“AUTORITRATTO” – PENSIERI “PER” IMMAGINI E SUONI SULLA DISABILITA’

“Autoritratto”

La malattia è una forma di comunicazione? Pensieri “per” immagini e suoni sulla disabilità

(video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A – la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto)

per altri porti Verrai a piaggia (Dante)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

Tutto è dotato di un’estetica e di una dialettica – tecnicamente, dei mezzi di comunicazione – persino quando queste proprietà sembrino assenti o, addirittura, negate.

Persino la morte, sia vista in diretta sia mediata, comunque ne possiede. L’angosciante sceneggiatura, è di norma caratterizzata da una successione di momenti agghiaccianti, non di rado contraddistinti da una surreale assenza apparente di dialettica. La morte, del resto, è una contingenza che non ammette – per statuto – alcuna contrapposizione dialettica con chicchessia. È la dolente e immutabile negazione di qualsiasi confronto, senza pietà e/o sconti per nessuno. Sempre implacabile di fronte a qualunque forma di vita.

Tutto, dalla morte in  giù, comunica  anche  attraverso  espressioni  estetiche  e   dialettiche – materiali, immateriali, mutevoli e peculiari che siano – anche qualora sembrino mancare e/o appaiano respinte al mittente.”

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto- video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

“La casa, con il suo carico di mito e di stereotipi, è certamente un caso esemplare, offrendo una così ampia scelta di varianti estetico/dialettiche, tale da comprendere le espressioni più disparate e, talora, anche antitetiche. Tra le tante opzioni del mito – si può partire da quella che interpreta la casa come un luogo fisico e/o spirituale sereno. Un magico scrigno fatato, un ambiente felice dove custodire, curare e condividere al meglio i nostri “tesori” più preziosi e rappresentativi. Primi, fra tutti, i nostri cari.

E così è, di solito.

Ma per altri “beni” meno graditi, come le ferite profonde che la vita, purtroppo, a volte ci infligge e che la casa può e/o deve comunque ospitare, salvaguardare, sembra si riproponga, frequente, una certa tendenza omertosa, un mettere in ombra. Si pensi, tra tanti possibili dolori, a: un sentimento molesto, un crollo emotivo, una tossicodipendenza, un handicap e, non ultima (anche per ragioni personali), una patologia severa. In questi casi, la reticenza accennata può nascondere, dietro la cortina fumogena del modello positivo della casa, qualcosa di diametralmente opposto, ovvero uno spazio di segregazione, di isolamento e di abbrutimento.”

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto – video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

“La casa può rivelarsi come un luogo insalubre che è meglio sfuggire. Una palude stagnante di sofferenza psicofisica dove, per le ragioni più svariate, si tende a nascondere e relegare, piuttosto che mostrare, quegli “interni” sgraditi che la sorte, purtroppo, talvolta ci fa vivere e subire.

Lo stereotipo, quindi, che la immagina da sempre quasi esclusivamente in chiave positiva – fondato quanto, forse, frusto – potrebbe/dovrebbe, se del caso, essere integrato/rivisto con l’idea opposta, di una dimensione talvolta meno benevola e fortunata. Un luogo fisico/astratto (altrettanto) possibile, certamente meno appetibile e invidiabile, perché talora ospita anche l’inferno terreno della malattia.”

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto – video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

“La malattia intesa come la frazione più buia e terribile dell’esistenza e la casa come luogo di sofferenza, di dolore, pur rimanendo comunque un presidio di tenace opposizione alle avversità della vita e, comunque, simbolico baluardo di fiducia nel futuro.

La salute non è la pura e semplice assenza di malattia, bensì lo stato di completo benessere fisico, psichico e sociale della persona.

Benessere psicofisico e sociale che una diagnosi infausta, evidentemente, nega e tende a dissolvere, “armata” com’è spesso, similmente alla morte, di un’antidialettica amara e crudele. Un’indisponibilità ferrea alla mediazione, talora “rinforzata” da un’estetica altrettanto drammatica e priva di tatto, che, invece di mitigare, può, viceversa, accentuare ulteriormente lo stato di malessere e di disagio in cui vive lo sfortunato protagonista.”

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto – video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

“La malattia è una forma di comunicazione?

La malattia, attraverso il progressivo degradarsi del corpo, è vista, in particolare, dal ricercatore ed antropologo R.F. Murphy come un penoso grimaldello che apre le porte ad una dimensione altra, ad una sorta di fuga dal mondo, che interrompe e sconvolge gli abituali ruoli sociali e fa assumere una veste nuova al malato. Questa situazione, in relazione alla severità della patologia, lo esonera, in parte o del tutto, dai suoi precedenti doveri sociali. È una dispensa collegata, però, ad una specifica contropartita (ideologica, verrebbe da chiedersi?), ossia: fare tutto il possibile per ristabilirsi. Ciò, perché anche l’infermità deve sottostare a delle regole sue e specifiche, paradossalmente persino quando queste non possano essere o non serva più che siano, comunque, rispettate.”

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto- video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

“Radicalizzando, si pensi, in particolare, al c.d. “accanimento terapeutico” e, più in generale, a quei percorsi terapeutici che assumono forme di parossismo tali da rasentare la schizofrenia, come nel caso di patologie che, talvolta, per quanto curabili, non siano comunque guaribili. Il malato non ha comunque scelta, caricato, come è, dell’onere di fare ogni sforzo possibile per migliorare il proprio stato di salute. Qualunque carenza, un cedimento qualsiasi può essere letto come un’assenza d’impegno, persino come un segno indesiderato e/o prematuro di abbandono.

In questo sottobosco culturale, la cosa più ardua resta comunque il dover subire il progressivo dissolversi della propria indipendenza di scelta, perché, come malati, ancor più se disabili, si dipende, purtroppo, più o meno completamente dagli altri.”

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto- video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

“Si sperimentano così, amaramente, un costante calo dell’autostima e un’incursione progressiva e spietata – una vera e propria usurpazione – della mente ad opera della malattia. Insieme cresce anche una rabbia smisurata, alimentata dalla triste consapevolezza di aver acquisito un’inedita, quanto sgradita, diversità. E, passando dall’incredulità dello scoprirsi malato al fare progressivamente esperienza della disabilità, la malattia tocca corde intime delicatissime, alimentando un’ira esistenziale per un’afflizione senza fine e un crescente desiderio di ribellione nei confronti del mondo intero. Sebbene possano essere infondati, tendono irrazionalmente ad emergere anche un’odiosa sensazione di colpevolezza, mista a vergogna.

La persona disabile sperimenta inoltre l’ulteriore forma di imbarazzo e di rancore legata, in particolare, a quelle circostanze nel corso delle quali sono più o meno visibili le proprie difficoltà (motorie, dialettiche, mnemoniche, etc.), con l’inevitabile mortificazione del doverle comunque affrontare/mostrare. Si pensi, per quanto banale sia, ai comuni atti di vita quotidiana.”

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto – video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

“L’emergere della malattia comporta, pertanto, una continua riconsiderazione e rimodulazione quali/quantitativa del proprio ruolo sociale, con inesorabili e, talvolta, pesanti riflessi sul proprio microsistema relazionale di riferimento. Un potenziale, graduale, sgretolarsi dei rapporti sociali e il conseguente ritrarsi dai contesti potenzialmente più ansiogeni e, in generale, dai contatti con gli altri. Il diradarsi progressivo delle relazioni precedenti l’insorgenza della patologia disabilitante può essere talora compensato dalla ricerca di nuovi affetti, magari … tra i “propri simili”. Il malato è dunque costretto a ridiscutere tutto, in un incessante e intenso confronto tra il proprio io e gli altri, tra se stesso e quanto lo circonda, ma, soprattutto, tra se stesso e … se stesso!

In questa prospettiva, la progressiva perdita di autonomia, posta in relazione con il proprio mondo, prende inevitabilmente il sopravvento, divenendo via via “la” condizione centrale del quotidiano di una persona disabile.”

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto – video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

La dipendenza dalla malattia è molto più di una semplice dipendenza fisica dagli altri, perché genera una sorta di relazione sociale asimmetrica che è onnicomprensiva, esistenziale e per certi versi più invalidante rispetto alla menomazione fisica in sé. E non è tanto uno stato del corpo quanto uno stato della mente, una condizione che deforma tutti i legami sociali e contamina ulteriormente l’identità di chi è dipendente. La dipendenza invade ed erode le basi [N.d.R.] sulle quali si fondano le relazioni sociali.”  (R.F. Murphy)

Un assalto crudele che mette a dura prova – e su più fronti – sia la “vittima prescelta” sia i suoi legami sociali ed affettivi, persino quelli più forti e duraturi.

Durante l’evolversi della patologia il malato saggia, tra l’altro, il concetto di liminalità, ovvero quella condizione di passaggio da una situazione sociale – di norma migliore, non solo dal punto di vista della salute – ad un’altra. Ed è proprio nel transito tra le due condizioni che si incontra questa dimensione liminale, questo “limbo sociale” popolato di vite indefinite e sospese “a mezzaria”. Una dimensione frustrante nella quale coloro che sono affetti da una patologia severa:

[…] non sono né malati né sani, né morti né pienamente vivi, né fuori dalla società né totalmente partecipi. Sono esseri umani, ma i loro corpi sono deformati o malfunzionanti, lasciando nel dubbio la loro piena umanità […] tutt’altro che devianti, sono il controcanto della vita quotidiana.” (R.F. Murphy)

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto – video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

“Per considerare appieno l’infermità, non basta analizzare la sola componente sociale, perché non rende compiutamente la varietà e l’articolazione pluridimensionale della malattia, composta, come è, da esperienze, relazioni, emozioni, contesti, simboli, significati, etc. Una multidimensionalità che – connaturando in più modi l’ontologia della malattia, la sua immanenza nell’esistenza  umana – interessa più ambiti: il sapere scientifico, il rapporto personale con la propria fisiologia, le relazioni tra l’individuo e la circostante realtà sociale e quelle tra sé stessi e l’ambiente naturale e/o artificiale di riferimento. Il corpo “esposto”, indifeso e perdente dell’infermo è, quindi, il luogo reale e/o virtuale e, purtroppo, vulnerabile, dove si sperimenta la perdita di funzioni/facoltà e le relative umiliazioni, divenendo un emblema evidente della fragilità umana. Nel progressivo e mutevole definirsi della patologia si crea inoltre uno strappo, via via più ampio e talora incolmabile, tra quanto in precedenza era e quanto, nel qui ed ora, invece è divenuto il corpo – non solo fisico – del malato. Un prima e un dopo che fanno i conti con lo stereotipo, duro a morire, del soggetto “a norma”, rispetto a quello che non lo è più.”

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto – video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

“Il malato, in particolare quello che vive una menomazione anche fisica, ne fa ripetutamente esperienza, tra l’altro, negli sguardi/commenti altrui sulla sua disabilità, nei luoghi pubblici come in quelli privati, nella corsa ad ostacoli quotidiana tra ambienti pensati non di rado solo per persone normodotate, che li costringono a continui e a volte difficili, se non impossibili, adattamenti, stress, etc. Una  rete di disagi che, unita all’impossibilità di governare convenientemente i deficit crescenti del proprio corpo, sviliscono ulteriormente la qualità, già più o meno compromessa, del vivere quotidiano.

Può emergere, in simili circostanze, una sorta di esternalizzazione dell’identità: un estraniamento, una forma di alienazione e di presa di distanza della mente che “fuoriesce” dal corpo malato.” Uno stato definito “disembodiment”.

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto – video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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G. Regnani, “Autoritratto”, 2021

La mia soluzione al problema è stata la radicale dissociazione dal corpo, una specie di esternalizzazione dell’identità […] I miei pensieri e il senso di essere vivo sono stati riportati al mio cervello dove adesso risiedo e che, più che mai, è la base da cui mi protendo e afferro il mondo.”  (R.F. Murphy)

“Le sensazioni, lo stato reale, la fisiologia del corpo assumono quindi un ruolo subordinato, diventano una sorta di sottofondo, quasi fosse qualcosa di distaccato e di “lontano”.

E, in tal modo, tutta la vita possibile viene affidata alla mente.

Nessun’altra “trasferta”, leggendo Il silenzio del corpo di R.F. Murphy, sembra essere mai stata così pervasiva e coinvolgente!”

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto – video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bALPIrsGD-A)

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“Self-portrait”

Is disease a form of communication?

Everything has an aesthetic and a dialectic – technically, of the means of communication – even when these properties seem absent or even denied.

Even death, whether viewed live or mediated, still possesses some. The distressing screenplay is usually characterized by a succession of chilling moments, not infrequently characterized by a surreal apparent absence of dialectic. After all, death is a contingency that does not admit – by statute – any dialectical opposition with anyone. It is the painful and immutable denial of any confrontation, without mercy and / or discounts for anyone. Always relentless in the face of any form of life.

Everything, from death down, also communicates through aesthetic and dialectical expressions – material, immaterial, changeable and peculiar as they are – even if they seem to be missing and / or appear rejected to the sender.

Is disease a form of communication?Self portraitThe house, with its load of myth and stereotypes, is certainly an exemplary case, offering such a wide choice of aesthetic / dialectical variants, such as to include the most disparate and, at times, even antithetical expressions. Among the many options of the myth – we can start from the one that interprets the house as a peaceful physical and / or spiritual place. A magical fairy casket, a happy environment where to best preserve, care for and share our most precious and representative treasures. First of all, our loved ones.And so it usually is.But for other less welcome goods, such as the deep wounds that life, unfortunately, sometimes inflicts on us and that the house can and / or must in any case host, safeguard, it seems that a certain conspiratorial tendency recurs frequently, an overshadowing . One thinks, among many possible pains, of: a troublesome feeling, an emotional breakdown, a drug addiction, a handicap and, last but not least (also for personal reasons), a severe pathology. In these cases, the aforementioned reticence can hide, behind the smokescreen of the positive model of the house, something diametrically opposite, that is, a space of segregation, isolation and brutalization.Is disease a form of communication?Self portraitHome can turn out to be an unhealthy place that is best escaped. A stagnant swamp of psychophysical suffering where, for various reasons, we tend to hide and relegate, rather than show, those unwelcome interiors that fate, unfortunately, sometimes makes us live and suffer.The stereotype, therefore, which has always imagined it almost exclusively in a positive key – founded as much as, perhaps, frustrated – could / should, if necessary, be integrated / revised with the opposite idea, of a dimension that is sometimes less benevolent and fortunate. A physical / abstract (equally) possible place, certainly less attractive and enviable, because it sometimes also hosts the earthly hell of disease.Illness understood as the darkest and most terrible part of existence and the home as a place of suffering, of pain, while still remaining a tenacious defense against the adversities of life and, in any case, a symbolic bulwark of trust in the future.Is disease a form of communication?Self portraitHealth is not the pure and simple absence of disease, but the state of complete physical, mental and social well-being of the person.Psychophysical and social well-being that an unfortunate diagnosis evidently denies and tends to dissolve, armed as it often is, similar to death, with a bitter and cruel antidialeptic. An iron unwillingness to mediation, sometimes reinforced by an equally dramatic and tactless aesthetic, which, instead of mitigating, can, conversely, further accentuate the state of malaise and discomfort in which the unfortunate protagonist lives.The disease, through the progressive degradation of the body, is seen, in particular, by the researcher and anthropologist R.F. Murphy as a painful lock pick that opens the doors to another dimension, to a sort of escape from the world, which interrupts and upsets the usual social roles and makes the patient take on a new guise. This situation, in relation to the severity of the pathology, partially or completely exempts him from his previous social duties. It is a dispensation connected, however, to a specific counterpart (ideological, one might ask?), That is: to do everything possible to recover. This, because even infirmity must be subject to its own specific rules, paradoxically even when these cannot be or no longer need to be respected.Is disease a form of communication?Self portraitRadicalizing, think, in particular, of the so-called persistence in therapy and, more generally, in those therapeutic paths that take on forms of paroxysm such as to border on schizophrenia, as in the case of pathologies that, sometimes, although treatable, are in any case not curable. However, the patient has no choice, loaded, as it is, with the burden of making every possible effort to improve their state of health. Any deficiency, any failure can be read as a lack of commitment, even as an unwanted and / or premature sign of abandonment.In this cultural undergrowth, however, the most difficult thing remains to suffer the progressive dissolution of one’s independence of choice, because, as sick people, even more so if disabled, one depends, unfortunately, more or less completely on others.In this way, a constant decline in self-esteem and a progressive and merciless incursion – a real usurpation – of the mind by the disease are experienced bitterly. A boundless anger also grows together, fueled by the sad awareness of having acquired an unprecedented, as much as unwelcome, diversity. And, passing from the disbelief of discovering oneself ill to progressively experiencing disability, the disease touches very delicate intimate chords, fueling an existential anger for an endless affliction and a growing desire for rebellion against the whole world. Although they may be unfounded, an odious feeling of guilt, mixed with shame, also tends to emerge irrationally.The disabled person also experiences the further form of embarrassment and resentment linked, in particular, to those circumstances in the course of which their own difficulties are more or less visible (motor, dialectical, mnemonic, etc.), with the inevitable mortification of having to face / show them anyway. Think, however banal it may be, of the common acts of everyday life.Is disease a form of communication?Self-portraitThe emergence of the disease therefore involves a continuous reconsideration and qualitative / quantitative remodeling of one’s social role, with inexorable and, sometimes, heavy repercussions on one’s own relational microsystem of reference. A potential, gradual, crumbling of social relationships and the consequent withdrawal from potentially more anxious contexts and, in general, from contacts with others. The progressive thinning out of relationships preceding the onset of the disabling pathology can sometimes be compensated for by the search for new affects, perhaps … among their own kind. The patient is therefore forced to re-discuss everything, in an incessant and intense confrontation between himself and others, between himself and what surrounds him, but, above all, between himself and … himself!Is disease a form of communication?Self-portraitIn this perspective, the progressive loss of autonomy, placed in relation with one’s own world, inevitably takes over, gradually becoming the central condition of the daily life of a disabled person.Dependence on illness is much more than just physical dependence on others, because it generates a sort of asymmetrical social relationship that is all-encompassing, existential and in some ways more disabling than physical impairment itself. And it is not so much a state of the body as a state of mind, a condition that deforms all social bonds and further contaminates the identity of those who are addicted. Addiction invades and erodes the foundations on which social relationships are founded.A cruel assault that puts a strain on – and on several fronts – both the chosen victim and his social and emotional ties, even the strongest and most lasting ones.Is disease a form of communication?Self portraitDuring the evolution of the disease, the patient experiences, among other things, the concept of liminality, that is, the condition of transition from one social situation – usually better, not only from the point of view of health – to another. And it is precisely in the transit between the two conditions that this liminal dimension is encountered, this “social limbo” populated by indefinite lives suspended in mid-air. Athey are neither sick nor healthy, neither dead nor fully alive, neither outside society nor fully involved. They are human beings, but their bodies are deformed or malfunctioning, leaving their full humanity in doubt […] anything but deviant, they are the counterpoint of everyday life.To fully consider infirmity, it is not enough to analyze the social component alone, because it does not fully convey the variety and multidimensional articulation of the disease, made up, as it is, of experiences, relationships, emotions, contexts, symbols, meanings, etc. A multidimensionality which – inherent in many ways the ontology of the disease, its immanence in human existence – affects several areas: scientific knowledge, the personal relationship with one’s own physiology, the relationships between the individual and the surrounding social reality and those between themselves and the natural and / or artificial environment of reference. The exposed, defenseless and losing body of the patient is, therefore, the real and / or virtual and, unfortunately, vulnerable place, where the loss of functions / faculties and the related humiliations are experienced, becoming an evident emblem of human frailty. In the progressive and changing definition of the pathology there is also a gap, gradually wider and sometimes unbridgeable, between what was previously and what, in the here and now, has instead become the body – not only physical – of the patient. A before and after that come to terms with the die-hard stereotype of the subject in accordance with the stereotype, compared to what is no longer so.Is disease a form of communication?Self portraitThe patient, in particular the one who experiences even a physical impairment, experiences it repeatedly, among other things, in the glances / comments of others on his disability, in public places as in private ones, in the daily obstacle race between environments designed not for rarely only for able-bodied people, which force them to continuous and sometimes difficult, if not impossible, adaptations, stress, etc. A network of discomforts which, combined with the inability to conveniently manage the growing deficits of one’s body, further debase the already more or less compromised quality of everyday life.In such circumstances, a sort of externalization of identity can emerge: an estrangement, a form of alienation and distancing of the mind that comes out of the sick body. A state called disembodiment.My solution to the problem was the radical dissociation from the body, a kind of externalization of identity. My thoughts and sense of being alive have been brought back to my brain where I now reside and which, more than ever, is the foundation from which I reach out and grasp the world.The sensations, the real state, the physiology of the body therefore take on a subordinate role, they become a sort of background, as if it were something detached and distant.And, in this way, all possible life is entrusted to the mind.No other trip, reading The Silence of the Body by R.F. Murphy, it seems to have never been so pervasive and engaging!

Is disease a form of communication?

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La malattia è un’emblematica e strategica ambivalenza (biologica) tra la vita e la morte. Un interlocutore e un “portavoce” così importante da sostituire – nell’incontro tra la persona e la Medicina – il malato stesso. Ė infatti la malattia, non il malato, l’entità che la Medicina incontra e con la quale si confronta. Un confronto dialettico che, a discapito del paziente del quale dissolve la relativa soggettività, predilige l’oggettività del segno. Una bivalenza polare, divisa tra il sano – il “normale” – e il malato, la patologia che ha, in quanto entità clinica, un suo “decorso”, un “esito”, ma, praticamente mai, un “senso”.

G. Regnani

Roma, 10 aprile 2021

“Autoritratto”

Pensieri “per” immagini sulla disabilità

(stralci dal testo scritto per la raccolta La casa – “Interni”)

(la versione in forma di spoken word è disponibile al link: https://soundcloud.com/gerardo-regnani/autoritratto – video Youtube disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=bF4QX6G12l4)

Riferimenti: Robert F. Murphy, Il silenzio del corpo, Antropologia della disabilità, Erickson ed., Trento, 2017

(*) pér prep. [lat. pĕr]. – […] 1. In complementi di luogo: a. […] in usi fig.: […]; mille pensieri gli passavano per la testa […] (fonte: Treccani)

La casa. “Interni” – Un viaggio immaginario attraverso la fotografia (mindfulness e/o catarsi?) su possibili legami tra la dimensione simbolico/funzionale della casa e il tunnel buio della malattia/handicap per dare forma ad un invisibile

“AUTORITRATTO” – PENSIERI “PER” IMMAGINI E SUONI SULLA DISABILITA’ultima modifica: 2021-08-25T20:10:09+02:00da gerardo.regnani
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