Cassius Marcellus Clay Jr. vs Muhammad Ali – Una fotografia del mito

Cassius Marcellus Clay Jr. vs Muhammad Ali. Una fotografia del mito
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Il 17 gennaio 1942, a Louisville nel Kentucky, nacque Cassius Marcellus Clay Jr., ribattezzatosi poi Muhammad Ali in seguito alla sua conversione all’Islam. Morì il 3 giugno 2016 a Scottsdale, in Arizona, dopo una lunga malattia progressivamente invalidante.
È stato definito uno dei migliori e più apprezzati “pesi massimi” della storia, ma la ragione di questo testo non è legata alla celebrazione della sua carriera sportiva nell’ambito del pugilato. Si tratta, in effetti per me, di uno sport del quale poco saprei dire, se non che mi sembra un’emblematica rappresentazione della quotidiana lotta per la sopravvivenza, con il suo variegato chiaroscuro tanto di aggressività, di sopraffazione e di dolore, quanto di volontà, di ostinazione e di resistenza.
Il mio contributo non è quindi rivolto alla dimensione sportiva, piuttosto a quella umana. Lo farò prendendo a “pre-testo” una fotografia che lo ritrae. Un’idea che è nata, e lo riaccennerò meglio dopo, durante la visione di Richard Jewell, l’ultimo film diretto da Clint Eastwood, proiettato nelle sale proprio in questi giorni.
Più nel dettaglio, farò riferimento, tra l’altro, al più difficile e fatale “combattimento” della carriera di pugile di Muhammad Ali. Alla lotta tenace, dalla quale, purtroppo, alla fine, è uscito comunque sconfitto. Una sconfitta inflittagli dalla vita nella “forma” di un avversario temibile quanto e più di un tragico incontro di boxe, ovvero…: gli esiti infausti del Morbo di Parkinson.
Di questo, ma non solo, credo ci possa “parlare” la fotografia che propongo. Un’immagine per me oltremodo rappresentativa, anche per ragioni personali. Si tratta di un’istantanea apparentemente semplice che, però, almeno dal mio punto di vista, è invece esemplare della potenzialità – anche della fotografia, ma non solo – di portare “dentro” l’immagine un mondo altro, tutto esterno e magari addirittura estraneo e/o distante dalla raffigurazione.
Una qualità, comunque, instabile nel tempo, perché mutevole ad ogni nuovo sguardo, diverso e/o successivo.
Questo perché una fotografia, come può capitare a chiunque osservando una qualunque immagine, non è, in realtà, una semplice “casa di vetro”, eternamente immobile per giunta. Non lo è perché, anche ipotizzando di poterla idealmente vedere in trasparenza, senza la consapevolezza del “contenuto” del quale ho appena accennato, la ripresa fotografica, senza timore di essere eventualmente smentita, ci potrebbe “parlare” e “dire” di tutto, incontrastata, così come il contrario di tutto.
Sono altri, di fatto, e praticamente tutti sempre esterni, gli elementi che danno in effetti “voce” ad una fotografia e, in qualche modo, almeno temporaneamente, ne blindano apparentemente il possibile perimetro di lettura interpretativa. A partire dall’inquadratura, dalla cornice, dal contesto, dai riferimenti, dal portato dell’autore, etc. Sono infatti diversi – e variabili di caso in caso, di volta in volta, anche nella stessa raffigurazione (si pensi, ad esempio, e solo da un punto di vista tecnico, anche soltanto ad una minima variazione luminosa infragiornaliera) – i fattori che danno uno status, un universo simbolico, una chiave di decodifica, un senso, per lo meno momentaneamente, all’immagine.
In questa prospettiva e con questa consapevolezza, la fotografia che ho scelto di proporre e commentare è una di quelle pubblicate all’approssimarsi del decesso di Muhammad Ali. Nel ritratto l’ex-pugile appare ormai segnato e provato dalla malattia, contro la quale ha comunque combattuto almeno 32 anni, a partire dal 1984, anno nel corso del quale è stata posta, per la prima volta, la diagnosi della terribile malattia neurodegenerativa che lo ha poi portato inesorabilmente alla morte. Un cammino lungo e difficile, caratterizzato, nonostante il progressivo acuirsi dei disagi connessi con il suo stato morboso, comunque dalla voglia, come altri suoi “simili”, di (re)agire, ad esempio attraverso il sostegno alla ricerca, al fianco dell’attore Michael J. Fox, anch’egli affetto dalla stessa devastante patologia.
Ha (re)agito, accennavo, finanche mostrando a tutti il vero volto della malattia che lo stava sconfiggendo, aumentando, in tal modo, l’attenzione e la sensibilità sia dei media sia dell’audience anche su questa terribile e letale disfunzione neurologica. Al riguardo, molti ricorderanno la sua partecipazione, nel 1996, all’inaugurazione dei giochi olimpici di Atlanta (come accennavo inizialmente, è stato questo episodio, riproposto nel recente lungometraggio diretto da Clint Eastwood, il pretesto originario di queste mie riflessioni). Cerimonia nel corso della quale la sua scelta colpì l’opinione pubblica mondiale, in particolare per il visibile tremore alle mani catturato dalle telecamere mentre accendeva la torcia olimpica; cosa, questa, che mostrò al mondo intero la sua triste condizione clinica, ma, insieme, la sua intramontabile vena combattiva, la sua voglia di “tenere duro”. Un ruolo pubblico che ha svolto a lungo anche in seguito, ritirandosi quasi del tutto a vita privata solo negli ultimi anni di vita.
Una battaglia lunga, fatale, alla fine della quale ha perso comunque la vita, ma mai la sua dignità.
Fino all’ultimo, sino alla fine!
Fine della vita che, a partire dal Libro dei Morti degli egizi, alle Sacre Scritture, dalle narrazioni popolari alla letteratura etc. è stata una dimensione sempre di estremo interesse, alimentando miti, storie e leggende per tentare di comprendere e spiegare l’insondabile, il mistero del trapasso che tuttora l’avvolge.
La dimensione più arcana, oltre che la più temuta.
La morte e, prima di essa, una malattia con una diagnosi infausta fanno ovviamente particolarmente temere e pensare perché, per quanto tutto sembri essere sempre e comunque dotato, oltre che di un’estetica, anche di una dialettica – tecnicamente, dei mezzi di comunicazione (come ho già scritto anche altrove) – è proprio la fine dell’esistenza la contingenza che, per definizione, non ammette alcuna contrapposizione dialettica con chicchessia. È la dolente e immutabile negazione di qualsiasi confronto dialettico, senza pietà e/o sconti per nessuno. Sempre implacabile di fronte a chiunque e a qualunque forma di vita. Una penosa e triste liturgia della dissoluzione che rappresenta “il” paradigmatico controcanto dell’esistenza umana.
Così, immagino, l’ha probabilmente vissuta anche Muhammad Ali.
Ciò nonostante (forse per non perdere la speranza!), tutto ci appare comunque animato da questa cruciale tensione dialettica, persino quando questa proprietà sembri assente o, addirittura, evidentemente negata, come nel caso della morte o, prima ancora di questa, di una patologia incurabile e letale.
Come verosimilmente è stato, considerata la sua lunga lotta anche fuori dal “ring”, pure per l’ex-pugile americano.
Di fronte alla consapevolezza di una patologia particolarmente severa – per quanto curabile anche se, purtroppo, comunque non guaribile – e, più di ogni altra cosa, percependo l’inesorabile arrivo della fine, la triste sceneggiatura della sua esistenza residua, nonostante il suo spirito reattivo, è ipotizzabile che sia stata segnata, come per tanti altri, da una successione di momenti gelidi, non di rado amplificati proprio da una surreale assenza apparente di dialettica.
Tutto, dicevo, dalla morte in giù, in ogni caso comunica – anche attraverso espressioni estetiche e dialettiche, materiali, immateriali, mutevoli, peculiari, etc. – anche quando questa pratica rischia di ridursi ad uno sterile ed inutile esercizio perché le istanze dell’interlocutore sono palesemente inascoltate e, ancor peggio, respinte al mittente dall’ineluttabilità degli eventi.
Le varie forme espressive (letteratura, arti visive, etc.), riguardo a questo estremo tentativo di dialogo con la morte, offrono da sempre contributi di rilievo.
E la fotografia che ritrae Muhammad Ali, al pari di altri media, mi sembra rievochi anche questo, ma non solo.
Penso, tra l’altro, anche a quanto sulla tematica del fine vita si è detto e scritto attraverso i vari canali per mezzo dei quali comunica l’industria culturale, l’apparato delle grandi religioni – Induismo, Buddismo, Ebraismo, Cristianesimo, Islam – così come quello delle fedi “minori”, le formazioni politiche e così via.
Molti ricorderanno, per accennare brevemente al solo caso italiano, le tensioni trasversali sulla relativa legge, sul finire del 2017. Una dialettica, in particolare sul c.d. “testamento biologico”, a tratti anche aspra, che ha portato comunque ad un esito legislativo, sebbene, in parte, ancora non del tutto attuato.
Restando in tema, questo “testo”, questa fotografia, con il suo carico di pathos, veicola anche un invito a riflettere sulla nostra esistenza, sulla nostra fragilità, sul timore e, talora, sul terrore dell’arrivo – magari improvviso e prematuro – di una degenerazione fisiologica, di una fine angosciosa, dolorosa e magari violenta, singola quanto collettiva. Di fronte a tutto ciò, questo testo, questa immagine, mi sembra rievochi, ritornando a Muhammad Ali, anche la resiliènza dello sportivo, ma, soprattutto, dell’uomo che, sebbene ferito in modo irreparabile, ha mostrato anch’egli una capacità di reagire di fronte ai traumi, alle difficoltà, all’inesorabilità di una patologia comunque fatale.
Una persona ed una personalità che, come tanti altri eroi silenti del quotidiano, non ha ceduto al “fascino” della fine. Un’anima resistente che, pur non avendo un antidoto efficace contro la malattia che lo ha “imprigionato”, ha tentato in ogni caso di (re)agire con forza, con tenacia e costanza, piuttosto che essere complice inerme di una sorta di autodistruzione per lo meno precoce.
Questa fotografia, mi sembra inoltre capace di rinviare – per chi ne ha il sostegno e il conforto – all’aiuto offerto dalla fede, in particolare quelle che promettono una vita ultraterrena, una resurrezione [dal lat. tardo (crist.) resurrectio -onis, der. di resurgĕre «risorgere»], come nel caso del Cristianesimo o, ripensando nuovamente a Muhammad Ali, dell’Islam.
La resurrezione, in particolare, è uno dei princípi fondamentali della religione islamica:
“Dietro gli uomini, dopo la loro morte, vi sarà un barzakh [stadio intermedio, che durerà] fino al giorno in cui saranno risuscitati” (Corano, 32: 10-11).
Anche un’istantanea, la fotografia tout court, inclusa questa di cui sto scrivendo, sembra dunque in grado di condensare una “presenza”, pur testimoniando comunque un’assenza. Questa immagine sembra quindi in grado di rappresentare, almeno simbolicamente, una sorta di “resurrezióne”, quanto meno laica. Un risorgere, un ritornare comunque in vita dopo l’assenza, la dissoluzione, la morte, sebbene in una dimensione altra, meramente visiva.
Una credenza, accennavo, quella della resurrezióne, comune a più religioni, che la fotografia, insieme ad altro, sembra – apparentemente e da sempre – poter emblematicamente condensare in sé.
La fotografia, dunque, come una sorta di freezing parkinsoniano visivo, creata all’istante da una tecnologia benevola. La fotografia come una “specchio del reale”, in questo nostro presente fluido, indistinto, liquido e in continua mutazione e dissoluzione. La fotografia come un clone della “realtà” nel quale tempo e spazio sembrano annullati e l’essere raffigurato ci appare “congelato” per sempre, “pietrificato” dallo sguardo di Medusa della fotografia e diretto, almeno in immagine, verso un possibile infinito. Una specie di immortalità tecnologica, per lo meno virtuale. Una dimensione senza fine, una sorta di controffensiva di fronte all’esile filo dell’esistenza umana. Dopo di essa nessuno verosimilmente lascerà delle “vere” tracce di sé, ma, e a volte non è poco, potremo magari ricevere in eredità qualche simulacro visivo. Altrimenti detto: un fantasma, ovvero …una fotografia, come quel che ci resta, in fondo, di Muhammad Ali.
La fotografia, da questo punto di vista, testimonia quindi anche una strategica e indispensabile” confluenza storica di più fattori tecnologici, culturali, filosofici, etc. In proposito, il sociologo Alberto Abruzzese, durante le sue lezioni, ricordava talvolta che ci sono talora elementi anche molto diversi tra loro – per l’appunto: culturali, sociali, scientifici, tecnologici, etc. – che, in un dato momento storico convergono e fanno emergere un (in questo caso emblematico) nuovo medium che, “sgomitando”, andrà a posizionarsi tra – e/o a scalzare – quelli preesistenti. Così è stato anche per la fotografia, a partire dalle prime, remote scoperte sulle forme di ossidazione di materiali fotosensibili sino alla dichiarazione, da sempre oggetto di controversie, della sua nascita ufficiale nella Francia della prima metà dell’Ottocento.
La fotografia, compresa quella che raffigura Muhammad Ali, è sicuramente l’esito di questo processo di convergenza ed evoluzione multidisciplinare e multidimensionale (anche culturale). La fotografia, plausibilmente, rappresenta dunque anche una forma di reazione “umana” di fronte al dissolversi delle certezze della precedente Era moderna. Una specie di sinergica reazione multifattoriale di fronte al tabù della morte, ma non solo. Una risposta apparentemente in linea con la tipica cultura postmoderna contemporanea. Una dimensione nella quale sembrano ormai caduti inesorabilmente tutti i credo e gli “ismi” preesistenti. La fotografia, come altri media quindi, come un (blando) pseudo-medicamento contro la dissoluzione della morte. La fotografia come una sorta di strategia della resistenza, una “tecnica alternativa” di sopravvivenza. Un piano d’azione e di opposizione per immagini che tenta una specie di decostruzione della morte, cercando anche di spostare l’attenzione, piuttosto che sulla morte comunque immanente all’essere vivente di volta in volta raffigurato in una fotografia, al messaggio di speranza e al sogno di infinito che sembra condensato proprio nell’immagine dell’assente.
E, così facendo, in una prospettiva anche “funzionale”, si può tentare di spostare lo sguardo anche sulle cause e sulla possibile lotta alla degenerazione del corpo materiale, come nel caso di patologie gravi, quali quella che ha infine ucciso Muhammad Ali. “Incidenti”, le malattie, che sono sempre contingenti, talvolta inevitabili e non sempre tecnicamente, razionalmente e utilmente aggredibili, come nel caso di una prognosi infausta affrontata con un (inutile) “accanimento terapeutico”.
E, quando la vita ci prova che non c’è comunque nulla da fare, all’opposto, attraverso la fotografia si prova pragmaticamente ad attuare una strategia inversa: una sorta di parziale o totale decostruzione dell’immortalità. Se non si può non finire, anche con la messa in atto di questa specie di “cura palliativa” che sembra essere la fotografia, si può almeno provare a resistere, a durare, per quanto possibile, più a lungo nel ricordo, nella traccia fotosensibile di un’immagine/reliquia.
Una strategia bifronte, oscillante, ambivalente, che, se da un lato sembra mirare all’eternità, dall’altro, tende apparentemente in modo paradossale, a “dare forma” proprio all’annullamento della speranza insita nella fotografia stessa intesa come “rifugio”, come idea di infinito. Un’eternità impossibile in un presente magmatico fatto di continue transitorietà, nel quale tutto si mescola e si confonde. Un tempo incerto e indefinito, dove nell’incessante susseguirsi di un prima e di un dopo, il qui ed ora è forse l’unica “sostanza” che ci rimane. Un fragile e minuto appiglio residuo, considerato che, ormai, l’Eterno di un tempo sembra non contare e non darci più sostegno e forza come in passato.
E la fotografia di Muhammad Ali è, per me, anche un piccolo condensato di questo continuo ed incessante equilibrio precario del quotidiano, oscillante, a tratti, tra l’effimero del presente e il sogno, la speranza di un attimo di infinito.
Fosse anche solo attraverso la visione di una piccola …fotografia.

Roma, 17 gennaio 2020

G. Regnani

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Cassius Marcellus Clay Jr. vs Muhammad Ali – Una fotografia del mitoultima modifica: 2018-12-26T12:01:21+01:00da gerardo.regnani
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