HANS KUNG È MORTO – FAMOSE LE SUE CRITICHE VERSO LA CHIESA – Hans Kϋng e l’eutanasia – Una fotografia della battaglia del teologo svizzero per una “buona morte” (recensione)

È MORTO IL TEOLOGO HANS KUNG

Lo studioso svizzero, morto il 6 aprile 2021 all’età di 93 anni, aveva spesso criticato le posizioni della Chiesa. Ne ho parlato nel post:

Hans Kϋng e l’eutanasia
Una fotografia della battaglia del teologo svizzero per una “buona morte” (recensione)

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Hans Küng, 19-03-2018 (dpa/picture alliance/Marijan Murat)

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Sono diversi, anche per ragioni personali, gli elementi alla base di questo testo. Tra i primi c’è la ricorrenza del 9 febbraio dedicata alla “Giornata nazionale degli Stati Vegetativi” (“SV”) e una recente rilettura del noto saggio di Hans Kϋng intitolato “Morire felici? Lasciare la vita senza paura”. A questi si aggiunge, sotto forma di possibile colonna sonora, un brano di Otis Taylor, intitolato “Resurrection Blues”, tratto dall’album “White African” del 2001. Si tratta di un’interpretazione intensa dedicata a persone colpite da patologie severe ed infauste e alle loro sofferenze prima della fine. Ne consiglio l’ascolto perché, più delle mie parole, ne chiarirà meglio i contenuti e il senso (cfr.: https://www.youtube.com/watch?v=8OG8Fjv42nM). Un ulteriore elemento di questo piccolo mosaico è rappresentato da una fotografia. Propriamente da un primo piano pubblicato il 19 marzo 2018 da un giornale tedesco. Ed è proprio intorno a questa fotografia, che ho immaginato come un “testo” paradigmatico, che ruotano i riferimenti e le riflessioni che seguono. L’immagine che ho scelto ritrae lo studioso svizzero Hans Kϋng all’età di 90 anni (cfr.: dpa/picture alliance/Marijan Murat – https://www.deutschlandfunk.de/zum-90-geburtstag-von-hans-kueng-bis-an-den-rand-der.886.de.html?dram:article_id=413072). Un compleanno particolare, quello del 2018, se si tiene conto di quanto il saggista ha diffusamente affermato sia nel testo al quale faccio riferimento (la prima edizione è del 2014) sia in precedenza. Di questo, ma non solo, ho immaginato potesse “parlarci” questa (apparentemente) semplice fotografia, assumendo anche la funzione di simulacro sostitutivo dell’analogo in essa raffigurato. Aggiungo, riadattando qui le riflessioni di Luigi Ghirri sulla prima immagine della Terra scattata dallo spazio, che ho attribuito anche a questa fotografia di Hans Kϋng la capacità di condensare una varietà di senso, proveniente dall’esterno e incollatole “dentro” perché, come accennavo, risultasse funzionale alla destinazione d’uso che ho accennato. Una fotografia, aggiungo ancora, che potrebbe comunicare – come qualunque altra immagine apparentemente senza parola – grazie alla sua connaturata “ventriloquìa”. La ventriloquìa, lo ricordo, è la capacità propria del ventrìloquo, che ha l’abilità di parlare a bocca chiusa e tenendo le labbra immobili, così da far sembrare che non sia lui a parlare ma che le parole vengano “da fuori”, da altri/o, insomma; addirittura, da fantocci, pupazzi, marionette, etc. Oppure, se percepite come interne, che abbiano origine dal suo ventre (di qui il nome). Ed è proprio partendo dal suo “ventre”, ossia dal protagonista di questo ritratto, che, per attingere senso, l’immagine sembra dover necessariamente rinviare ad un altrove sostanzialmente esterno ad essa. Una dimensione multipla, tra il terreno e il trascendente, gravida di rimandi, contingenti e non. Una sorta di simbolico sguardo diasincronico a più dimensioni, che questa immagine mi sembra in grado di poter veicolare, dicevo, dall’interno verso l’esterno. Verso l’osservatore, in sostanza. Una sorta di metaforica Stele di Rosetta che potrebbe anche fungere da “chiave” per tentare – nel caso servisse – di interpretare e valutare criticamente il divieto della Chiesa e dello Stato intorno al quale si articola la battaglia per la dignità del teologo svizzero descritta in questo suo saggio.
Ma, prima di proseguire, ricordo che la ricorrenza del 9 febbraio è dedicata alla sensibilizzazione sui temi della cura e dell’accompagnamento dignitoso verso il fine vita delle persone in SV. L’iniziativa è stata istituita nel 2011 dall’allora ministro della Salute Ferruccio Fazio, su istanza di alcune associazioni di categoria nazionali, tra le quali l’Associazione “Vita Vegetativa” (“Vi.Ve.”), che avevano proposto proprio questa data, in ricordo della morte di Eluana Englaro, avvenuta il 9 febbraio del 2009. Restando in tema, di quel caso ricordo, tra l’altro, che in più occasioni ebbi l’impressione che alcune sue fotografie fossero usate capziosamente – “adattandole” a necessità contingenti e funzionali – attraverso versioni/tagli diversi di una stessa fotografia originaria.
Detto questo, prendendo spunto proprio dal fotoritratto di Hans Kϋng, proverò a soffermarmi su alcuni passaggi del suo denso saggio, dedicato alla sua presa di posizione sul tema dell’eutanasia. Il testo, tradotto in italiano da Chicca Galli e pubblicato da Rizzoli nel 2015, è, a mio parere, anche una sorta di testamento spirituale e biologico del teologo e presbitero svizzero. Uno studioso noto al mondo anche come uno dei più autorevoli critici della Chiesa cattolica, oltre ad essere uno dei padri della Fondazione per un’etica mondiale e dell’Istituto per un’etica mondiale.
Un primo interrogativo, basato su una densa antinomìa, che la fotografia che lo ritrae sembra veicolare è la seguente: la morte e la felicità sono diametralmente contrapposte? L’autore, nel saggio, risponde in forma indiretta, ricordandoci che la felicità non è un moto perpetuo. Tecnicamente, non siamo stati fabbricati in modo da poterlo essere perennemente. Una possibile e sperabile opzione, si chiede, potrebbe piuttosto essere una sperabile serenità di fondo, che alimenti – magari sino alla fine – la speranza? Un sostegno auspicabile soprattutto nei momenti più difficili, ad esempio, di fronte all’evidenza della fragilità dell’esistenza umana.
Fragilità che alcune dolorose esperienze personali, accennate a più riprese nel testo, hanno comunque rafforzato nell’autore la convinzione – affetto, tra l’altro, dal Morbo di Parkinson, come forse rivela una certa rigidità e fissità del suo sguardo – che un obiettivo fondamentale nel corso della vita debba essere saper cogliere “il momento giusto” per farla finita. Un obiettivo strategico, in un’ottica di autodeterminazione. Ancor di più, nel caso di patologie particolarmente severe, considerando l’eventualità di ritrovarsi a protrarre indefinitamente la propria esistenza in condizioni di estremo disagio. Un protrarsi della vita senza poter avere la possibilità di scegliere consapevolmente una fine desiderata e realmente affidata alla propria volontà e, cosa non secondaria, alla propria responsabilità. Un’alternativa cosciente, rispetto all’ipotesi di una c.d. “vita senza valore” – non nel senso, ovviamente, che a suo tempo intendevano le S.S. – per poter eventualmente considerare consapevolmente la scelta o meno di una morte anticipata (e di quanto), anche sulla scorta della tecnologizzazione crescente della medicina. Penso, al riguardo, a temibili derive, quali, in particolare, il c.d. “accanimento terapeutico”.
Il ritratto fotografico di Hans Kϋng sembra quindi “testimoniare” la volontà ferrea dell’autore – per lo meno sino alla stesura del saggio – di decidere autonomamente e coscientemente sei “spegnersi” all’arrivo del momento buono e, cosa non meno importante, in maniera dignitosa. Evitando, ad esempio, la temibile dimensione evolutiva ed inconsapevole di uno SV. Un’eutanasia precoce e governata (una forma di suicidio ragionato, aggiungo), optando in modo conscio per una morte “dolce” e, per quanto possibile, “serena”. Attuata sia attraverso la forma attiva della riduzione/interruzione dell’alimentazione/idratazione (c.d. “eutanasia passiva”) sia per mezzo della forma passiva, con l’aiuto di un medico (c.d. “eutanasia attiva”). Quest’ultima, in particolare, è quella che interessa preminentemente il teologo elvetico. Un atto responsabile, ha riaffermato l’autore nel 2013, di deliberata “restituzione” della vita ricevuta in dono al Creatore. Senza attendere che avvenga, ad esempio, nelle nebbie inconsapevoli di una demenza intanto sopraggiunta. Non un autoassassinio, bensì un esito della vita desiderato e, con i limiti del caso, “armonioso”. Ispirato, secondo Hans Kϋng, anche al dettato biblico. L’autore, in merito, ricorda che nel “Qohélet” dell’Antico Testamento è scritto che esiste un tempo per vivere ed uno per morire. Un momento per finire che, per ogni cristiano che crede nell’Aldilà, è il preludio per una “nuova vita”, piuttosto che l’incipit di un tragico e definitivo svanire nel nulla. E, soprattutto, prima di cadere eventualmente in uno SV, avendo perso il momento opportuno.
Come il ritratto di Dorian Gray, anche l’istantanea/specchio che ritrae Hans Kϋng – se osservata “in trasparenza” – potrebbe forse rivelare l’ansia che l’autore ha già manifestato pubblicamente in più occasioni (interventi, lezioni universitarie, interviste, etc.).
Un dato è certo, e possiamo “dedurlo”, indirettamente, proprio da questa fotografia che ritrae Hans Kϋng nel 2018, anno del compimento dei suoi 90 anni (è nato il 19 marzo del 1928). Questa fotografia rappresenterebbe, in effetti, una sorta di “certificato di esistenza in vita” dell’interessato, almeno sino alla data del 19 marzo 2018. La fotografia, che in questo caso fungerebbe da documento, ci autorizzerebbe dunque a supporre che sino a quel momento il protagonista non avesse ancora “attivato” l’opzione della quale ci ha parlato ripetutamente nel testo. Spero sia così tuttora, semplicemente perché sia sufficientemente in salute da poter rinviare serenamente e ancora a lungo quest’opzione e non, come temeva scrivendo il libro, perché si sia perso l’attimo giusto. Ricordo, in tema, che Hans Kϋng, da tempo, è membro dell’associazione elvetica “Exit”, l’organizzazione forse più nota al mondo, specializzata nell’accompagnare alla fine malati inguaribili che vogliono essere aiutati a morire (cfr. link: https://exit.ch/it/chi-e-exit/). Una morte desiderata che, di fronte ad una vita distrutta definitamente da sofferenze insopportabili, non va necessariamente considerata come “prematura”.
In questi casi, ci ricorda l’autore, la morte non per forza deve sempre assumere le vesti di una nemica dell’essere umano vittima di sofferenze indicibili.
Un’opzione, quella del suicidio assistito, che, in un’ottica di responsabilità, lo ha portato ad affermare che la vita, in quanto dono divino, attraverso l’eutanasia viene restituita intenzionalmente al suo “donatore”.
Un dio comprensivo, piuttosto che un tiranno cieco che preferisca anteporre, sempre e comunque, la rivendicazione del proprio potere sull’umanità, piuttosto che concedere alla persona che crede in lui di autodeterminarsi, in particolare, in momenti delicati e dolorosi come quelli ai quali sto accennando. Un congedarsi anticipatamente dalla vita prima che sia troppo tardi, quindi. Non un atto di ribellione nei confronti della Chiesa – né dello Stato, aggiungo – ma, piuttosto, un gesto consapevole, responsabile e rispettoso anche nei confronti di chi resta (i familiari, prima di tutto). Hans Kϋng nel libro ha affermato anche che la leadership della Chiesa è “rimasta indietro” al riguardo, non tenendo neanche debitamente conto dell’allungamento della vita media.
Una Chiesa che, salvo qualche eccezione, ha comunque aggiornato e ammorbidito la sua posizione, ad esempio, nei confronti dell’eutanasia passiva. Si pensi, in particolare, a quei malati gravi che, per farla finita, rinunciano coscientemente ad alimentarsi e idratarsi per giungere ad una c.d. “morte naturale”. Per quanto concerne lo Stato, almeno in Italia, dal 31 gennaio 2018 – con l’entrata in vigore della Legge 22 dicembre 2017, n. 219 sul c.d. “testamento biologico” – è possibile dare disposizioni anticipate di trattamento (“D.A.T.”) a tutela della propria volontà anticipata di interrompere eventuali forme del già citato accanimento terapeutico. Disposizioni vincolanti, preciso, valide nel caso in cui l’interessato non possa esprimerle liberamente nel momento nel quale dovessero poi servire.
Aggiungo che, attualmente, in Italia l’eutanasia attiva è ancora un reato, perseguibile ai sensi degli articoli del Codice Penale n. 579 (‘Omicidio del consenziente’) o n. 580 (‘Istigazione o aiuto al suicidio’). Diversamente, il suicidio medicalmente assistito, in determinati casi, e la sospensione delle cure – o eutanasia passiva – sono un diritto inviolabile, in base all’articolo 32 della Costituzione e alla citata Legge n. 219/2017. Con la campagna “Eutanasia Legale” promossa dall’Associazione Luca Coscioni, il 3 marzo 2016, per la prima volta nella storia del Parlamento italiano, è iniziato il dibattito sulle “Norme in materia di eutanasia” senza, tuttavia, giungere ancora ad una votazione. Nel gennaio del 2019 il Parlamento ha ripreso il dibattito sotto la spinta della Corte Costituzionale, ma, tuttora, non è stato definito un testo base (cfr. link: https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-facciamo/fine-vita-e-eutanasia/eutanasia/).
Su un binario parallelo – o “a monte”, dovremmo forse chiederci? – la Chiesa è anch’essa tuttora irremovibile riguardo all’eutanasia attiva, con tutte le ripercussioni che ne derivano. Si pensi, in particolare, a tutti quei credenti affetti da patologie dolorose e/o invalidanti, con diagnosi irreversibili ed infauste e, non ultimi, ai relativi care givers. Un dogma, quello dell’inammissibilità della morte volontaria, che rinforza l’idea di un dio assolutistico, insensibile di fronte alla palese disumanità del divieto che viene imposto ai suoi “figli” e, di riflesso, a coloro che sono legati affettivamente.
Il ritratto fotografico del novantenne Hans Kϋng sembra poter condensare simbolicamente e restituire, anche indirettamente, anche questo, ma non solo.
L’autore, infatti, nel testo ha inoltre sottolineato che l’eutanasia attiva riguarda anche altri delicatissimi ambiti, non ultimo, quello della dignità della persona interessata. Permettendole, ad esempio, di “morire bene”, magari a casa propria e/o circondata dai propri affetti e/o avendo avuto, così, il modo ed il tempo adeguati a sistemare tutto quanto era necessario sistemare.
E non è tutto!
L’eutanasia attiva è una scelta consapevole, ha aggiunto poi Hans Kϋng, che permetterebbe anche un congedo per quanto possibile “sereno” e, quindi, più in armonia con la dottrina cristiana in previsione dell’Oltrevita. Un trapasso meno duro, non preceduto da un commiato “amaro”, poco dignitoso, disumano e magari persino inconsapevole perché imbrigliato, per fare un esempio, nelle sabbie mobili di una demenza nel frattempo eventualmente sopraggiunta. Come è noto, ci sono patologie talmente severe da risultare capaci di mettere a dura prova, oltre l’interessato, anche chi se ne prende cura, talora anche per molti, molti anni. Una dimensione, ha ricordato l’autore riferendosi ad un caro amico, che può alterare in modo radicale, oltre l’organismo, anche la personalità di chi ne è vittima, tanto da precludergli progressivamente anche le relazioni e i legami intellettuali preesistenti, riportandoli ad uno stadio primordiale, prevalentemente emotivo. Uno spaventoso mondo altro, nel quale la mente si dissolve progressivamente a differenza, talvolta, della residua, persistente sensibilità fisiologica. Un limbo inquietante nel quale le persone che vi precipitano sembrano non esistere più. Una sorta di girone dantesco dove via via si dissolve, oltre alla persona, anche la sua dignità, precipitando la vittima in un abisso di disumanità. Situazioni al culmine delle quali, in assenza di forme adeguate di suicidio assistito – non di rado, secondo le statistiche citate dall’autore – si fanno strada drammatiche e ancor più umilianti e disumanizzanti soluzioni finali autogestite, quali la citata eutanasia passiva e il suicidio “fai da te”. O, per chi potesse eventualmente permetterselo, scegliere di farsi uccidere da un incaricato di Exit in qualche anonimo e squallido posteggio di una stazione o di supermercato elvetico o, salendo di gradiente e sempre per chi potesse eventualmente permetterselo, in una location più dignitosa, come, ad esempio, una camera d’albergo d’Oltralpe. Senza dimenticare, per chi non avesse altra scelta di fronte alla sofferenza annosa ed irrisolvibile di una persona cara, l’eventualità di dover valutare di arrivare persino a compiere un… omicidio. Una scelta dolorosa ed estrema quest’ultima, come sottolinea anche Hans Kϋng, illegale quanto, in determinate situazioni, moralmente legittima.
Da ultima, ma non ultima, in questa dimensione così spinosa, non va dimenticata la zona grigia tra l’eutanasia attiva e quella passiva. Un confine non di rado incerto, plausibilmente più facile da distinguere e definire in astratto, piuttosto che in concreto. Si pensi, ad esempio, alla prassi consentita dalla legge e tollerata dalla Chiesa – benché possa risultare comunque molto dolorosa e/o, in ogni caso, penosa – di lasciar morire di fame o di sete una persona, mentre è tuttora considerata un reato la somministrazione di una dose letale di morfina (per quanto possa risultare meno traumatica oltre che più dignitosa). Ne deriva che, sovente, l’eutanasia attiva venga – discrezionalmente, s’intende – comunque praticata caritatevolmente da qualche medico sensibile, purché, ufficialmente, non se ne parli (anche per evitare possibili conseguenze, quali: sanzioni dell’ordine dei medici, procedimenti giudiziari, etc.).
Gli occhi dell’uomo ritratto in questa immagine, anch’egli affetto da una severa patologia neurodegenerativa (ma non solo), hanno quindi visto e/o “sperimentato”, almeno in parte, questo delicatissimo e triste scenario che, idealmente, traghettano – attraverso questa fotografia – sino all’osservatore.
Viceversa, aggiungo, la possibilità di poter liberamente considerare l’opzione dell’eutanasia attiva senza temere di infrangere né le leggi della Chiesa né quelle dello Stato, potrebbe anche portare ad un esito – almeno momentaneo – anche diametralmente opposto. Più precisamente, la persona interessata, sentendosi avvicinare “il” momento – e sapendo di essere nella piena libertà di autodeterminarsi – di fronte all’ignoto, alla paura del non-essere e, in ogni caso, d’innanzi alla mostruosità del darsi la morte deliberatamente – sebbene indirettamente, ad esempio, attraverso un’iniezione letale di morfina praticatagli da un medico compassionevole – potrebbe anche cambiare o, per lo meno, rivedere/rimandare per lo meno temporaneamente la realizzazione della sua idea originaria.
E scegliere, così, eventualmente di continuare, magari momentaneamente, ripeto, a lottare, … a vivere!
Un’autodeterminazione ampia e più dignitosa, dunque, libera di esprimersi senza barriere di fronte ad una sofferenza grave e irrimediabile – come nel caso, ad esempio, di una situazione di inefficacia anche delle cure palliative (dal latino pallium, ‘mantello’) – con le sue dolorose e, talora, tragiche implicazioni.
Come mi auguro possa forse essere successo – pur in assenza di novità formali tanto sul fronte religioso quanto su quello civile e penale – al protagonista di questo emblematico (almeno per me, lo ribadisco) ritratto fotografico. Uno scenario che, auspicabilmente, ha portato Hans Kϋng a valutare come ancora “prematura” l’opzione dell’eutanasia attiva precedentemente più volte ventilata.
Una scelta che il teologo ha comunque precisato essere legata ad una sua questione strettamente personale, non attribuibile, quindi, né alla Fondazione per un’etica mondiale né all’Istituto per un’etica mondiale ai quali è stato comunque legato sin dalla fase fondativa.
Un percorso ed una battaglia per la dignità, quelli di Hans Kϋng, che ho tentato, pur con tutti i limiti miei e del caso, di descrivere sulla scorta delle impressioni stimolate dal suo ritratto fotografico.
Impressioni che si potrebbero forse sintetizzare nel motto: la mia vita, così come la mia fine, sono mie, soltanto… mie!
Roma, 9 febbraio 2020
G. Regnani
Appendice 1
Otis Taylor – Resurrection Blues (album: White African)
We all got to die
But some people
Some people
Some people got to suffer before they die
This about a man
He’s gonna be crucified
Some people die of cancer
Some people die of AIDS
But this man’s gonna be crucified
Woke up this morning
In a deep deep
a deep sleep
I found out
I found out
I found out
I was Jesus
I don’t want to be crucified
Don’t want
Thorns on my head
Don’t want
Walk among the dead
I don’t want to be
Jesus
Jesus
Jesus
Woke up this morning
from a deep deep
a deep sleep
I found out
I found out
Found out
I was Jesus
I can’t break bread
Feed a thousand people
Turn sweet water
Into wine
Been on this earth
Too long of a time
Don’t want to be
Jesus
Jesus
Jesus

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HANS KUNG È MORTO – FAMOSE LE SUE CRITICHE VERSO LA CHIESA – Hans Kϋng e l’eutanasia – Una fotografia della battaglia del teologo svizzero per una “buona morte” (recensione)ultima modifica: 2021-04-07T00:03:31+02:00da gerardo.regnani
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