LA “GUERRA” DELLA FOTOGRAFIA/”WAR”‘S PHOTOGRAPHY – LA “FOTOGRAFIA” DELLA GUERRA/”PHOTOGRAPHY”‘S WAR

La “Guerra” della Fotografia

“War”‘s Photography

La “Fotografia” della Guerra

“Photography”‘s War

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Anonimo, s.t., s.d.

 “Che tutti siano destinati, nascendo, a subire la violenza, è una verità a cui l’imperio delle circostanze chiude gli spiriti agli uomini. Così la guerra cancella ogni idea di scopo, persino l’idea degli scopi della guerra. Cancella il pensiero stesso di porre fine alla guerra. La possbilità di una situazione così violenta è inconcepibile finchè non ci si è dentro e quando ci si è dentro è inconcepibile che abbia fine. Così non si fa nulla perché finisca.
Si tratti di servitù o di guerra, sempre, tra gli uomini, le sventure intollerabili durano per via del loro stesso peso, e così dall’esterno sembrano facili da sopportare. Durano perché privano delle risorse necessarie ad uscirne.”
Simone Weil

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Anonimo, s.t., s.d.

 “That all are destined, when born, to immediately violence, is a truth to which the rule of circumstances closes the spirits to men. Thus war cancels any idea of purpose, even the idea of the purposes of war. Erase the very thought of ending the war. The possibility of such a violent situation is inconceivable until you are in it and when you are in it it is inconceivable that it will end. So nothing is done to make it stop.

Whether it is servitude or war, intolerable misfortunes between men always last because of their own weight, and so from the outside they seem easy to bear. They last because they deprive the resources necessary to get out of it.

Simone Weil

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Anonimo, s.t., s.d.

La Fotografia, come la guerra, ci insegnano che la verità è di norma inafferrabile e, nel caso si riuscisse eventualmente ad “afferrarla”, è proprio la prima a dover essere spesso sacrificata.

E proprio la Fotografia, attraverso le immagini che ci arrivano dal conflitto esploso in queste ultime settimane – estremamente dolorose prima di tutto per le popolazioni direttamente interessate – ce lo ricorda nuovamente, nel caso fosse ancora eventualmente necessario. Così come ci confermano la potenza, la forza d’urto e la capacità di divenire della Fotografia oltre che documento, anche un possibile agente di storia. Un’attitudine che la Fotografia sembra in grado di preservare nonostante la consapevolezza che la “verità” che veicola è sempre “piegata” – magari inconsapevolmente – a letture condizionate da interessi di parte. A questa inaffidabilità funzionale, si aggiunge quella intrinseca di un medium in perenne oscillazione tra l’oggettività apparente dei “suoi” contenuti e l’immanenza della soggettività insita in ogni sua espressione. Una doppia “tara” che, tuttavia, non sembra comunque in grado di indebolirne lo status di “specchio del reale”, anche in questa contingenza bellica. Una dimensione comunicativa comunque intermittente, inevitabilmente caratterizzata da un’elevata dose di indeterminatezza e costantemente “inquinata” dal succedersi di notizie e riferimenti contrapposti anche riguardanti le medesime immagini.

Ciò nonostante, sembra comunque confermarsi la nostra masochistica dipendenza dalla Fotografia, ovvero, più nel dettaglio, dalla sua capacità di sintesi. Una dipendenza che contribuisce ad alimentare uno pseudo-scenario clinico assimilabile ad una sorta di Sindrome di Stoccolma. Sindrome a causa della quale, come è noto, la “vittima” (noi) è “costretta” a restare legata e fedele al suo “carnefice” (la Fotografia).

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Anonimo, s.t., s.d.

Photography, like war, teach us that truth is usually elusive and, in the event that it is eventually possible to “grasp” it, it is precisely the first that must often be sacrificed.And it is precisely Photography, through the images that come to us from the conflict that has erupted in recent weeks – extremely painful first of all for the populations directly concerned – reminds us again, in case it is still necessary. As confirmed by the power, the impact force and the ability of photography to become as well as a document, also a possible agent of history. An attitude that Photography seems able to preserve despite the awareness that the “truth” it conveys is always “bent” – perhaps unwittingly – to interpretations conditioned by vested interests. To this functional unreliability is added the intrinsic one of a medium in constant oscillation between the apparent objectivity of “its” contents and the immanence of the subjectivity inherent in all its expressions. A double “flaw” which, however, does not seem capable of weakening its status as a “mirror of reality”, even in this war contingency. A communicative dimension, however intermittent, inevitably characterized by a high dose of indeterminacy and constantly “polluted” by the succession of conflicting news and references even regarding the same images.Nevertheless, our masochistic dependence on Photography seems to be confirmed, or, more in detail, on its capacity for synthesis. An addiction that contributes to fueling a pseudo-clinical scenario similar to a sort of Stockholm Syndrome. Syndrome due to which, as is well known, the “victim” (us) is “forced” to remain tied and faithful to his “executioner” (the Photography).

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Anonimo, s.t., s.d.

Una situazione, a tratti, assurda e surreale nella quale la Fotografia, per quanto continui a rivelarsi talora persino del tutto inaffidabile, sembra comunque in grado di conservare la sua primazia comunicativa. Una primazia apparentemente inossidabile quanto paradossale considerato, come accennato, il (sempre molto elevato) rischio che possa essere usata anch’essa come un’arma – per quanto “impropria” o “non convenzionale” che dir si voglia, ma pur sempre come un’arma – contro l’una o l’altra parte in contesa. Con tutte le relative, potenziali e/o effettive conseguenze.

Tuttavia, per una serie di fattori, finanche estetici, l’istantanea – che, nell’immaginario collettivo, è ormai considerata la Fotografia tout court – si sta comunque ulteriormente confermando come una delle forme di sintesi visiva per eccellenza della modernità. Un medium capace, anche in queste ore angosciose di fornirci comunque un drammatico riassunto visivo di quanto sta incredibilmente succedendo in questi giorni proprio nel cuore dell’Europa. Una capacità ineguagliata di riassumere in singoli e memorabili fermo immagine, elevati al rango di vero e proprio documento ufficiale ed entrati, già sul nascere, nella Storia. Vere e proprie immagini-simbolo in molti casi, che, plausibilmente rimarranno vive a lungo, se non per sempre, nella memoria comune, nonostante i cennati timori di un uso distorto dei relativi contenuti visivi.

Il volto della Fotografia – sebbene apparentemente “anemico” – sembra quindi riaffermare incessantemente questa strategica capacità del medium, confermandone anche l’altrettanto drammatica forza pervasiva. Una forza che esprime attraverso istantanee strazianti, che, anche al netto di possibili manipolazioni del discorso “incollatogli” dentro, “raccontano” comunque, in qualche modo, le tante, tristissime storie personali e collettive delle ormai migliaia di vittime di questo ennesimo conflitto bellico. Storie che stringono lo stomaco, scuotendo le coscienze e l’animo del Mondo intero.

O “quasi”…!

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Anonimo, s.t., s.d.

A situation, at times, absurd and surreal in which Photography, although it continues to prove sometimes even completely unreliable, still seems able to maintain its communicative primacy. An apparently indestructible and paradoxical primacy considered, as mentioned, the (always very high) risk that it could also be used as a weapon – however “improper” or “unconventional” if you prefer, but still as a weapon – against one or the other contending party. With all the relative, potential and / or actual consequences.However, due to a series of factors, even aesthetic ones, the snapshot – which, in the collective imagination, is now considered tout court Photography – is still further confirming itself as one of the forms of visual synthesis par excellence of modernity. A medium capable, even in these anguished hours, of still providing us with a dramatic visual summary of what is incredibly happening these days right in the heart of Europe. An unmatched ability to summarize in single and memorable still images, elevated to the rank of a real official document and entered, already in the bud, in History. True symbolic images in many cases, which plausibly will remain alive for a long time, if not forever, in the common memory, despite the aforementioned fears of a distorted use of the related visual contents.The face of Photography – although apparently “anemic” – therefore seems to incessantly reaffirm this strategic ability of the medium, also confirming its equally dramatic pervasive force. A force that expresses through heartbreaking snapshots, which, even net of possible manipulations of the speech “glued” inside it, “tell” in some way, however, the many, very sad personal and collective stories of the now thousands of victims of this umpteenth war conflict . Stories that tighten the stomach, shaking the consciences and the soul of the whole world.

“Almost” all…!

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Anonimo, s.t., s.d.

Un esito comunque di tutto rilievo per un mezzo “anemico” come sembra essere lo specchio dotato di memoria che chiamiamo Fotografia. Uno specchio apparentemente “incolore” che, a suo modo, ci racconta comunque il Mondo. Lo fa, di norma, attraverso l’inconsistenza dei suoi fantasmi visivi ai quali si affida “dandogli forma” e rinviando sempre a qualcos’altro. Tecnicamente, mediante l’uso della sineddoche e/o della metonimia, rimanda a una frazione o a una totalità, entrambe “esterne”, che rinviano a loro volta a qualcos’altro ancora. È un rinvio che, comunque, rimanda ad un (s)oggetto che, magari, un attimo dopo la ripresa originaria potrebbe non esistere più (per lo meno nella materialità e/o nella contingenza d’origine) o che, addirittura, potrebbe non essere mai esistito, come nel caso di utilizzo di immagini virtuali. In ogni caso, si tratta di una sorta di ectoplasmi del “reale” originario. Referenti dei quali, la Fotografia, si propone come sostituto visuale, valido a tutti gli effetti. Un “testo“ visivo comunque ambiguo, non privo di insidie, non apparendo mai  evidente la sua perenne oscillazione tra l’apparente oggettività e la soggettività comunque connaturata a tutta la Fotografia. Un’“anemia” che – come è per ogni rappresentazione visuale – la Fotografia tenta di “compensare” attingendo incessantemente senso e contenuti dall’esterno, al quale poi, comunque, li restituirà, riprendendoli ancora e nuovamente restituendoli senza soluzione di continuità, in una sorta di circolo dialettico “ecologico” infinito, volto a (ri)definire ininterrottamente i contenuti e/o il senso del (s)oggetto poi raffigurato nell’immagine.

Elementi esogeni di senso, dunque, che concorrono dall’esterno a “dare una forma” e una “voce” ad ogni Fotografia. Un’immagine, la Fotografia, che vive, dunque, proprio attraverso l’intermediazione della ventriloquia mutuata da altri media (anch’essi, di norma, esterni). E non c’è alternativa, anche per la Fotografia, per uscire dal suo mutismo congenito, se non ricorrere all’aiuto esterno appena accennato.

Nella “casa di vetro” della Fotografia, “dentro” ogni immagine, in sostanza, non c’è di norma nulla, se non si importa del senso dall’esterno. Tutto o quasi quel senso, la narrazione, i valori, etc., arrivano di solito da un’altra parte, posta, di norma, (tecnicamente) fuori dall’immagine.

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Anonimo, s.t., s.d.

However, a very important result for an “anemic” medium as the mirror with memory that we call Photography seems to be. An apparently “colorless” mirror which, in its own way, still tells us about the world. It does so, as a rule, through the inconsistency of its visual ghosts which it relies on “giving it shape” and always referring to something else. Technically, through the use of synecdoche and / or metonymy, it refers to a fraction or a totality, both “external”, which in turn refer to something else. It is a reference that, however, refers to an object (s) which, perhaps, a moment after the original shooting may no longer exist (at least in the materiality and / or in the contingency of origin) or which, even, may not exist have ever existed, as in the case of using virtual images. In any case, it is a kind of ectoplasm of the original “real”. Referents of which, Photography, is proposed as a visual substitute, valid in all respects. A visual “text”, however ambiguous, not devoid of pitfalls, its perennial oscillation between apparent objectivity and subjectivity, however inherent in all Photography, is never evident. An “anemia” which – as is the case with every visual representation – Photography tries to “compensate” by relentlessly drawing on meaning and contents from the outside, to which, however, it will return them, picking them up again and again giving them back without interruption, in a sort of infinite “ecological” dialectical circle, aimed at (re) defining continuously the contents and / or the meaning of the (un) object then depicted in the image.Exogenous elements of meaning, therefore, which contribute from the outside to “give a shape” and a “voice” to each photograph. An image, Photography, which lives, therefore, precisely through the intermediation of ventriloquy borrowed from other media (also, as a rule, external). And there is no alternative, even for photography, to get out of its congenital muteness, other than resorting to the external help just mentioned.In the “glass house” of Photography, “inside” every image, in essence, there is usually nothing, if one does not care about the sense from the outside. All or almost that sense, the narration, the values, etc., usually arrive from another part, usually (technically) outside the image.

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Anonimo, s.t., s.d.

Questa dipendenza dall’esterno, rende la Fotografia una sorta di drammatica metafora anche degli scenari geopolitici attuali, in particolare delle Nazioni del Vecchio Continente, tutt’altro che autarchiche anch’esse e, pertanto, stremate e indebolite dalla fame incessante di materie prime e di combustibili (gas e petrolio, fra i primi) che le rende fragili e perennemente dipendenti dai Paesi fornitori, tanto da rivedere drasticamente anche i relativi piani precedentemente stilati per la c.d. “transizione ecologica”.

Nonostante questa apparente limitazione di autonomia, nonostante il mutismo proprio di ogni immagine, nonostante questa costante dipendenza dal senso “incollatole dentro” dall’esterno, la Fotografia sembra riconfermarsi, come accennato, anche in queste ore drammatiche, comunque insuperata, come “il” sommario visuale per eccellenza della modernità. Modernità che, in questa triste contingenza, è segnata dalle tracce della devastazione e degli orrori del conflitto in corso.

Seppure con tutti i limiti e le cautele dei quali si è più volte detto anche altrove riguardo al pericolo di una “lettura” eventualmente distorta dei relativi contenuti e nonostante il fatto che la Fotografia resti, tecnicamente, soltanto un pallido simulacro del “reale” originario, non sembrano esserci dunque dubbi sulla sua immutata capacità di colpire comunque “alla pancia” il Mondo, tentando di scuoterlo dal suo sonno, dalla sua perenne distrazione proprio dalle cose del Mondo stesso. Un Mondo indaffarato nel proprio quotidiano, che potrebbe poi ritrovarsi, magari all’improvviso, da distratto osservatore esterno a protagonista principale di altre analoghe immagini. Protagonista di un’ennesima triste e tragica rappresentazione, a rotazione, della precarietà degli equilibri sociali e politici dell’Umanità contemporanea. Una precarietà che, verosimilmente, potrebbe essere condensata e offerta al Mondo, ancora una volta, proprio dalla Fotografia.

E, per quanto tra il “reale” e il suo “duplicato” raffigurato in ogni istantanea si crei comunque uno scarto, non ultimo, di tipo temporale – inevitabile quanto incolmabile – la Fotografia sembra inoltre conservare anche la sua primazia di “efficace” riassunto del Mondo. Un “è stato”, in particolare in questi giorni cupi, carico di tutto il portato emotivo, il pathos degli eventi “documentati”. Pathos che tende a riemergere ad ogni sguardo, “resuscitando” e restituendo ogni volta all’osservatore tutto il suo carico di strazio e di dolore. Il suo contributo alla rappresentazione della miseria e delle sofferenze causate dalla ferocia del Mondo.

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Anonimo, s.t., s.d.

This dependence on the outside makes Photography a sort of dramatic metaphor also of the current geopolitical scenarios, in particular of the nations of the Old Continent, which are also far from autarchic and, therefore, exhausted and weakened by the incessant hunger for raw materials and of fuels (gas and oil, among the first) which makes them fragile and perennially dependent on supplier countries, so much so as to drastically revise the relative plans previously drawn up for the so-called “Ecological transition”.Despite this apparent limitation of autonomy, despite the silence of each image, despite this constant dependence on the sense “glued inside” from the outside, Photography seems to reconfirm itself, as mentioned, even in these dramatic hours, however unsurpassed, as “the” visual summary par excellence of modernity. Modernity which, in this sad contingency, is marked by the traces of the devastation and horrors of the ongoing conflict.Although with all the limitations and cautions of which it has been said several times also elsewhere regarding the danger of a possibly distorted “reading” of its contents and despite the fact that the Photograph remains, technically, only a pale simulacrum of the original “real” , therefore, there does not seem to be any doubts about its unchanged ability to hit the World “in the belly”, trying to shake it from its sleep, from its perennial distraction from the very things of the World itself. A world busy in its daily life, which could then find itself, perhaps suddenly, from a distracted external observer to the main protagonist of other similar images. Protagonist of yet another sad and tragic representation, in rotation, of the precariousness of the social and political equilibrium of contemporary humanity. A precariousness that, probably, could be condensed and offered to the world, once again, precisely by Photography.And, although there is still a gap between the “real” and its “duplicate” depicted in each snapshot – not least, of a temporal nature – as inevitable as it is unbridgeable – Photography also seems to retain its primacy as an “effective” summary of the world. A “was”, especially in these dark days, full of all the emotional impact, the pathos of the “documented” events. Pathos that tends to re-emerge at every glance, “resurrecting” and returning to the observer every time its full load of agony and pain. His contribution to the representation of the misery and suffering caused by the ferocity of the World.

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Anonimo, s.t., s.d.

Un eterno, ipotetico presente, quello comunque offerto dalla Fotografia, immutabile e senza apparenti prospettive future, che ci mostra il referente originario – che diviene una “spoglia” immediatamente dopo l’atto stesso della ripresa – come se fosse uno spettro. Salvo poi “rianimarsi” e rinascere ad ogni sguardo successivo. Una dimensione straniante, dove il “reale” è (tecnicamente) assente, ormai scomparso, dissolto e sostituito, per quanto possibile, dal relativo simulacro visivo. Una sorta di follia percettiva, una vera e propria allucinazione visiva che – attraverso lo sguardo “schizofrenico” della Fotografia – offre alla visione (sempre postuma) dello spettatore un referente, di fatto, ormai inesistente, che nell’immagine viene comunque virtualmente reificato e reso presente, sebbene “al passato”. Roland Barthes, al riguardo, ha definito la Fotografia falsa sul piano percettivo, mostrando un (s)oggetto ormai irrimediabilmente perduto nel passato, pur restando vera sul piano temporale.

La Fotografia diventa allora per me un medium bizzarro, una nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo.

Una dimensione surreale, oscillante tra una sorta di pseudo-allucinazione e l’accennata schizofrenia, che sembra amplificarsi ulteriormente nel caso l’immagine raffiguri una persona scomparsa. In tal caso, la Fotografia – pur non potendo restituire, per quanto ovvio, la vita biologica persa dalla persona ormai defunta – sembra comunque potergli offrire un’illusoria alternativa, una momentanea (per quanto succedanea) rinascita ogni qualvolta l’immagine verrà poi nuovamente mostrata/osservata. Anche in questa prospettiva, la Fotografia sembrerebbe quindi confermarsi come “lo” spaccato, l’interruzione nel continuum del “reale” per antonomasia. Una frattura che ci mostra degli elementi indiziari di un passato comunque immodificabile, assoluto e ormai compiuto, ma, insieme, una potenziale, quanto solo ipotetica, occasione di ritorno del dissolto, una specie di momentanea “resurrezione”, per quanto effimera e relegata solo a una dimensione puramente immaginaria.

Una dimensione folle e allucinante che si nutre anche della capacità di “ritrarsi” propria della Fotografia a tutto vantaggio del referente di volta in volta raffigurato in essa. La Fotografia, “arretrando” e ritraendosi, diviene (tecnicamente) invisibile, mettendo in primo piano – per mostrarlo e farlo così “rivivere” ancora una volta si è accennato – il referente originario ritratto in essa.

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Anonimo, s.t., s.d.

An eternal, hypothetical present, the one offered by Photography, immutable and without apparent future prospects, which shows us the original referent – which becomes a “bare” immediately after the act of shooting – as if it were a ghost. Except then “revive” and be reborn at each subsequent glance. An alienating dimension, where the “real” is (technically) absent, now disappeared, dissolved and replaced, as far as possible, by the relative visual simulacrum. A sort of perceptive madness, a real visual hallucination which – through the “schizophrenic” gaze of Photography – offers the viewer (always posthumous) a referent, in fact, now non-existent, which in the image is in any case virtually reified and made present, although “in the past”. Roland Barthes, in this regard, defined Photography as false on the perceptual level, showing an object (s) now irremediably lost in the past, while remaining true on the temporal level.“Photography then becomes for me a bizarre medium, a new form of hallucination: false at the level of perception, true at the level of time.”A surreal dimension, oscillating between a sort of pseudo-hallucination and the aforementioned schizophrenia, which seems to be further amplified if the image depicts a missing person. In this case, the Photography – although it cannot restore, however obvious, the biological life lost by the now deceased person – nevertheless seems to be able to offer him an illusory alternative, a momentary (albeit subsequent) rebirth every time the image will come back again. shown / observed. Even in this perspective, Photography would therefore seem to confirm itself as “the” split, the interruption in the continuum of the “real” par excellence. A fracture that shows us some indicative elements of a past that is in any case unchangeable, absolute and now complete, but, at the same time, a potential, but only hypothetical, occasion for the return of the dissolved, a kind of momentary “resurrection”, albeit ephemeral and relegated only to a purely imaginary dimension.A crazy and hallucinating dimension that is also nourished by the ability to “withdraw” of Photography to the advantage of the referent from time to time depicted in it. The Photography, “retreating” and withdrawing, becomes (technically) invisible, putting in the foreground – to show it and thus make it “relive” once again it has been mentioned – the original referent portrayed in it.

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Anonimo, s.t., s.d.

Un referente del quale, la Fotografia “arretrando” e divenendo invisibile, ci mostra, in termini tecnici, una sorta di surrogato del (s)oggetto ormai “scomparso”.

Altrimenti detto: un fantasma, uno spettro.

La Fotografia sembra anche connotarsi come una specie di lastra trasparente, attraverso la quale tentare di osservare i “residui” del referente originario. Una fenomenologia che si alimenta anche dell’automatismo stesso della riproduzione meccanica. Una proprietà tipica della Fotografia che le ha consentito di continuare ad apparire immune alle (comunque inevitabili) “contaminazioni” della soggettività. Soggettività, che, secondo un diffuso credo comune, è più specifica del mondo dell’Arte, piuttosto che di un mezzo meccanico, automatico e apparentemente “neutro” come la Fotografia. Una caratteristica che le permetterebbe di ambire a un livello di oggettività tale da non temere più di tanto, per lo meno nel suo campo, possibili antagonisti. Una caratteristica che il già citato semiologo francese Roland Barthes ha riassunto così:

“Da un punto di vista fenomenologico, nella Fotografia il potere di autentificazione, supera il potere di raffigurazione.”

Qualità che, in una prospettiva meccanicistica, assocerebbero universalmente l’immagine fotografica sostanzialmente solo ad un automatismo, concorrendo a determinare – sempre ad opera di Roland Barthes – quello che è stato definito una sorta di “messaggio senza codice”. La Fotografia diviene così ulteriormente subdola, perché sembra sempre in grado di riproporci il referente originario senza mediazioni, senza filtri, apparentemente “incontaminato”, divenendo un mezzo e, insieme, anche un possibile documento atto ad indagare, se del caso, anche a ritroso nel tempo.

Quello della Fotografia, purtroppo, non è però mai uno sguardo terzo.

Tutt’altro!

Quello della Fotografia, infatti, è sempre uno sguardo incessantemente affetto da possibili, quanto talora anche inconsapevoli e/o inevitabili, “conflitti d’interesse”, sia dell’autore con qualcuno/qualcos’altro sia di un eventuale (ri)utilizzatore che estrapolasse o riusasse comunque l’immagine. Così facendo, l’uno o l’altro “piegherebbero” in ogni caso la Fotografia alle relative intenzioni, ai relativi indirizzi di senso. Una sorta di riconfigurazione semantica a partire anche dai relativi elementi formali, quali, ad esempio, la cornice reale o virtuale dell’immagine stessa.

A referent of which, the Photography “retreating” and becoming invisible, shows us, in technical terms, a sort of substitute for the now “disappeared” object (s).Otherwise said: a ghost, a ghost.Photography also seems to be connoted as a kind of transparent plate, through which one can attempt to observe the “residues” of the original referent. A phenomenology that is also fed by the very automatism of mechanical reproduction. A typical property of Photography that has allowed it to continue to appear immune to the (however inevitable) “contamination” of subjectivity. Subjectivity, which, according to a widespread common belief, is more specific to the world of Art, rather than a mechanical, automatic and apparently “neutral” means such as Photography. A feature that would allow her to aspire to a level of objectivity such as not to fear much, at least in her field, possible antagonists. A characteristic that the aforementioned French semiologist Roland Barthes summarized as follows:“From a phenomenological point of view, in Photography the power of authentication exceeds the power of representation.”Qualities that, from a mechanistic perspective, would universally associate the photographic image substantially only with an automatism, helping to determine – again by Roland Barthes – what has been defined as a sort of “message without code”. Photography thus becomes further subtle, because it always seems capable of re-proposing the original referent without mediation, without filters, apparently “uncontaminated”, becoming a means and, at the same time, also a possible document capable of investigating, if necessary, even backwards in time.Unfortunately, photography is never a third glance.Far from it!In fact, that of Photography is always a gaze incessantly affected by possible, as well as sometimes even unaware and / or inevitable, “conflicts of interest”, both of the author with someone / something else and of a possible (re) user who extrapolated or reused the image anyway. By doing so, one or the other would “bend” the Photograph in any case to the relative intentions, to the relative addresses of meaning. A sort of semantic reconfiguration also starting from the related formal elements, such as, for example, the real or virtual frame of the image itself.

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Anonimo, s.t., s.d.

Non propriamente un messaggio automatico e senza codice, verrebbe da dire. Quanto, piuttosto, sempre (anche inconsapevolmente) una vera e propria scelta politica, condensata nell’azione dell’autore e/o di chi poi (ri)usa l’immagine fotografica. Uno stato di cose nel quale la Fotografia, “ritraendosi”, fa quindi emergere l’idea posta a monte della sua creazione, dissolvendo definitivamente, in tal modo, anche un eventuale idea residua di Fotografia intesa come un contenitore innocente e trasparente.

Per guardare in modo adeguato una Fotografia occorre quindi tener conto di tutto questo.

Ma non solo.

La Fotografia sembra in effetti continuare a ricordarci anche che, oltre a non essere un semplice e (apparentemente) neutro e trasparente “messaggio senza codice“ è anche una specie di agente morale giudicante dei “suoi” stessi contenuti, così come, più a valle, delle reazioni di fronte a questi contenuti – e al relativo pathos che li connota – da parte del destinatario finale. Pathos che rappresenta, si è accennato, uno dei punti di forza e, al tempo stesso, uno dei suoi possibili elementi critici per gli esiti, talvolta persino imprevedibili, derivanti dalla visione di un’immagine eventualmente “inquinata” nei suoi contenuti. Esiti, che, per quanto ovvio, non sono privi di conseguenze, inducendo sempre una reazione nel destinatario. Reazione che ne influenzerà, condizionandone l’orientamento – per quanto in misura ogni volta variabile – la relativa sfera d’azione successiva. Riflessi che potrebbero oscillare da una sostanziale indifferenza sino alle reazioni più ampie e disparate, sia in termini qualiquantitativi sia in termini temporali. Reazioni che potrebbero fondarsi su un costrutto visuale, si è pure detto, talora anche distorto – sebbene non sempre e non necessariamente in modo volontario – ma, non per questo, non meno insidiosi e/o pericolosi. Una propensione all’azione, si accennava, che, per quanto possa essere contaminata da una lettura ideologica e, quindi, “orientata” già a monte, produrrebbe comunque degli effetti a valle, con le relative conseguenze.

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Anonimo, s.t., s.d.

Not really an automatic message without a code, one would say. Rather, it is always (even unknowingly) a real political choice, condensed in the action of the author and / or of those who then (re) use the photographic image. A state of affairs in which Photography, “withdrawing”, then brings out the idea behind its creation, thus definitively dissolving even any residual idea of Photography intended as an innocent and transparent container.To look at a photograph in an adequate way it is therefore necessary to take all this into account.But not only.Photography seems in fact to continue to remind us that, in addition to not being a simple and (apparently) neutral and transparent “message without code”, it is also a kind of moral agent judging “its” own contents, as well as, further downstream , of the reactions in front of these contents – and the relative pathos that connotes them – on the part of the final recipient. Pathos which, as mentioned, represents one of the strengths and, at the same time, one of its possible critical elements for the results, sometimes even unpredictable, deriving from the vision of an image that may be “polluted” in its contents. Outcomes, which, although obvious, are not without consequences, always inducing a reaction in the recipient. Reaction that will affect, conditioning its orientation – albeit to a varying extent each time – its subsequent sphere of action. Reflections that could range from a substantial indifference to the broadest and most disparate reactions, both in terms of quality and quantity and in terms of time. Reactions that could be based on a visual construct, it has also been said, sometimes even distorted – although not always and not necessarily in a voluntary way – but, not for this reason, no less insidious and / or dangerous. A propensity for action, it was mentioned, which, although it may be contaminated by an ideological reading and, therefore, already “oriented” upstream, would still produce downstream effects, with the related consequences.

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Anonimo, s.t., s.d.

Come risulta essere, purtroppo, già nuovamente successo, anche in queste settimane. Si fa riferimento, in particolare, ad un caso che ha avuto una ampia eco in tutto il Mondo. Un caso paradigmatico, che, per quanto ovvio, ci ricorda nuovamente che in queste circostanze, per sostenere un ragionamento tendenzioso e/o falso, il “vero” discorso che è alla base del messaggio che la parte interessata intende veicolare, nell’immagine interessata sembra prendere il posto del relativo preambolo. L’alto gradiente di insidiosità di questo tipo di rappresentazioni visive può, tuttavia, non emergere palese e immediato in tutto il suo portato. Andando così progressivamente a minare, ad esempio attraverso la calunnia, la credibilità di uno o più degli interlocutori interessati. Una subdola modalità di screditamento degli antagonisti, infida quanto letale, che ci ha ben sintetizzato il celebre adagio del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini:

La calunnia è un venticello,/ Un’auretta assai gentile/Che insensibile, sottile,/Leggermente,/dolcemente/Incomincia a sussurrar/Piano piano, terra terra,/Sottovoce, sibilando,/Va scorrendo, va ronzando;/Nelle orecchie della gente/S’introduce destramente/E le teste ed i cervelli/Fa stordire e fa gonfiar./Dalla bocca fuori uscendo/Lo schiamazzo va crescendo/Prende forza a poco a poco,/Vola già di loco in loco;/Sembra il tuono, la tempesta/Che nel sen della foresta/Va fischiando, brontolando/E ti fa d’orror gelar./Alla fin trabocca e scoppia,/Si propaga, si raddoppia/E produce un’esplosione/Come un colpo di cannone,/Un tremuoto, un temporale,/Un tumulto generale,/Che fa l’aria rimbombar./E il meschino calunniato,/Avvilito, calpestato,/Sotto il pubblico flagello/Per gran sorte ha crepar.

Una Fotografia in grado di esprimere una così subdola capacità d’offesa è, potenzialmente, persino più temibile di un’arma convenzionale. Non ultimo, perché, potrebbe a prima vista non apparire magari del tutto evidente la sua possibile onda d’urto.  

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Anonimo, s.t., s.d.

As it turns out, unfortunately, it has already happened again, even in recent weeks. In particular, reference is made to a case that has had a wide echo all over the world. A paradigmatic case, which, although obvious, reminds us again that in these circumstances, to support a tendentious and / or false reasoning, the “true” discourse that is the basis of the message that the interested party intends to convey, in the image concerned seems to take the place of the related preamble. The high gradient of insidiousness of this type of visual representations may, however, not emerge clearly and immediately in all its implications. Thus progressively undermining, for example through slander, the credibility of one or more of the interlocutors concerned. A subtle way of discrediting the antagonists, as treacherous as it is lethal, which has well summarized the famous adage of the Barber of Seville by Gioacchino Rossini:“The slander is a breeze, / A very gentle little ear / What insensitive, subtle, / Lightly, / softly / Begins to whisper / Slowly, down to earth, / Softly, hissing, / It goes flowing, it goes buzzing; / In the ears of the people / He introduces himself deftly / And heads and brains / Makes you stunned and swells / Out of the mouth coming out / The cackle is growing / Gaining strength little by little, / It already flies from place to place; / It seems the thunder, the storm / That in the sen of the forest / It goes whistling, grumbling / And it makes you of horror freeze / At the end it overflows and bursts, / It spreads, it doubles / And produces an explosion / Like a cannon shot, / A tremor, a storm, / A general uproar, / That makes the air rumbling / And the petty slandered, / Dejected, trampled, / Under the public scourge / By great fate he crepar. “A photograph capable of expressing such a subtle offensive capacity is potentially even more fearful than a conventional weapon. Last but not least, because, at first glance, its possible shock wave may not appear completely evident.

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Anonimo, s.t., s.d.

Un’insidia che è propria di quella Fotografia che, sin dagli esordi ottocenteschi, ci appariva, invece, così inoffensiva, con tutto il suo carico apparente di automatica e fredda neutralità. Con la sua apparente veridicità la Fotografia ci inganna dunque da quasi due secoli. E, come ci conferma anche l’uso “mirato” delle immagini fisse e/o in movimento che risulta essere stato fatto anche durante questo conflitto, la Fotografia rischia di trasformarsi anche in una sorta di moderno quanto altrettanto temibile Cavallo di Troia. Uno strumento e, insieme, un canale fraudolento per traghettare, poco o per nulla percepiti, senso e significati da un fronte all’altro. Contenuti talora anche molto distanti dal “reale” che la Fotografia sembrerebbe invece riflettere “in chiaro”, che, in modo infido, possono alimentarsi anche e proprio della carica di pathos generata ad hoc dalla “verità” originaria poi manipolata.

Una riconversione della relativa “destinazione d’uso” della Fotografia che, tra l’altro, contribuisce anche a svilire gli sforzi di tutti quegli operatori (professionali e non) che intenderebbero invece realizzare, per quanto possibile, documenti complessivamente veritieri riguardo ad un evento, magari pagando, come è successo in questi giorni, un prezzo molto alto anche in termini di perdite di vite umane.

Ciò nonostante, cresce comunque, nel frattempo, anche una diffusa diffidenza nei confronti di qualunque messaggio veicolato dai media. Una méfiance, come probabilmente la definirebbe anche Ferdinando Scianna, che è stata uno dei motori che diedero a suo tempo un’ulteriore, decisiva spinta alla nascita di voci meno dipendenti dal sistema mainstream dei media, a maggiore difesa e sostegno dell’affermazione della verità.

Uno iato, in ogni caso, insanabile, quello tra la frazione di “realtà” rappresentata e quella concreta, sempre più articolata e complessa. Tra quella di primo grado e quella della relativa frazione temporale della ripresa che “agirà” poi sul destinatario finale che, di volta in volta, in seguito si può osservare nell’immagine.   

Ma non è tutto.

A quelli già accennati sinora, vanno aggiunti anche i possibili rischi correlati all’esposizione incessante, abnorme e tendenzialmente saturante di immagini veicolate dai media contemporanei, in particolare, in simili circostanze. Un sovradosaggio visuale che, dopo un primo, fisiologico picco di interesse, potrebbe, magari molto repentinamente come è già successo in precedenti situazioni analoghe, scemare sensibilmente.

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Anonimo, s.t., s.d.

A pitfall that is typical of that Photography which, since the early nineteenth century, appeared to us, however, so harmless, with all its apparent load of automatic and cold neutrality. With its apparent truthfulness, Photography has therefore been deceiving us for almost two centuries. And, as confirmed by the “targeted” use of still and / or moving images that appears to have also been made during this conflict, Photography risks transforming itself into a sort of modern as well as fearful Trojan Horse. A tool and, at the same time, a fraudulent channel to ferry, little or no perceived, meaning and meanings from one front to another. Contents sometimes even very distant from the “real” that Photography would seem to reflect “in clear”, which, in a treacherous way, can also feed on the charge of pathos generated ad hoc by the original “truth” then manipulated.A reconversion of the relative “intended use” of Photography which, among other things, also contributes to debase the efforts of all those operators (professional and otherwise) who would instead intend to create, as far as possible, documents that are generally truthful about an event , perhaps paying, as has happened in recent days, a very high price also in terms of loss of human life.Nonetheless, in the meantime, however, also a widespread distrust of any message conveyed by the media is growing. A méfiance, as Ferdinando Scianna would probably also define it, which was one of the engines that at the time gave a further, decisive boost to the emergence of voices less dependent on the mainstream media system, in greater defense and support of the affirmation of the truth. .A hiatus, in any case, irremediable, that between the fraction of “reality” represented and the concrete one, more and more articulated and complex. Between that of the first degree and that of the relative temporal fraction of the shot that will then “act” on the final recipient who, from time to time, can later be observed in the image.But that is not all.To those already mentioned so far, we must also add the possible risks related to the incessant, abnormal and tendentially saturating exposure of images conveyed by contemporary media, in particular, in similar circumstances. A visual overdose which, after a first physiological peak of interest, could, perhaps very suddenly as has already happened in previous similar situations, significantly diminish.

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Anonimo, s.t., s.d.

Non fa eccezione la Fotografia, benché ritragga le immagini di una tragedia immane come quella in corso. Rischia anch’essa di mescolarsi fatalmente e pian piano dissolversi nel flusso più ampio e indistinto di news e di attualità dell’informe, eterno presente narrato dai media contemporanei.

Non sarà così, probabilmente, almeno in questo caso. Per lo meno non così repentinamente e/o nell’immediato, considerata anche la contiguità geografica e culturale con l’area ora maggiormente interessata dal conflitto, così come le relative alleanze militari interessate, l’interdipendenza economica e, non ultima, la minaccia anche di un possibile innalzamento “qualitativo” del livello del conflitto, con l’eventuale ricorso anche alle armi atomiche.

La Fotografia, quindi, continuando “registrare” ulteriormente l’evoluzione di questo conflitto, sinora già oltremodo drammatico, continuerà verosimilmente ad alimentare anche una sorta di teleintimità con i (s)oggetti che saranno via via protagonisti degli “sguardi” che ci veicolerà. Una condivisione che, facendo percepire sempre meno distante il conflitto, alimenterà progressivamente, si spera, un’empatia crescente con le aree al momento maggiormente colpite dal conflitto in corso. La Fotografia, nella sua veste di strategico medium trasversale, dovrebbe quindi continuare a concorre alla definizione dell’agenda dei media e, per riflesso, della relativa audience.

Un contributo che la Fotografia, seppure con i limiti ripetutamente accennati, continuerà verosimilmente ad offrire attraverso i suoi preziosi focus visivi isolando e “congelando”, magari per sempre (a futura memoria), questi terribili scenari di devastazione e di Morte che, speriamo presto, possano finalmente cessare mettendo anche fine a questa drammatica e angosciosa sequenza di immagini del “dolore degli altri”.

Roma, 16 marzo 2022

G. Regnani

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Anonimo, s.t., s.d.

Photography is no exception, although it portrays images of a huge tragedy like the one in progress. It too risks fatally mixing and slowly dissolving in the broader and more indistinct flow of news and current affairs of the shapeless, eternal present narrated by contemporary media.It will probably not be so, at least in this case. At least not so suddenly and / or immediately, also considering the geographical and cultural contiguity with the area now most affected by the conflict, as well as the related military alliances involved, economic interdependence and, last but not least, the threat also of a possible “qualitative” increase in the level of conflict, with the possible use of atomic weapons as well.Photography, therefore, continuing to further “record” the evolution of this conflict, already extremely dramatic up to now, will likely continue to feed a sort of tele-intimacy with the (s) objects that will gradually be the protagonists of the “gazes” it will convey to us. A sharing that, by making the conflict less and less distant, will gradually feed, hopefully, a growing empathy with the areas currently most affected by the ongoing conflict. Photography, in its role as a transversal strategic medium, should therefore continue to contribute to the definition of the media agenda and, consequently, of its audience.A contribution that Photography, albeit with the limits repeatedly mentioned, will probably continue to offer through its precious visual focuses, isolating and “freezing”, perhaps forever (for future reference), these terrible scenarios of devastation and Death which, we hope soon , can finally cease putting an end to this dramatic and anguished sequence of images of the “pain of others”.

Rome, March 16, 2022

G. Regnani

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Anonimo, s.t., s.d.

https://soundcloud.com/user-728418889/the-war-s-photography-the-photography-s-war?utm_source=clipboard&utm_medium=text&utm_campaign=social_sharing

LA “GUERRA” DELLA FOTOGRAFIA/”WAR”‘S PHOTOGRAPHY – LA “FOTOGRAFIA” DELLA GUERRA/”PHOTOGRAPHY”‘S WARultima modifica: 2022-03-16T00:01:27+01:00da gerardo.regnani
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