La casa – “Esterni” (lavoro precedente, una riflessione di Katia Scannavini)

La casa – “Esterni”

una riflessione sul polittico di Gerardo Regnani

di Katia Scannavini

gerardo.regnani@gmail.com

<< C’è nulla di più sacro, più rispettabile agli occhi della religione e dello stato, della casa di un cittadino? Vi sono gli altari dei focolari consacrati e dei sacrificati. Lì si fanno sacrifici, riti religiosi e cerimonie. È un asilo inviolabile>>, così Cicerone in un celebre passaggio della Pro domo spiega e nobilita il significato dell’abitare, del vivere in un proprio spazio privato. Un’idea che ancora oggi attribuisce alla casa la funzione di socializzazione primaria, di formazione dei valori, di mantenimento dei ruoli e quindi di luogo privilegiato per la realizzazione dell’attività simbolica. La casa costituisce senza dubbio lo spazio di sedimentazione di un modello di relazioni umane. C’è di più, rispetto alla struttura culturale di ogni società e relativamente al livello di integrazione simbolica che un particolare gruppo sociale si trova a rappresentare, la casa risulta essere uno strumento di controllo delle relazioni sociali, sia all’interno che all’esterno. Attraverso lo spazio abitativo il sistema sociale stabilizza il microcosmo familiare e garantisce il proseguo delle consuetudini che salvaguardano la continuità del sistema sociale stesso.

È  affascinante il rapporto che ogni individuo stabilisce con il proprio spazio abitativo; la casa, nel duplice significato che l’etimologia anglosassone suggerisce – house e home – non svolge solo funzioni materiali di protezione, riparo o rifugio, ma costituisce la rappresentazione di ciò che l’individuo vorrebbe essere, lo specchio del suo ideale modello identitario. Da una prospettiva antropologica si evince come sia importante individuare l’immagine dell’habitat, ossia determinare l’idea più generale dell’house, che evidentemente si realizza attraverso la fruizione e il contatto quotidiano con l’home, un’immagine  che produce orientamenti culturali in un processo dinamico di integrazione simbolica.

Per rilevare la mutabile percezione dello spazio abitativo da parte di individui appartenenti a diversi gruppi sociali in un contesto storico ben determinato, si dovrebbe porre al centro della ricerca empirica la ricostruzione delle esperienze abitative attraverso l’uso della memoria storica. Il passato, infatti, si definisce come uno schema spazio-temporale in cui i riferimenti spaziali non solo sono fondamentali per la sopravvivenza della memoria, ma anche per dare agli individui il senso della continuità temporale, della propria identità. Il processo di costruzione dell’immagine e del rapporto con la propria abitazione, si delinea solitamente attraverso tre distinti momenti: al principio l’individuo si appropria dello spazio abitativo, crea un rapporto di identificazione con la casa e stabilisce un legame preciso con le persone e gli oggetti. In un secondo momento, il soggetto stabilisce un vero e proprio processo di identificazione con la casa: l’abitazione contribuisce alla formazione dell’identità individuale permettendo la costruzione di una ritualità quotidiana, che travalica le contingenze legate al particolarismo degli avvenimenti giornalieri per divenire il fulcro dominante della continuità esistenziale dell’individuo, della memoria e della sua capacità comunicativa. Infine, l’individuo si trova coinvolto in un processo di ritualizzazione, Balandier sosteneva che lo studio della vita quotidiana si deve incentrare sul soggetto e su ciò che gli sta immediatamente intorno e sulle pratiche per mezzo delle quali l’individuo si organizza privatizzando il suo rapporto con il sociale ( G. Balandier, Sens et puissance, les dynamiques sociales, P.V.F., Paris, 1986). L’immagine dell’abitazione si forma, infatti, attraverso le esperienze che gli abitanti della casa compiono nei diversi ambienti domestici, un’immagine quindi dinamica, che si crea nell’ambiente nativo (casa d’origine), si evolve nelle successive esperienze e si sostanzia di aspirazioni, nostalgie, desideri…

<< La casa non si vive dunque solamente giorno per giorno, sul filo di una storia, nel racconto della nostra storia: attraverso i sogni, le diverse dimore della nostra vita si compenetrano e conservano i tesori dei giorni antichi>>. L’intuizione poetica del filosofo francese Bachelard ( La poétique de l’espace, Presses Universitaires de France, Paris 1957) acquista uno spessore scientifico nell’analisi antropologica che indaga la congiunzione che si crea nella memoria dei soggetti fruitori degli spazi abitativi, tra quotidiano ed esperienza, tra azione presente e vissuto individuale. Una memoria comunicativa e comunicante, che si manifesta attraverso le scelte individuali di ogni soggetto.

Il polittico di Gerardo Regnani ricorda, riflette, ripensa e parla, comunica: ci sposta da un luogo ad un altro, siamo in continuo movimento e contemporaneamente siamo fermi in uno spazio, ospiti di una casa che narra un racconto, che riecheggia una storia. Al centro due macchie nere ci avvolgono e catturano la nostra attenzione: memoria – comunicazione, e ancora memoria – comunicazione… È  inevitabile non perdersi nel nostro pensiero, è impossibile non indagare nei nostri ricordi. Il nostro sguardo ricomincia un percorso tra le immagini, e la storia ora è la nostra, il racconto è quello della nostra vita. Ci muoviamo tra ricordi reali e memorie immaginarie, persi in nostalgici pensieri o proiettati verso inattesi desideri.

In un primo momento ci appropriamo con l’autore delle case ritratte, le riconosciamo o quanto meno cerchiamo di individuare lo spazio circostante. Spontaneamente ci identifichiamo  nelle scelte proposte: in quel luogo forse vissuto realmente o nella nostra fantasia, nei ricordi delle nostre irreali immagini giovanili o nei sogni dell’età adulta. Ritroviamo i gesti, i segni della nostra esistenza. Vaghiamo intorno ai ritratti con circospezione, il panorama è spesso offuscato, ma noi ricordiamo i colori e a tratti riecheggiano i suoni, le voci, quei rumori così tanto familiari alla nostra mente. Entriamo nelle immagini velocemente quasi per un secondo, e in un frammento eterno sbirciamo attraverso quella fessura: un piccolo foro o forse una finestra aperta, dove troviamo tutto com’era, così come lo ricordavamo, così come lo avevamo immaginato. Recuperiamo i riti del nostro vivere, i movimenti armoniosi del nostro vissuto.

<<E come portati via si rimane>> (Giuseppe Ungaretti, Nostalgia, 1916), catturati dai nostri ricordi ritroviamo l’essenza del nostro essere: siamo nelle pieghe del nostro passato e la memoria parla, comunica, informa, delinea le nostre aspettative future. Siamo in viaggio eppure siamo fermi nel nostro universo di interazioni simboliche: siamo accanto al vecchio rudere, appena scesi dalla roulotte che ha portato i nostri pensieri a vagare nel mondo delle nostre emozioni. In montagna e subito dopo riflessi in un’acqua che scorrendo lenta muove e rende mobili i confini di una casa che lavora, dove i sapori e i profumi riecheggiano riti a noi familiari, le consuetudini private e i costumi socializzanti.  In un rifugio, o dietro un riparo; in quello spazio di una casa moderna o sotto un tetto di una casa che ha per pareti l’orizzonte del nostro sguardo. Oppure camminando su delle  rocce o girando in artistico abbraccio. Siamo portati via eppure siamo fermi, mentre la nostra identità dinamica e mutevole parla con la voce della nostra memoria, di quella memoria che è stata e di quella che sarà. Siamo portati via dal nostro autore in un suo mondo irreale ed esistente eppure siamo immobili davanti a lui, dinanzi alla sua comunicazione. Abbiamo perso il nostro orientamento, speriamo di imparare presto a smarrirci nella nostra realtà.

Katia Scannavini

Save the Children – Project Coordinator

Università di Roma Tre – Professore a contratto di Sociologia della Comunicazione

Italia Lavoro – Professional formazione politiche attive del MdL

Sapienza, Università degli Studi di Roma – Coordinatore Master Immigrati e Rifugiati

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La maison: une réfléxion sur le polyptique de Gerardo Regnani

 

 

« Y- a- t’il nul de plus sacré, de plus respectable aux yeux de la religion et de l’état, que la maison d’un citoyen ? On y trouve les autels des foyers consacrés et des sacrifiés. Là on y fait des sacrifices, des rites religieux et des cérémonies. C’est un asile inviolable », ainsi Cicerone dans un passage célèbre de la Pro domo explique et ennoblit le sens de l’habiter, du vivre dans un propre espace privé. Une idée qu’encore aujourd’hui donne à la maison la fonction de socialisation primaire, de formation des valeurs, de maitien des rôles et donc de lieu priviligié pour la réalisation de l’activité symbolique. La maison constitue sans doute l’espace de sédimentation d’un modèle de relations humaines. Il y a encore plus, par rapport à la structure culturelle de chaque societé et relativement au niveau d’intégration symbolique qu’un groupe social particulier se trouve à représenter, la maison apparaît être un instrument de contrôle des relations sociales, soit à l’intérieur qu’à l’exterieur. À travers l’espace de l’habitat le système social stabilise le microcosme familial et assure la continuation des coutumes qui maintiennent la continuité du système social même.

Il est saisissant le rapport que chaque individu établit avec son propre espace d’habitation ; la maison dans sa double signification que l’étymologie anglo-saxone suggère – house et home ne développe pas seulement les fonctions matérielles de protection, abri ou refuge, mais elle constitue la représentation de ce que l’individu voudrait être, le reflet de son modèle identitaire idéal. D’une prospective anthropologique ont s’aperçoit de l’importance d’individuer l’image de l’habitat, où mieux, déterminer l’idée plus générale de l’house, une image qui produit des orientations culturelles dans un processus dynamique d’intégration symbolique.

Pour relever la différente perception de l’espace de l’habitat de la part des individus appartenants à de différents groupes sociaux dans un contexte historique bien determiné, il faudrait mettre au centre de la recherche empirique la reconstruction des expériences des habitations à travers l’utilisation de la mémoire historique. Le passé, en effet, se définit comme un schéma espace-temporel dans lequel les références à l’espace non seulement son essentielles pour la survivance de la mémoire, mais aussi pour donner aux individus le sens de la continuation temporelle, de la propre identité. Le processus de construction de l’image et du rapport avec sa propre habitation se dénoue, habituellement, par rapport à trois éléments : au début l’individu s’empare de l’espace de l’habitat, fait naître un rapport d’identification avec la maison et il établit un lien précis avec les personnes et les objets. Dans un deuxième temps, le sujet établit un vrai processus d’identification avec la demeure : l’habitation concoure à la formation de l’identité individuelle en permettant la construction d’un rituel quotidien, qui surpasse les contingences liées à la particularité des événements journaliers pour devenir le centre dominant de la continuité de l’existence de l’individu, de la mémoire et de sa capacité communicative. Puis enfin, l’individu se trouve capturé dans un processus de ritualité, Balandier soutenait que l’étude de la vie quotidienne doit se concentrer sur le sujet et sur ce qui lui est autour et sur les pratiques par lesquelles l’individu s’organise en privatisant son rapport avec le social ( G.Balandier, Sens et Puissance, les dynamiques sociales, P.V.F., Paris, 1986). L’image de l’habitation se forme, en effet, à travers les expériences que les habitants de la maison ont dans les différents lieux domestiques, une image donc dynamique, qui se crée dans le lieu de naissance, (la maison d’origine), se développe dans les expériences suivantes et s’enrichie d’aspirations, nostalgies, désirs…

«  La maison donc on ne la vit pas seulement jour par jour, sur le fil d’une histoire, dans le récit de notre histoire : à travers les rêves, les différentes demeures de notre vie s’intègrent et conservent les trésors des jours antiques ». L’intuition poétique du philosophe français Bachelard (La poétique de l’espace, Presses Universitaires de France, Paris, 1957) prend une épaisseur scientifique dans l’analyse anthropologique qui examine la conjonction qui se produit dans la mémoire des sujets qui usent les espaces de l’habitat, entre quotidien et expérience, qui se manifèste à travers les choix individuels de chaque sujet.

Le polyptique de Gerardo Regnani rappelle, reflète, repense et parle, communique: il nous déplace d’un lieu à l’autre, nous sommes en mouvement continue et en même temps nous sommes immobiles dans un espace, invités dans une maison qui raconte une histoire, qui évoque une histoire. Au centre deux taches noires nous enveloppent et attirent notre attention : mémoire – communication, et encore mémoire – communication… Il est inévitable de se perdre dans notre pensée, il est impossible de ne pas rechercher dans nos souvenirs. Notre regard recommence un parcours entre les images, et l’histoire est maintenant la nôtre, le récit est celui de notre vie. Nous bougeons entre souvenirs réels et mémoire imaginaire, perdus parmi les pensées nostalgiques ou projetés vers des désirs inattendus.

Dans un premier instant nous nous approprions avec l’auteur des maisons représentées, nous les reconnaissons ou du moins nous cherchons d’individuer l’espace autour. Spontanément nous nous identifions dans les choix proposés : dans ce lieu  peut-être vécu réellement ou dans notre fantaisie, dans nos souvenirs de nos images irréelles de la jeunesse ou dans nos rêves de l’âge adulte. Nous retrouvons les gestes, les indices de notre existence. Nous flânons auotur des images avec circonspection, le panorama est souvent offusqué, mais nous rappelons les couleurs, et par moment les sons et les voix rebondissent, ces bruits si familiers à notre esprit. Nous rentrons très vite dans les images pour une seconde presque, et dans un éclat eternel nous lorgnons à travers cette petite ouverture : une petite cavité ou peut-être une fenêtre ouverte, où nous trouvons comme jadis, tel qu’on s’en rappelait, tel qu’on s’immaginait. Nous récupérons les rites de notre vivre. Les mouvements armonieux de notre vécu.

« Et comme emportés on y reste » (Giuseppe Ungaretti, Nostalgia, 1916), emprisonés par nos souvenirs nous retrouvons l’essence de notre existence : nous sommes dans les plis de notre passé et la mémoire parle, communique, informe, dessine le contour de nos prochains désirs. Nous sommes en voyage et pourtant nous sommes immobilisés dans notre univers d’intérations symboliques. Nous sommes près d’une vielle ruine, à peine descendu de la roulotte qui a emmené nos pensées à vaguer dans le monde de nos émotions. En montagne et tout de suite après reflétés dans une eau qui en découlant lente bouge et rend mobile les confins d’une maison qui travaille, où les saveurs et les parfums nous rappellent des rites à nous familier, les habitudes privées et les mœurs socialisants. Dans un refuge, ou derrière un repaire ; dans cet espace d’une maison moderne ou sous un toit d’une maison qui a pour mur l’horizon de notre regard.  Ou bien en marchant sur des roches ou en se promenant dans un enlacement artistique. Nous sommes emportés et pourtant nous sommes immobiles, tandis que notre identité dynamique et changeable parle avec la voix de notre mémoire, de la mémoire d’auparavant et de celle qui sera. Nous sommes emportés par notre auteur dans son monde irréel et existant et pourtant nous sommes fixés devant lui, devant sa communication. Nous avons perdus notre orientation, nous espérons d’apprendre bientôt à nous perdre dans notre realité.

Katia Scannavini

(traduction Ines Pizzardi)

La casa – “Esterni” (lavoro precedente, una riflessione di Katia Scannavini)ultima modifica: 2017-10-14T16:50:12+02:00da gerardo.regnani
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