezzo
di merdoso prato, il suo scettro
una borsetta di vernice rossa:
abbaia nella notte, sporca e feroce
come un’antica madre: difende
il suo possesso e la sua vita.
I magnaccia, attorno, a frotte,
gonfi e sbattuti, coi loro baffi
brindisi o slavi, sono
capi, reggenti: combinano
nel buio, i loro affari di cento lire,
ammiccando in silenzio, scambiandosi
parole d’ordine: il mondo, escluso, tace
intorno a loro, che se ne sono esclusi,
silenziose carogne di rapaci.
Ma nei rifiuti del mondo, nasce
un nuovo mondo: nascono leggi nuove
dove non c’è più legge; nasce un nuovo
onore dove onore è il disonore…
Nascono potenze e nobiltà,
feroci, nei mucchi di tuguri,
nei luoghi sconfinati dove credi
che la città finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti
e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti.
Nella facilità dell’amore
il miserabile si sente uomo:
fonda la fiducia nella vita, fino
a disprezzare chi ha altra vita.
I figli si gettano all’avventura
sicuri d’essere in un mondo
che di loro, del loro sesso, ha paura.
La loro pietà è nell’essere spietati,
la loro forza nella leggerezza,
la loro speranza nel non avere speranza.

Pasolini Pier Paolo, Sesso, consolazione della miseria!, La religione del mio tempo, 1961

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Ferlinghetti Lawrence Monsanto

Lawrence Monsanto Ferlinghetti (1919)

Il mondo è un gran bel posto per nascerci

Il mondo è un gran bel posto per nascerci,
se non date importanza alla felicità
che non è sempre
tutto questo spasso
se non date importanza a una punta d’inferno
qua e là
proprio quando tutto va bene
perchè anche in paradiso
non è che cantino
tutti i momenti.
Il mondo è un gran bel posto
per nascerci
se non date importanza alla gente che muore
continuamente

o è soltando affamata
per un pò
che in fondo poi fa male la metà
se non si tratta di voi.
Oh il mondo è un gran bel posto
per nascerci
se non vi state troppo a preoccupare
di qualche cervello morto
su ai posti di comando
o di una bomba o due
di tanto in tanto
contro le vostre facce voltate
o di simili contrattempi
cui va soggetta la nostra
società di Gran Marca
con i suoi uomini che si distinguono
e i suoi uomini che estinguono
e i suoi preti
e altri scherani
e con le varie segregazioni
e congressuali investigazioni
e altre costipazioni
che sono il retaggio
della nostra carne demente.
Si il mondo è il posto piu’ bello del mondo
per un sacco di cose come
fare la pantomima della farsa
e fare la pantomima dell’amore
e fare la pantomima della tristezza
e cantare in sordina d’amore e avere ispirazioni
e andare a zonzo
guardando tutto
e odorando fiori
toccando il culo alle statue
e persino pensando
e baciando la gente e
facendo figli portando pantaloni
e agitando cappelli e
ballando
e andando a bagnarsi nei fiumi
a fare dei pic-nic
in piena estate
o solo genericamente
«godendosi la vita»

ma poi proprio in mezzo a tutto quanto
arriva sorridente il
beccamorto.

Ferlinghetti Lawrence Monsanto, Il mondo è un gran bel posto per nascerci

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Pessoa Fernando

Fernando Pessoa (1888-1935)

Cansaço

O que há em mim é sobretudo cansaço —
Não disto nem daquilo,
Nem sequer de tudo ou de nada:
Cansaço assim mesmo, ele mesmo,
Cansaço.
A subtileza das sensações inúteis,
As paixões violentas por coisa nenhuma,
Os amores intensos por o suposto em alguém,
Essas coisas todas —
Essas e o que falta nelas eternamente —;
Tudo isso faz um cansaço,
Este cansaço,
Cansaço.
Há sem dúvida quem ame o infinito,
Há sem dúvida quem deseje o impossível,
Há sem dúvida quem não queira nada —
Três tipos de idealistas, e eu nenhum deles:
Porque eu amo infinitamente o finito,
Porque eu desejo impossivelmente o possível,
Porque quero tudo, ou um pouco mais, se puder ser,
Ou até se não puder ser…
E o resultado?
Para eles a vida vivida ou sonhada,
Para eles o sonho sonhado ou vivido,
Para eles a média entre tudo e nada, isto é, isto…
Para mim só um grande, um profundo,
E, ah com que felicidade infecundo, cansaço,
Um supremíssimo cansaço,
Íssimno, íssimo, íssimo,
Cansaço…
Álvaro de Campos, heterónimo de Fernando Pessoa, Cansaço, in “Poemas”

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Pavese Cesare

Cesare Pavese (1908-1950)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Pavese Cesare, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1950

Last blues, to be read some day

T was only a flirt
you sure did know –
some one was hurt
long time ago.

All is the same
time has gone by –
some day you came
some day you’ll die.

Some one has died
long time ago –
some one eho tried
but didn’t know.

Pavese Cesare, Last blues, to be read some day, da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1950

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Dickinson Emily

Emily Dickinson (1831-1886)

After great pain, a formal feeling comes

After great pain a formal feeling comes

The nerves sit ceremonious like tombs;
The stiff Heart questions–was it He that bore?
And yesterday–or centuries before?

The feet, mechanical, go round
A wooden way
Of ground, or air, or ought,
Regardless grown,
A quartz contentment, like a stone.

This is the hour of lead
Remembered if outlived,
As freezing persons recollect the snow

First chill, then stupor, then the letting go.

Dickinson Emily, After great pain a formal feeling comes

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 Caproni Giorgio

Giorgio Caproni (1912-1990)

Foglie

Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confuso d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.

Caproni Giorgio, Foglie

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Sestito Antonio Mario Sestito Antonio Mario

Sestito Antonio Mario Sestito Antonio Mario

Antonio Mario Sestito (1963)

Futile

Preparo il mio corredo

ogni giorno nascondo lasciti

stipati in un bagaglio soltanto 

ricordi da scordare e memorie appassite

come rosa che incanta

di colore e di profumo

i pugni serrati in tasca

e lo sguardo oltre la montagna

dimenticheremo ogni cosa

parole e mestieri

amori e passioni.

Dimenticheremo ogni cosa.

Sestito Antonio Mario, Futile, 24 aprile 2019

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The Doors

The Doors

The End

“This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend
The end
Of our elaborate plans
The end
Of everything that stands
The end
No safety or surprise
The end
I’ll never look into your eyes
Again
Can you picture what will be
So limitless and free
Desperately in need of some stranger’s hand
In a desperate land…”

The Doors, The End, The Doors, 4 gennaio 1967

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Led Zeppelin

Led Zeppelin

The battle of evermore

“The pain of war cannot exceed
the woe of aftermath…”

Led Zeppelin, The battle of evermore, Led Zeppelin IV, 8 novembre 1971

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La “mia” casa (inedito)

[…]

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Ultimo, ma non meno importante… – Last, but not least… – Dernier, mais non le moindre…

da La casa – “Interni”:

“[…] tutto è dotato di un’estetica e di una dialettica – tecnicamente, dei mezzi di comunicazione – persino quando queste proprietà sembrino assenti o, addirittura, negate.

Persino la morte, sia vista in diretta sia mediata, comunque ne possiede […]

Tutto, dicevo, dalla morte in  giù, comunica  anche  attraverso  espressioni  estetiche  e   dialettiche – materiali, immateriali, mutevoli e peculiari che siano – anche qualora sembrino mancare e/o appaiano respinte al mittente […]”

from The home – “Interiors:

“[…] everything is endowed with an aesthetic and a dialectic – technically, the means of communication – even when these properties seem to be absent or even denied.

Still death, whether seen live or mediated, owns it anyway […]

As I said before, everything starting from death on, also communicates through aesthetic and dialectic expressions – which can be material, immaterial, unstable and peculiar – even when they seem to be absent and/or appear to be returned to sender […]”

de La maison – “Intérieurs:

“[…] tout est doté d’une esthétique et d’une dialectique – techniquement, les moyens de la communication – même lorsque ceux-ci semblent absents ou même refusés.

La mort encore, qu’elle soit vécue ou médiée, dispose toujours de ces propriétés.

Tout, comme j’ai dejà dit, de la mort vers le bas, communique aussi par des expressions esthétiques et dialectiques – matérielles, immatérielles, changeants et particuliers – même s’ils semblent manquer et / ou apparaît rejeté à l’expéditeur […]”

Roma, 2 novembre 2017

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La fotografia - mito e merce - 1a

Gerardo Regnani. “On [my] photography”

di

Gerardo Regnani

Fine – The end

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Indice dei post

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Welcome! (finalità del blog e cv dell'autore)

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Gerardo Regnani. “On [my] photography”ultima modifica: 2018-12-25T00:00:25+01:00da gerardo.regnani
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