LA MOSCA METALLICA/ THE METALLIC FLY

La Mosca metallica/The Metallic fly

(racconto)

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

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Finirò probabilmente prima stordito, poi schiacciato da qualche parte.

Stordito da uno spray insetticida, che mi paralizzerà il sistema nervoso, poi, una scarpa distratta finirà, forse, il lavoro, spiaccicandomi sul pavimento.

Finirò così, l’ho sognato di nuovo stanotte.

Morirò schiacciato come una mosca.

Non proprio “come”, perché io sarò, purtroppo, quella… mosca.

Si, proprio una di quelle temutissime mosche verde-bottiglia. Uno di quegli agenti decomponenti biologici, che, a ragione, vengono comunemente chiamate “mosche metalliche”. Un nome che potrebbe far fare capriole orgasmiche allo scrittore William Gibson immaginando quel nome, magari al singolare, scritto bello grosso sulla copertina del suo prossimo romanzo fantascientifico. Un bel libro in brossura, con una sovracopertina sulla quale spiccherebbe l’ologramma che mi farebbe “resuscitare” incessantemente, ad ogni nuovo sguardo. Insetto, ma eterno, almeno nella memoria del suo target tipico di lettori.

Una mosca appartenente alla famiglia delle calliforide. Anche questo, sempre declinato al singolare, ovvero calliforida, potrebbe essere forse altrettanto intrigante per Gibson.

Forse…, ma non divagherò oltre.

Finirò probabilmente così, dicevo, mentre tenterò di deporre le mie uova bianche su qualche pezzettino di carne nuda, senza pelle.

Indipendentemente se sia viva o morta.

La preferenza per la carne morta – piuttosto che per la carne viva – che mi viene di solito attribuita è solo illusoria, perché, in realtà, risponde, banalmente a una semplice esigenza funzionale. Un’esigenza funzionale, dicevo, perché su animali o persone ancora vive potrei essere, per quanto ovvio, probabilmente scacciata e, quindi, non potrei agire tranquillamente – come vorrei e farei, invece – se fossi, ad esempio, su di un cadavere.

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

In quella dimensione di “pace”, dovrei solo preoccuparmi di spartire il territorio con gli altri miei “colleghi”, gli altri insetti e animali tipici di questi “banchetti”. Ci chiamano gli agenti principali della decomposizione e, di norma, siamo proprio tanti. Ma su un cadavere, alla fine, c’è quasi sempre abbastanza posto, di solito, un po’ per tutti.

Ammesso e non concesso, però, che il corpo sia disponibile e, non ultimo, sia anche in qualche modo accessibile. Soprattutto i resti umani, ogni giorno che passa, lo sono sempre meno. Già prima di morire, ogni umano è infatti spesso circondato da una teoria incessante di altri suoi simili. È una situazione che ricordo bene, per averla vissuta già tante altre volte, fatta, com’è di: parenti, amici, medici, infermieri, badanti, etc.

Non parliamo, poi, della processione post mortem. Un autentico circo equestre.

Variegato.

Infinito.

Tra quelli della parrocchia, il fioraio, altri medici, le Pompe funebri,  il portiere, i familiari e chi più ne ha, più ne metta, c’è sempre meno da banchettare. Con le carogne degli animali, fortunatamente, va ancora abbastanza bene, ma, a dire il vero, è tutto un altro tipo di… “materia prima”.

Comunque, sto di nuovo divagando…

Stavo dicendo, infatti, della competizione con i miei affini, gli altri calliforidi (Calliphoridae) e i saprofagi (Sarcophagidae). Benché i veri specialisti, devo riconoscerlo, siano i bigattini. Sì, proprio le comunissime larve della mia specie, i calliforidi, e di altri ditteri, usati abitualmente come esche dai pescatori. Loro sì che sono davvero precisi e determinati. Scientifici, direi. I bigattini sono infatti in grado, in climi con temperature calde o comunque adeguate, di contribuire alla completa distruzione delle parti non ossee in tempi sorprendentemente rapidi, grazie anche alla loro impressionante capacità riproduttiva, sia per la rapidità sia per le proporzioni. Ma, va detto, al banchetto, oltre noi “piccoletti” potrebbero partecipare, condizioni permettendo, anche bestiole enormemente più grandi rispetto alle nostre stazze, quali: cani, volpi, gatti, ratti e via concludendo l’elenco stile documentario della BBC. Va tuttavia anche detto che questa famelica pletora di “invitati” non è solo e sempre del tutto una disgrazia, perché questi, essendo più grandi, rimuoveranno e spargeranno più facilmente in giro le ossa del “piatto del giorno” compresi i relativi residui di tessuti organici molli e non, magari, liberandoli almeno in parte – ovvero tirandoli fuori e/o separandoli – dall’involucro o dall’ambiente nel quale si trovavano o erano stati eventualmente prima riposti.

Questo è lo scenario che, per grandi linee, si ricrea più o meno uguale tutte le volte.

E così sarà di nuovo a breve, ne sono certo, anche con questo tizio che ho incrociato anche oggi mentre portava a pisciare il cagnolino nell’aiuola vicino casa. Il “ristorantino” dov’ero momentaneamente occupato a cagare anch’io uova sulla carognetta di uno storno accoppato da una pietrata tiratagli da un ragazzetto lercio di borgata, pure un pò matto, che chiamerò Sciatto, come se fosse uscito dalla penna di Pier Paolo Pasolini. Il tizio comunque lo avevo comunque già visto altre volte nei dintorni e mi è sempre rimasto impresso. Sì, perché ha un passo molto strascicato ed è mezzo curvo di lato. È lento, tremolante, ipomimico, sbava e inciampa, oltre che con i piedi, anche con le parole. Poi, quando finalmente prende a parlare, per via della Festinazione, lo fa talmente in fretta e d’affanno che, il più delle volte, non si capisce quasi un cazzo. E, per concludere con questa “anamnesi” da insetto “laico”, aggiungo che la tipa che molte volte lo accompagna (potrebbe forse essere la figlia, data una vaga somiglianza) – peraltro giovanissima e pure niente male! – ho sentito che, parlando al telefono, dicesse a qualcuno che è ormai molto depresso e stremato. Anche per tale motivo, i medici hanno pertanto dovuto rivalutare anche l’impianto del DBS, continuando una sorta di sempre meno efficace “accanimento terapeutico”.

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

“Una vera sfiga…!” gli aveva sentito ripetere più volte nell’altoparlante, riferendosi a quegli altrettanto famelici, quanto “stimati”, saprofagi umani che – poveretti, loro! – hanno dovuto purtroppo rinunciare a fargli l’intervento. Perdendo, così, il loro paffuto onorario. Un quadro clinico severo e via di ulteriore degenerazione progressiva, che, nonostante le cure attente, professionali e, non ultimo, umane di altri medici, comunque non depone bene.

Per farla breve – sempre che, nel frattempo, non si sia involontariamente autostrozzato a causa dell’ennesima disfagia –  non mi sorprenderebbe se dovesse tentare di trovare una via… “alternativa”.

È un tipo creativo, sai?

Credo di averlo ormai già un po’ inquadrato. L’ho capito via via, anche se non è stato facile fare questa sorta di autopsia psicosociale sul suo quasi-cadavere, dato il peggioramento ultimamente più accentuato del suo “amato” Parkinson… e dagli altri “amici” che lo accompagnano tra i quali: l’ipertrofia prostatica, il glaucoma, la stipsi quasi cronica, etc., etc.

Certo, in alternativa, sarebbe meglio riceverlo, ancor più se inatteso, questo “regalo”…

Perché, ricordando le indagini semiotiche di Maria Giulia Dondero nel suo “Fotografare il Sacro”,  il dare gratuito può rappresentare, se è autentico, proprio l’essenza ideale del dono Un dono puro che può evocare, se è tale, persino una dimensione sacrale, trascendente. In particolare per la sua natura, appunto, gratuita, inattesa e “disorganizzata”. Legata, come è, talvolta, anche al caso. Una dimensione priva di contraffazioni, senza tatticismi contingenti e/o strategie di medio o lungo periodo. Un dono immotivato, dunque, istintivo e sublime insieme, come può esserlo un’alba.

Un avvento…

Una donazione pura, che, estremizzando, potrebbe assumere i contorni di un gesto addirittura “irresponsabile”, pari a un atto inconscio. Estraneo persino al donatore, e, pertanto, essendo impersonale, è libero da ogni necessità di controbilanciamento sociale. Radicalizzando ulteriormente – e tornando, quindi, sostanzialmente all’inizio – lo si può immaginare anche come un atto senza nome, ignoto finanche a sé stessi. Privo, dunque, di una relazione con qualcuno/qualcosa. Senza un volto, senza un’identità.

In altre parole: anonimo e, se possibile, persino invisibile.

Come potrebbe esserlo, appunto, proprio la dimensione o una relazione con il… Sacro.

O, qualcosa/qualcuno che gli sia affine.

Come i nostri figli, per esempio…

Come un’amicizia…

Come la pace…

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

Poi, d’un tratto, una specie di pernacchia sorda, tambureggiante a singulti, mista a un sibilo sinistro e, insieme, ad una sgradevole e umiliante sensazione di melma bagnata che ti “allaga”, mista a un odore nauseante, quanto familiare…

Merda, mi sono cagato di nuovo addosso!

Tutto tappato per settimane, poi mi sveglio di soprassalto, “stappato”, galleggiando in un mini merdaio universale. Tutto in una notte e, guarda caso, con il pannolone che non ha ovviamente retto bene neanche questa volta. Sono passato, così – nell’attimo fatale e tragico scandito dal solito gong di una super “scorreggia vestita” – da un “sogno vivido”, con tanto di mosca verde mangia carcasse, benché colta e che cita a memoria i nomi scientifici degli agenti putrefattori come lei, alla merda mondana e putrefatta realtà di un cadavere in fieri.

E pensare che solo qualche giorno fa, mi facevo le mie solite pippe mentali sulla resistenza. Addirittura su quell’altra coglionata galattica per un parkinsoniano della… resilienza!

La verità, quella dura, concreta, fisiologica è quella che è già o sarà comunque fra un po’ e con buona pace di qualche – comunque inutile – iperbole narrativa più o meno anticipatrice.

Ma non è, in realtà, soltanto questa “fotografia” esterna a preoccuparmi. Magari, lo fosse, mi verrebbe quasi da dire, perché, per quanto assurdo possa sembrare, si tratterebbe comunque di un nemico che “ha una forma” e non solo “contenuto” (i reflui corporali dei quali accennavo prima, per fare un esempio…). Quello che temo davvero, è soprattutto il “Cavallo di Troia” che ormai mi porto tempo dentro. Un agente patogeno, ancor più temibile, secondo me, dei disturbi motori più meno tangibili. Un mostro mi ronza dentro, disumano, Metallico, verde, per usare anche due metafore-eco che fanno tanto effetto scrittore creativo, rinviando al sogno vivido che, ovviamente, ho inventato del tutto. Se potessi dormire bene come vorrei, mi augurerei di “non perdere” certo il sonno con simili stronzate onirico-fantasiose.

Tenterei di riposare meglio e fine della storia onirica.

E, in ogni caso, non mi è mai sembrato si possa trattare di una (“banale”?) forma depressiva, benché, probabilmente, tecnicamente forse comunque lo sia. E ciò, in costanza del fatto che, in realtà, non temo davvero praticamente nulla.

Persino la Morte, con la sua inossidabile “resistenza” dialettica non l’ho mai veramente temuta.

E, come chiunque, anch’io credo di aver da tempo avviato una sorta di relazione dialettica con la Morte. In realtà, credo che tutto sia dotato di un’estetica e di una dialettica – tecnicamente, dei mezzi di comunicazione – persino quando queste proprietà sembrino assenti o, addirittura, negate. Che persino la Morte, sia vista in diretta sia mediata, comunque ne possieda. Quella che la caratterizza è, di norma, una sceneggiatura angosciante segnata da una successione di momenti agghiaccianti, non di rado contraddistinti proprio da una surreale assenza apparente di dialettica. La Morte, del resto, è una contingenza che sembra non ammettere – per definizione, per statuto – alcuna contrapposizione dialettica con chicchessia. È la dolente e immutabile negazione di qualsiasi confronto, senza pietà e/o sconti per nessuno. Sempre implacabile di fronte a qualunque forma di vita. Tutto, in ogni caso, dalla Morte in giù, comunque comunica anche attraverso espressioni estetiche e dialettiche – materiali, immateriali che siano o appaiano – anche qualora sembrino mancare e/o paiano respinte al mittente.

Come chiunque, credo, della Morte temo comunque, almeno teoricamente, l’eventuale componente traumatica (sia essa eventualmente autoinferta sia che venga “somministrata”).

In ogni caso, ho sempre considerato la Morte “soltanto” una meta biologica. L’ultima e, comunque, un orizzonte oltre il quale, francamente, non mi sembra “si veda” molto altro. A parte, ovviamente, quel poco di “ammuina” mondana e organica dovuta al contingente processo di decomposizione dell’organismo fisiologico e alla necessità sanitaria, di norma mascherata da rituale funerario, di liberarsi comunque prima possibile del compianto.

Ma, prima di arrivare a questo, occorre attraversare il tunnel oscuro della malattia.

Malattia intesa come la frazione più buia e terribile dell’esistenza e la casa come luogo di sofferenza, di dolore, pur rimanendo comunque un presidio di tenace opposizione alle avversità della vita e, comunque, simbolico baluardo di fiducia nel futuro.

Dolore, sofferenza della mia carne, del mio corpo. Un corpo che ho immaginato, in una poesia del 2017 (la prima di quattro dedicate a questa mia condizione). come la mia… “casa”:

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G. Regnani, dal polittico La casa – “Interni”, 2017 (particolare)

La casa. “Interni” 

La mia casa era un caos calmo.

La mia casa, ora, è una paralisi agitante.

La mia casa era un albero solido.

La mia casa, ora, è un relitto ondeggiante.

La mia casa era una fiamma avvolgente.

La mia casa, ora, è solo riflessi involontari.

La mia casa era una teoria di luci e di idee.

La mia casa, ora, è una pena crescente.

La mia casa era forza e volontà.

La mia casa, ora, è tremore e terrore.

La mia casa era uno spazio libero.

La mia casa, ora, è un luogo ostile.

La mia casa era di mattoni e cemento.

La mia casa, ora, è una fragile esistenza.

La mia casa era un progetto ambizioso.

La mia casa, ora, è una vita senza sogni.

La mia casa era una mente viva.

La mia casa, ora, è carne senz’anima.

La mia carne… è stata la mia casa.

Il mio corpo, ora, non è più la mia casa.

Il mio corpo, ora,

è ormai un’ombra debole,

quasi solo…

pensiero.

Pensiero…

La salute non è comunque la pura e semplice assenza di malattia, bensì lo stato di completo benessere fisico, psichico e sociale della persona. Benessere psicofisico e sociale che una diagnosi infausta, evidentemente, nega e tende a dissolvere, “armata” com’è spesso, similmente alla morte, di un’antidialettica amara e crudele. Un’indisponibilità ferrea alla mediazione, talora “rinforzata” da un’estetica altrettanto drammatica e priva di tatto, che, invece di mitigare, può, viceversa, accentuare ulteriormente lo stato di malessere e di disagio in cui vive lo sfortunato protagonista.

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

La malattia è, quindi, una forma di comunicazione?

Di sicuro la malattia, attraverso il progressivo degradarsi del corpo, è vista, in particolare, dal ricercatore ed antropologo R.F. Murphy come un penoso grimaldello che apre le porte ad una dimensione altra, ad una sorta di fuga dal mondo, che interrompe e sconvolge gli abituali ruoli sociali e fa assumere una veste nuova al malato.

Questa situazione, in relazione alla severità della patologia, lo esonera, in parte o del tutto, dai suoi precedenti doveri sociali. È una dispensa collegata, però, ad una specifica contropartita (ideologica, verrebbe da chiedersi?), ossia: fare tutto il possibile per ristabilirsi. Ciò, perché anche l’infermità deve sottostare a delle regole sue e specifiche, paradossalmente persino quando queste non possano essere o non serva più che siano, comunque, rispettate. Radicalizzando, penso, in particolare, al c.d. “accanimento terapeutico” e, più in generale, a quei percorsi terapeutici che assumono forme di parossismo tali da rasentare la schizofrenia, come nel caso di patologie che, talvolta, per quanto curabili, non siano comunque guaribili. Il malato non ha comunque scelta, caricato, come è, dell’onere di fare ogni sforzo possibile per migliorare il proprio stato di salute. Qualunque carenza, un cedimento qualsiasi può essere letto come un’assenza d’impegno, persino come un segno indesiderato e/o prematuro di abbandono.

Abbandono, come quello interiore, dell’anima, che ho provato a sintetizzare in questi versi:

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G. Regnani, dal polittico La casa – “Interni”, 2017 (particolare)

La “bella follia”

Tecnicamente:

disturbo del tono dell’umore,

disagio esistenziale,

sindrome maniaco-depressiva.

Follia.

Bestia nera delle patologie mentali.

Odissea medica.

Senza tregua, senza fine.

Morso feroce,

vorace,

tenace.

Solitudine,

disperazione.

Nessun senso,

nessun sapore.

Spegnersi,

fermarsi.

Sopravvivere?

Morire.
Dolore invisibile,

incomunicabile.

Inesistenza al,

del mondo.

Slittamento verso un altrove.

Nodi in gola,

sensi di colpa.

Masochismo morale?

Sofferenza.

Enigma indecifrabile.

Devastazione letale.

Dolore,

vuoto.

Lacerazione dell’anima.

Aggressività interiore.

Spietata,

privata.

Infelicità cronica.

Chiusura interiore.

Annullamento.

Tabù sociale.

Lasciare il mondo

e viceversa.

Dissolversi dell’esistenza.

Angoscia, paura.

Soli, col male oscuro.

Incubo?

Buco nero.

Polverizzazione di legami.

Isolamento, fragilità.

Psicoterapia, ansiolitici, psichiatri.

Allucinazioni,sogni vividi.

Solitudine.

Male di…

vivere?

Male dell’… essere.

In questo sottobosco culturale, la cosa più ardua resta comunque il dover subire il progressivo dissolversi della propria indipendenza di scelta, perché, come malati, ancor più se disabili, si dipende, purtroppo, più o meno completamente dagli altri.  Si sperimentano così, amaramente, un costante calo dell’autostima e un’incursione progressiva e spietata – una vera e propria usurpazione – della mente ad opera della malattia. Insieme cresce anche una rabbia smisurata, alimentata dalla triste consapevolezza di aver acquisito un’inedita, quanto sgradita, diversità.

Diversità che, nell’immaginario collettivo, associa abitualmente il Parkinson alla lentezza.

Una condizione nella condizione che ho “descritto” in una seconda poesia intitolata: “Lenta mente”.

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G. Regnani, dal polittico La casa – “Interni”, 2017 (particolare)

Lenta mente

C’è chi dice che non siamo programmati per la velocità.

C’è chi dice che viviamo in un mondo troppo veloce.

C’è chi dice che il tempo sembra contrarsi.

C’è chi dice che siamo continuamente connessi.

C’è chi dice che tendiamo ad imitare macchine sempre più veloci.

Chi dice che siamo sempre più chiamati a rispondere in tempi brevi.

Chi dice che siamo ipersollecitati.

Chi dice che abbiamo sempre troppa fretta.

Chi dice che abbiamo dimenticato che il cervello è una macchina lenta.

Chi dice che non comprendiamo i vantaggi di una civiltà riflessiva.

Che non apprezziamo più il pensiero lento.

Che subiamo ormai inermi la cieca convulsione del quotidiano

Che il tempo è tiranno.

Che siamo sempre sotto pressione.

Che siamo schiavi del caos degli impegni.

Abbiamo bisogno di una maggiore tranquillità.

Viviamo in un mondo troppo accelerato.

La vita è una totale frenesia visiva e cognitiva dai tratti patologici.

Le ore della giornata sembrano sempre troppo poche.

Il tempo non ci basta più.

Che impieghiamo il tempo nella maniera sbagliata.

Che chi non ha il tempo dalla sua è fregato.

Che occorrerebbe una nuova cultura del tempo.

Che occorrerebbe rallentare.

Che sia ora di fermarsi.

Chi dice che la rivoluzione della lentezza inizia dai piccoli gesti quotidiani.

Chi dice che abbiamo perso la virtù della calma.

Chi dice che la lentezza dovrebbe essere una scelta di vita.

Chi dice che la vita dovrebbe scorrere come un lungo fiume tranquillo.

Chi dice che subiamo accelerazioni eccessive.

C’è chi dice che dovremmo imparate dalle lumache.

C’è chi dice che occorrerebbe liberarsi dalla schiavitù della produttività.

C’è chi dice viva lo slow food.

C’è chi dice che c’è un enorme sperpero di tempo.

C’è chi dice che la nostra società privilegia l’efficienza.

Chi dice che dovremmo riprenderci i nostri tempi.

Chi dice che dovremmo vivere al ralenti.

Chi dice che è stanco dei viaggi mordi e fuggi.

Chi dice che vuole riascoltare la natura.

Chi dice che quando troverò un po’ di tempo per me stesso?

Che si è perso il “ritmo giusto”.

Che tutto dev’essere il più rapido possibile.

Che la cifra dell’oggi è la fretta.

Che tutto ci incalza e ci travolge.

Che la vita è diventata una condanna.

Quando saprò fermarmi?

Siamo inquadrati in un’agenda troppo fitta di impegni.

Siamo ossessionati da una perenne ansia da prestazione.

Non siamo più felici.

La fretta è uno dei mali della società moderna.

Che la vera vita è una vita lenta.

Chi dice che si è persa la dimensione della contemplazione.

C’è chi dice che abbiamo perso il lusso del “perdere tempo”.

Chi dice che tutto è corsa e frenesia.

Che è tutta una Babele.
Vite altre, invece, vanno al ralenti.

Vite altre,

“controcorrente”.

Vite altre,

“flemmatiche”.

Vite altre,

“rilassate”.

Vite altre,

“scelte”,

come la…

mia.

Come la mia.

E, passando dall’incredulità dello scoprirsi malato al fare progressivamente esperienza della disabilità, la malattia tocca corde intime delicatissime, alimentando un’ira esistenziale per un’afflizione senza fine e un crescente desiderio di ribellione nei confronti del mondo intero. Sebbene possano essere infondati, tendono irrazionalmente ad emergere anche un’odiosa sensazione di colpevolezza, mista a vergogna. La persona disabile sperimenta inoltre l’ulteriore forma di imbarazzo e di rancore legata, in particolare, a quelle circostanze nel corso delle quali sono più o meno visibili le proprie difficoltà (motorie, dialettiche, mnemoniche, etc.), con l’inevitabile mortificazione del doverle comunque affrontare/mostrare. Si pensi, per quanto banale sia, ai comuni atti di vita quotidiana. L’emergere della malattia comporta, pertanto, una continua riconsiderazione e rimodulazione quali/quantitativa del proprio ruolo sociale, con inesorabili e, talvolta, pesanti riflessi sul proprio microsistema relazionale di riferimento. Un potenziale, graduale, sgretolarsi dei rapporti sociali e il conseguente ritrarsi dai contesti potenzialmente più ansiogeni e, in generale, dai contatti con gli altri. Il diradarsi progressivo delle relazioni precedenti l’insorgenza della patologia disabilitante può essere talora compensato dalla ricerca di nuovi affetti, magari … tra i “propri simili”. Il malato è dunque costretto a ridiscutere tutto, in un incessante e intenso confronto tra il proprio io e gli altri, tra se stesso e quanto lo circonda, ma, soprattutto, tra se stesso e … se stesso! In questa prospettiva, la progressiva perdita di autonomia, posta in relazione con il proprio mondo, prende inevitabilmente il sopravvento, divenendo via via “la” condizione centrale del quotidiano di una persona disabile.

R.F. Murphy, al riguardo, aveva evidenziato che: “La dipendenza dalla malattia è molto più di una semplice dipendenza fisica dagli altri, perché genera una sorta di relazione sociale asimmetrica che è onnicomprensiva, esistenziale e per certi versi più invalidante rispetto alla menomazione fisica in sé. E non è tanto uno stato del corpo quanto uno stato della mente, una condizione che deforma tutti i legami sociali e contamina ulteriormente l’identità di chi è dipendente. La dipendenza invade ed erode le basi [N.d.R.] sulle quali si fondano le relazioni sociali.”

Un assalto crudele che mette a dura prova – e su più fronti – sia la “vittima prescelta” sia i suoi legami sociali ed affettivi, persino quelli più forti e duraturi. Durante l’evolversi della patologia il malato saggia, tra l’altro, il concetto di liminalità, ovvero quella condizione di passaggio da una situazione sociale – di norma migliore, non solo dal punto di vista della salute – ad un’altra. Ed è proprio nel transito tra le due condizioni che si incontra questa dimensione liminale, questo “limbo sociale” popolato di vite indefinite e sospese “a mezzaria”. Una dimensione frustrante, ha ricordato ancora R.F. Murphy, nella quale coloro che sono affetti da una patologia severa:

[…] non sono né malati né sani, né morti né pienamente vivi, né fuori dalla società né totalmente partecipi. Sono esseri umani, ma i loro corpi sono deformati o malfunzionanti, lasciando nel dubbio sulla loro piena umanità […] tutt’altro che devianti, sono il controcanto della vita quotidiana.

Per considerare appieno l’infermità, non basta analizzare la sola componente sociale, perché non rende compiutamente la varietà e l’articolazione pluridimensionale della malattia, composta, come è, da esperienze, relazioni, emozioni, contesti, simboli, significati, etc. Una multidimensionalità che – connaturando in più modi l’ontologia della malattia, la sua immanenza nell’esistenza  umana – interessa più ambiti: il sapere scientifico, il rapporto personale con la propria fisiologia, le relazioni tra l’individuo e la circostante realtà sociale e quelle tra sé stessi e l’ambiente naturale e/o artificiale di riferimento. Il corpo “esposto”, indifeso e perdente dell’infermo è, quindi, il luogo reale e/o virtuale e, purtroppo, vulnerabile, dove si sperimenta la perdita di funzioni/facoltà e le relative umiliazioni, divenendo un emblema evidente della fragilità umana. Nel progressivo e mutevole definirsi della patologia si crea inoltre uno strappo, via via più ampio e talora incolmabile, tra quanto in precedenza era e quanto, nel qui ed ora, invece è divenuto il corpo – non solo fisico – del malato. Un prima e un dopo che fanno i conti con lo stereotipo, duro a morire, del soggetto “a norma”, rispetto a quello che non lo è più.”

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

Il malato, in particolare quello che vive una menomazione anche fisica, ne fa ripetutamente esperienza, tra l’altro, negli sguardi/commenti altrui sulla sua disabilità, nei luoghi pubblici come in quelli privati, nella corsa ad ostacoli quotidiana tra ambienti pensati non di rado solo per persone normodotate, che li costringono a continui e a volte difficili, se non impossibili, adattamenti, stress, etc. Una  rete di disagi che, unita all’impossibilità di governare convenientemente i deficit crescenti del proprio corpo, sviliscono ulteriormente la qualità, già più o meno compromessa, del vivere quotidiano.

Può emergere, in simili circostanze, una sorta di esternalizzazione dell’identità: un estraniamento, una forma di alienazione e di presa di distanza della mente che “fuoriesce” dal corpo malato.”

Uno stato definito da R.F. Murphy  “disembodiment”:

La mia soluzione al problema è stata la radicale dissociazione dal corpo, una specie di esternalizzazione dell’identità […] I miei pensieri e il senso di essere vivo sono stati riportati al mio cervello dove adesso risiedo e che, più che mai, è la base da cui mi protendo e afferro il mondo.

“Le sensazioni, lo stato reale, la fisiologia del corpo assumono quindi un ruolo subordinato, diventano una sorta di sottofondo, quasi fosse qualcosa di distaccato e di “lontano”.

E, in tal modo, tutta la vita possibile viene affidata alla mente.

Nessun’altra “trasferta”, rileggendo nuovamente Il silenzio del corpo di R.F. Murphy, mi è sembrata essere mai stata così pervasiva e “coinvolgente”!

Anche per questo, ma non solo, non potendo lasciarsi andare, vivo ormai quasi costantemente, per dirla con una parola sola, nella… paura!

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

Un mondo di sensazioni “variopinte”, che, in qualche modo, ho riassunto in una quarta e ultima poesia (a tratti, forse, persino… “onnomatopeica”), scritta sempre nel 2017, che trascrivo, qui di seguito, per chiudere questa penosa e schizofrenica narrazione simil-kafkiana, mentre, fuori, il mondo continua, incessante, nella sua follia.

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G. Regnani, dal polittico La casa – “Interni”, 2017 (particolare)

Paura

Affanno,

tachicardia,

tremore.

Paura.
Sudorazione anomala,

occhi sbarrati,

muscoli tesi.

Paura.
Bocca asciutta,

voce deformata,

adrenalina.

Paura.
I suoi volti,

i suoi inneschi,

i suoi disinneschi.

Paura.
Temuta,

malfamata,

implacabile.

Paura.
Strategica,

evolutiva,

adattiva.

Paura.
Sopravvivenza,

resistenza,

resilienza.

Paura.
Allarme,

risposta,

adattamento.

Paura.
Ansia,

panico,

spavento.

Paura.
La mia risposta adattiva alla sorte,

la mia strategia,

la mia resilienza.

Paura.
Non semplice paura,

timore,

terrore,

orrore!

Paura…

Roma, 8 marzo 2022

G. Regnani

gerardo.regnani@gmail.com

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

Dichiarazione di esclusione di responsabilità

Questo lavoro è un’opera del tutto immaginaria, frutto della fantasia. Ogni riferimento, quindi, a persone realmente esistenti o morte e/o a fatti effettivamente accaduti è da ritenersi totalmente involontario e, pertanto, puramente casuale. Non è immaginaria, purtroppo, la dimensione umana alla quale, in vari modi/parti, si fa riferimento.

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

english version

 

The metallic fly

A short novel by G. Regnani

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

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GUARDA IL VIDEO INTITOLATO “AUTORITRATTO”/”SELFIE” LA MALATTIA E’ UNA FORMA DI COMUNICAZIONE? IS DESEASE A FORM OF COMMUNICATION?

https://youtu.be/PNNB8S721oE

I’ll probably end up stunned first, then crushed somewhere.

Stunned by an insecticide spray, which will paralyze my nervous system, then, a distracted shoe will perhaps finish the job, smashing me on the floor.

I’ll end up like this, I dreamed of it again last night.

I will die crushed like a fly.

Not really “like”, because unfortunately I will be that … fly.

Yep, one of those dreaded bottle-green flies. One of those biological decomposing agents, which, with good reason, are commonly called “metal flies.” A name that could make writer William Gibson do orgasmic somersaults imagining that name, perhaps in the singular, written big on the cover of his next science fiction novel. A beautiful paperback book, with a dust jacket on which the hologram would stand out that would make me “resurrect” incessantly, with each new glance. Insect, but eternal, at least in the memory of its typical target of readers.

A fly belonging to the calliphorid family. This too, always declined in the singular, or calliforida, could perhaps be just as intriguing for Gibson.

Maybe…, but I won’t digress further.

I’ll probably end up like this, I said, as I try to lay my white eggs on a few bits of bare, skinless flesh.

Regardless of whether she is alive or dead.

The preference for dead meat – rather than live meat – that is usually attributed to me is only illusory, because, in reality, it simply responds to a simple functional requirement. A functional need, I said, because on animals or people still alive I could be, however obvious, probably driven away and, therefore, I could not act quietly – as I would like and would do, instead – if I were, for example, on a corpse.

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

In that dimension of “peace”, I should only worry about sharing the territory with my other “colleagues”, the other insects and animals typical of these “banquets”. They call us the main agents of decomposition and, as a rule, there are just so many. But on a corpse, in the end, there is almost always enough room, usually, a little bit for everyone.

Admitted and not granted, however, that the body is available and, last but not least, it is also accessible in some way. Especially the human remains, with each passing day, are less and less. In fact, even before dying, every human is often surrounded by an incessant theory of others of his kind. It is a situation that I remember well, having experienced it so many other times, made, as it is, by: relatives, friends, doctors, nurses, carers, etc.We do not speak, then, of the post mortem procession. An authentic equestrian circus.Varied.Infinity. Among those in the parish, the florist, other doctors, the Undertakers, the doorman, family members and so on, the more you have, the more you put, there is less and less to feast on. Fortunately, it’s still quite good with animal carrion, but to be honest, it’s a whole other kind of… “raw material”.

Anyway, I’m digressing again…

In fact, I was talking about the competition with my kindreds, the other calliphorids (Calliphoridae) and the scavengers (Sarcophagidae). Although the real specialists, I must admit, are the maggots. Yes, the very common larvae of my species, the calliphoridae, and other dipterans, usually used as bait by fishermen. They are really precise and determined. Scientific, I would say. The maggots are in fact able, in climates with hot or in any case adequate temperatures, to contribute to the complete destruction of the non-bony parts in surprisingly rapid times, thanks also to their impressive reproductive capacity, both for the speed and for the proportions. But, it must be said, at the banquet, in addition to us “little ones” could participate, conditions permitting, also animals enormously larger than our tonnage, such as: dogs, foxes, cats, rats and so on, concluding the BBC documentary-style list. However, it must also be said that this ravenous plethora of “guests” is not only and always completely a disgrace, because these, being larger, will more easily remove and spread around the bones of the “dish of the day” including the related tissue residues. soft and not organic, perhaps, freeing them at least in part – or by pulling them out and / or separating them – from the envelope or environment in which they were or had possibly been previously stored. This is the scenario that, roughly speaking, recreates itself more or less the same every time.And so it will be again shortly, I’m sure, even with this guy who I met even today while he was taking his dog to piss in the flowerbed near his house. The “restaurant” where I was temporarily busy shitting eggs on the carrion of a starling mated by a stone thrown at him by a filthy little boy from the township, even a little crazy, whom I will call Sciatto, as if it had come out of Pier Paolo’s pen Pasolini. The guy, however, I had already seen other times in the area and has always remained impressed on me. Yes, because it has a very shuffling step and is half curved to the side. He is slow, flickering, hypomimic, drooling and stumbling not only with his feet but also with his words. Then, when he finally starts talking, because of the Festination, he does so quickly and in such trouble that, most of the time, he hardly understands a shit. And, to conclude with this “anamnesis” of a “lay” insect, I add that the girl who often accompanies him (it could perhaps be his daughter, given a vague resemblance) – however, very young and not bad either! – I heard that, speaking on the phone, he told someone that he is now very depressed and exhausted.Also for this reason, doctors have therefore also had to re-evaluate the implantation of the DBS, continuing a sort of less and less effective “therapeutic persistence”.

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

“A real bad luck …!” he had heard him repeat several times on the loudspeaker, referring to those equally ravenous, as well as “esteemed”, human scavengers who – poor things, them! – unfortunately they had to give up the surgery. Thus losing their chubby fee. A severe clinical picture and a path of further progressive degeneration, which, despite the careful, professional and, last but not least, human care of other doctors, however, does not prove well.In short: it would not surprise me if he were to try, in the short term – always, in the meantime, he did not involuntarily self-drive due to yet another dysphagia – to find an “alternative” way …He’s a creative type, you know? I think I already have it a little framed by now. I understood it gradually, even if it was not easy to do this sort of psychosocial autopsy on his quasi-corpse, given the lately more pronounced worsening of his “beloved” Parkinson … and by the other “friends” who accompany him, including : prostatic hypertrophy, glaucoma, almost chronic constipation, etc., etc. Of course, alternatively, it would be better to receive, even more if unexpected, this “gift”…

Because, recalling the semiotic investigations of Maria Giulia Dondero in her “Photographing the Sacred”, free giving can represent, if it is authentic, precisely the ideal essence of the gift. A pure gift that can evoke, if it is such, even a sacred dimension, transcendent. In particular, due to its free, unexpected and “disorganized” nature. Sometimes it is also tied to chance. A dimension free of counterfeits, without contingent tactics and / or medium or long-term strategies. An unmotivated gift, therefore, instinctive and sublime at the same time, as a dawn can be.An advent…

A pure donation, which, if taken to the extreme, could take on the contours of an even “irresponsible” gesture, equal to an unconscious act. Foreign even to the donor, and, therefore, being impersonal, he is free from any need for social balancing. Radicalizing it further – and thus substantially returning to the beginning – it can also be imagined as an act without a name, unknown even to oneself. Therefore, without a relationship with someone / something. Without a face, without an identity.In other words: anonymous and, if possible, even invisible. How could it be precisely the dimension or a relationship with the … Sacred.

Or, something / someone related to him.

Like our children, for example …

Like a friendship …

Like peace …

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

Then, all of a sudden, a kind of deaf raspberry, drumming with sobs, mixed with a sinister hiss and, at the same time, an unpleasant and humiliating sensation of wet slime that “floods” you, mixed with a nauseating and familiar smell…

Shit, I shit on myself again!

All capped for weeks, then I wake up with a start, “uncorked”, floating in a universal mini shit. All in one night and, coincidentally, with the diaper that obviously didn’t hold up well this time either. So I passed – in the fatal and tragic moment punctuated by the usual gong of a super “dressed fart” – from a “vivid dream”, complete with a green fly eating carcasses, albeit educated and which mentions the scientific names of the agents by heart putrefactors like her, to the worldly and rotten shit reality of a corpse in the making.

And to think that just a few days ago, I was doing my usual mental blowjobs on the resistance. Even about that other galactic jerk for a Parkinsonian of … resilience! The truth, the hard, concrete, physiological one is what is already or will be in any case in a while and with all due respect to some – however useless – more or less anticipatory narrative hyperbole. But it is not, in reality, only this external “photograph” that worries me.  Maybe, if it were, I would almost say, because, as absurd as it may seem, it would still be an enemy that “has a shape” and not just “content” (the body waste of which I mentioned earlier, to give an example …). What I really fear is above all the “Trojan Horse” that I now take time inside. A pathogen, even more fearful, in my opinion, than the less tangible motor disturbances. A monster buzzes inside me, inhuman, Metallic, green, to use also two echo-metaphors that make a lot of creative writer effect, referring to the vivid dream that, of course, I totally invented. If I could sleep as well as I would like, I would certainly “not lose” sleep with such dreamlike-imaginative bullshit. I would try to rest better and end the dream story. And, in any case, it never seemed to me that it could be a (“trivial”?) Form of depression, although, probably, technically perhaps it is anyway. And this, in accordance with the fact that, in reality, I really fear practically nothing. Even Death, with its indestructible dialectical “resistance” I have never really feared. And, like anyone, I too believe I have long ago started a sort of dialectical relationship with Death. In fact, I believe that everything has an aesthetic and a dialectic – technically, of the media – even when these properties seem absent or even denied. That even Death, be seen live is mediated, however it possesses it. What characterizes it is, as a rule, a distressing script marked by a succession of chilling moments, not infrequently characterized by a surreal apparent absence of dialectic. Death, moreover, is a contingency that does not seem to admit – by definition, by statute – any dialectical opposition with anyone.It is the painful and immutable denial of any confrontation, without mercy and / or discounts for anyone. Always relentless in the face of any form of life. Everything, in any case, from Death down, however, also communicates through aesthetic and dialectical expressions – material, immaterial whether they are or appear – even if they seem to be missing and / or seem rejected to the sender. Like anyone, I believe, I fear, at least theoretically, the possible traumatic component of Death (be it possibly self-inflicted or that it is “administered”).In any case, I have always considered Death “only” a biological goal. The last and, in any case, a horizon beyond which, frankly, it doesn’t seem to me to “see” much else. Apart, of course, the little bit of worldly and organic “ammuina” due to the contingent process of decomposition of the physiological organism and the health need, usually disguised as a funeral ritual, to get rid of the lamentation as soon as possible. But, before we get to that, we need to go through the dark tunnel of disease. Illness understood as the darkest and most terrible part of existence and the house as a place of suffering, pain, while still remaining a tenacious defense against the adversities of life and, in any case, a symbolic bulwark of trust in the future. Pain, suffering of my flesh, of my body. A body that I imagined, in a poem from 2017 (the first of four dedicated to this condition of mine). like my … “home”:

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G. Regnani, dal polittico The home – “Interiors”, 2017 (part.)

The House. “Interior”

My home was a calm chaos.

My home is now a stirring paralysis.

My house was a solid tree.

My home is now a rolling wreck.

My house was an enveloping flame.

My home, now, is just involuntary reflections.

My house was a theory of lights and ideas.

My home is now a growing pain.

My home was strength and will.

My home now is trembling and terror.

My home was a free space.

My home is now a hostile place.

My house was brick and concrete.

My home is now a fragile existence.

My house was an ambitious project.

My home is now a dreamless life.

My home was a living mind.

My home is now soulless flesh.

My flesh … has been my home.

My body, now, is no longer my home.

My body nowis now a faint shadow,

almost alone…

thought.

Thought…

Health is not the pure and simple absence of disease, but the state of complete physical, mental and social well-being of the person. Psychophysical and social well-being that an unfortunate diagnosis evidently denies and tends to dissolve, “armed” as it often is, similar to death, with a bitter and cruel antidialeptic. An iron unwillingness to mediation, sometimes “reinforced” by an equally dramatic and tactless aesthetic, which, instead of mitigating, can, conversely, further accentuate the state of malaise and discomfort in which the unfortunate protagonist lives.

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

So is illness a form of communication?

Certainly the disease, through the progressive degradation of the body, is seen, in particular, by the researcher and anthropologist R.F. Murphy as a painful lock pick that opens the doors to another dimension, to a sort of escape from the world, which interrupts and upsets the usual social roles and gives the patient a new look. This situation, in relation to the severity of the pathology, partially or completely exempts him from his previous social duties. It is a dispensation connected, however, to a specific counterpart (ideological, one might ask?). Namely: to do everything possible to recover. This, because even infirmity must be subject to its own specific rules, paradoxically even when these cannot be or no longer need to be respected. Radicalizing, I think, in particular, of the so-called “Therapeutic persistence” and, more generally, to those therapeutic paths that take on forms of paroxysm such as to border on schizophrenia, as in the case of pathologies that, sometimes, although treatable, are in any case not curable. The patient has no choice, however, charged, as he is, with the burden of making every possible effort to improve their state of health. Any deficiency, any failure can be read as a lack of commitment, even as an unwanted and / or premature sign of abandonment. Abandonment, like the inner one, of the soul, which I tried to summarize in these verses:

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G. Regnani, dal polittico La casa – “Interni”, 2017 (part.)

The “beautiful madness”

Technically:

mood disorder,

existential discomfort,

manic-depressive syndrome.

Madness.

Black beast of mental pathologies.

Medical odyssey.

Without respite, without end.

Fierce bite,

voracious,

tenacious.

Loneliness,

despair.

Nonsense,

no flavor.

Switch off,

stop.

To survive?

Die.

Invisible pain,

incommunicable.

Inexistence to,

of the world.

Slip towards an elsewhere.

Knots in the throat,

guilt feelings.

Moral masochism?

Suffering.

Indecipherable enigma.

Lethal devastation.

Ache,empty.

Laceration of the soul.

Inner aggression.

Merciless,private.

Chronic unhappiness.

Inner closure.

Annulment.

Social taboo.

Leave the world

and viceversa.

Dissolve of existence.

Anguish, fear.

Alone, with the dark evil.

Nightmare?

Black hole.

Pulverization of bonds.

Isolation, fragility.

Psychotherapy, anxiolytics, psychiatrists.

Hallucinations, vivid dreams.

Loneliness.

Evil of …to live?

Evil of … being.

In this cultural undergrowth, the most difficult thing is still having to suffer the progressive dissolution of one’s independence of choice, because, as sick people, even more so if disabled, unfortunately one depends more or less completely on others. In this way, a constant decline in self-esteem and a progressive and merciless incursion – a real usurpation – of the mind by the disease are experienced bitterly. A boundless anger also grows together, fueled by the sad awareness of having acquired an unprecedented, yet unwelcome, diversity. Diversity which, in the collective imagination, usually associates Parkinson’s with slowness.A condition in the condition that I “described” in a second poem entitled: “Slow mind”.

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G. Regnani, dal polittico La casa – “Interni”, 2017 (part.)

Slow mind

Some say we are not programmed for speed.

There are those who say that we live in a world that is too fast.

There are those who say that time seems to shrink.

There are those who say that we are continuously connected.

There are those who say that we tend to imitate ever faster machines.

Who says that we are increasingly called to respond quickly.

Who says we are overstressed.

Who says we are always in too much of a hurry.

Who says we have forgotten that the brain is a slow machine.

Who says we don’t understand the benefits of a reflective civilization.

That we no longer appreciate slow thinking.

That we are now helplessly subjected to the blind convulsion of everyday life.

That time is running out.That we are always under pressure.

That we are slaves to the chaos of commitments.

We need more peace of mind.

We live in a world that is too accelerated.

Life is a total visual and cognitive frenzy with pathological features.

The hours of the day always seem too few.

Time is no longer enough for us.

That we use our time in the wrong way.

Whoever does not have the time on his side is screwed.

That a new culture of the time would be needed.

That it would be necessary to slow down.

Time to stop.

Who says that the revolution of slowness begins with small daily gestures.

Who says we have lost the virtue of calm.

Who says slowness should be a lifestyle choice.

Who says life should flow like a long, quiet river.

Who says we undergo excessive acceleration.

There are those who say we should learn from snails.

There are those who say that we should free ourselves from the slavery of productivity.

There are those who say slow food is alive.

There are those who say that there is a huge waste of time.

There are those who say that our society favors efficiency.

Who says we should take back our times.

Who says we should live in slow motion.

Who says he is tired of travel hit and run.

Who says he wants to listen to nature again.

Who says when I find some time for myself?

That the “right rhythm” has been lost.

That everything must be as fast as possible.

That today’s figure is haste

.That everything presses us and overwhelms us.

That life has become a sentence.

When will I know how to stop?

We are framed in an agenda that is too full of commitments.

We are obsessed with perennial performance anxiety.

We are no longer happy.

Haste is one of the evils of modern society.

That real life is a slow life.

Who says that the dimension of contemplation has been lost.

There are those who say that we have lost the luxury of “wasting time”.

Who says that everything is rush and frenzy.

Which is all Babel.

Other lives, on the other hand, go slow.

Other lives,”Against the tide”.

Other lives,”Phlegmatic”.

Other lives,”Relax”.

Other lives,”choices”,as the…my.

Like mine.

And, passing from the disbelief of discovering being sick to progressively experiencing disability, the disease touches very delicate intimate chords, fueling an existential anger for an endless affliction and a growing desire for rebellion against the whole world. Although they may be unfounded, an odious feeling of guilt, mixed with shame, also tends to emerge irrationally. The disabled person also experiences the further form of embarrassment and resentment linked, in particular, to those circumstances in the course of which their own difficulties are more or less visible (motor, dialectical, mnemonic, etc.), with the inevitable mortification of having to face / show them anyway. Think, however banal it may be, of the common acts of everyday life. The emergence of the disease therefore involves a continuous reconsideration and qualitative / quantitative remodeling of one’s social role, with inexorable and, sometimes, heavy repercussions on one’s own relational microsystem of reference. A potential, gradual, crumbling of social relationships and the consequent withdrawal from potentially more anxious contexts and, in general, from contacts with others. The progressive thinning out of relationships preceding the onset of the disabling pathology can sometimes be compensated for by the search for new affects, perhaps … among “one’s own kind”. The patient is therefore forced to re-discuss everything, in an incessant and intense confrontation between himself and others, between himself and what surrounds him, but, above all, between himself and … himself! In this perspective, the progressive loss of autonomy, placed in relation with one’s own world, inevitably takes over, gradually becoming “the” central condition of the daily life of a disabled person.R.F. Murphy, in this regard, had highlighted that: “Dependence on disease is much more than a simple physical dependence on others, because it generates a sort of asymmetrical social relationship that is all-encompassing, existential and in some ways more disabling than physical impairment itself. And it is not so much a state of the body as a state of mind, a condition that deforms all social bonds and further contaminates the identity of those who are addicted. Addiction invades and erodes the foundations [Editor’s note] on which social relations are founded. “A cruel assault that puts a strain on – and on several fronts – both the “chosen victim” and his social and emotional ties, even the strongest and most lasting ones. During the evolution of the disease, the patient experiences, among other things, the concept of liminality, that is, the condition of transition from one social situation – usually better, not only from the point of view of health – to another. And it is precisely in the transit between the two conditions that this liminal dimension is encountered, this “social limbo” populated by indefinite and suspended “mid-air” lives. A frustrating dimension, R.F. Murphy, in which those suffering from a severe pathology:“[…] They are neither sick nor healthy, neither dead nor fully alive, neither outside society nor fully involved. They are human beings, but their bodies are deformed or malfunctioning, leaving their full humanity in doubt […] anything but deviant, they are the counterpoint of everyday life. “To fully consider infirmity, it is not enough to analyze the social component alone, because it does not fully convey the variety and multidimensional articulation of the disease, made up, as it is, of experiences, relationships, emotions, contexts, symbols, meanings, etc. A multidimensionality which – inherent in many ways the ontology of the disease, its immanence in human existence – affects several areas: scientific knowledge, the personal relationship with one’s own physiology, the relationships between the individual and the surrounding social reality and those between oneself and the natural and / or artificial environment of reference. The “exposed”, defenseless and losing body of the sick person is, therefore, the real and / or virtual and, unfortunately, vulnerable place, where the loss of functions / faculties and the relative humiliations are experienced, becoming an evident emblem of human frailty . In the progressive and changing definition of the pathology there is also a gap, gradually wider and sometimes unbridgeable, between what was previously and what, in the here and now, has instead become the body – not only physical – of the patient. A before and after that deal with the die-hard stereotype of the subject “up to standard”, compared to the one who is no longer so. “The patient, in particular the one who experiences even a physical impairment, experiences it repeatedly, among other things, in the looks / comments of others on his disability, in public places as well as in private ones, in the daily obstacle race between environments designed not for rarely only for able-bodied people, which force them to continuous and sometimes difficult, if not impossible, adaptations, stress, etc. A network of discomforts which, combined with the inability to conveniently manage the growing deficits of one’s body, further debase the already more or less compromised quality of everyday life.In such circumstances, a sort of externalization of identity may emerge: an estrangement, a form of alienation and distancing of the mind that “escapes” from the sick body. “

A state defined by R.F. Murphy “disembodiment”:

“My solution to the problem was radical dissociation from the body, a kind of externalization of identity […] My thoughts and sense of being alive have been brought back to my brain where I now reside and which, more than ever, is the base from which I reach out and grasp the world.”

“The sensations, the real state, the physiology of the body therefore take on a subordinate role, they become a sort of background, as if it were something detached and“ distant ”.

And, in this way, all possible life is entrusted to the mind.No other “trip”, re-reading The Silence of the Body by R.F. Murphy, it seemed to me to have never been so pervasive and “engaging”!Also for this, but not only for this, not being able to let go, I now live almost constantly, to put it in one word, in … fear!

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

A world of “colorful” sensations, which, in some way, I summarized in a fourth and last poem (at times, perhaps, even … “onomatopoeic”), also written in 2017, which I transcribe, below, to close this painful and schizophrenic narration similar to Kafkaesque, while, outside, the world continues, incessantly, in its madness.

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G. Regnani, dal polittico La casa – “Interni”, 2017 (part.)

Fear 

Wheezing,

tachycardia,

tremor.

Fear.

Abnormal sweating

eyes wide open,

tense muscles.

Fear.

Dry mouth,

deformed voice,

adrenaline.

Fear.

His faces,

its triggers,

his de-primers.

Fear.

Feared,

infamous,

implacable.

Fear.

Strategic,

evolutionary,

adaptive.

Fear.

Survival,

resistence,

resilience.

Fear.

Alarm,

reply,

adaptation.

Fear.

Anxiety,

panic,

fright.

Fear.

My fate adaptive response,

my strategy,

my resilience.

Fear.

Not just fear,

fear,

terror,

horror!

Fear…

Rome, 8 March 2022

G.  Regnani

gerardo.regnani@gmail.com 

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G. Regnani, La Mosca metallica, 2022

Disclaimer: This work is a wholly imaginary work, fruit of the imagination. Any reference, therefore, to people who actually existed or died and / or to facts that actually happened is to be considered totally involuntary and, therefore, purely coincidental. Unfortunately, the human dimension to which reference is made in various ways / parts is not imaginary.

 

LA MOSCA METALLICA/ THE METALLIC FLYultima modifica: 2022-03-18T00:01:01+01:00da gerardo.regnani
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