LIMEN – PHOTOGRAPHY’S LIMINALITY – LA LIMINALITA’ DELLA FOTOGRAFIA

LIMEN

PHOTOGRAPHY’S LIMINALITY

LA LIMINALITA’ DELLA FOTOGRAFIA

Zone di confine e di transito del “corpo” poliedrico e mutante della Medusa contemporanea

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G. Regnani, s.t., 2018

“Ogni fotografia è un memento mori. Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona (o di un’altra cosa). Ed è proprio isolando un determinato momento e congelandolo che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo.” (Muzzarelli, 2014)

La dialettica tra la Fotografia e la Morte è, da sempre, continua e, talora, anche molto tesa.

Il ritratto, per citare un caso esemplare, ne è un esempio paradigmatico. Il protagonista raffigurato, infatti, tende a slittare inesorabilmente dallo stadio di soggetto a quello di oggetto, trasformandosi, sostanzialmente, in pura immagine. In tal modo, sembra fare esperienza di un “oltrevita” nel quale assume le vesti di una specie di spettro. Simulacro di un trapasso e, insieme, traccia di qualcosa che, in un certo momento passato, da qualche parte, per un tempo indefinito, in qualche modo, comunque: “è stato”.

La Fotografia, “volgarizzandola”, propone, quindi, una sorta di reificazione della Morte, conseguentemente divenuta uno degli stilemi specifici del medium.

Uno status e un riconoscimento che la Fotografia, “congelando” apparentemente da sempre la realtà, ha guadagnato grazie, in particolare, alla sua capacità di fermare e frammentare idealmente il continuum del reale. Un’interruzione, una discontinuità e, insieme, una lacerazione nel flusso temporale dell’esistenza.

Ed è proprio il Tempo, o meglio, ogni sua frattura visiva attestata dalla Fotografia che rivela “la” vera essenza e la potenza d’urto del medium. La qualità più intima e autentica della Fotografia: “il” punctum più alto ed essenziale.

Oltre questo, la Fotografia – non ancora sazia e, in particolare, proprio nel ritratto – sembra anche anticipare, disumana e spietata, il futuro che attende ognuno di noi.

Una dimensione multiforme, quella della Fotografia: percettiva, interpretativa e, più in generale, culturale. Una pluralità che va oltre la mera fatalità, oltre la semplice contingenza tecnica della ripresa e/o della visione. In questa prospettiva, la Fotografia assume, piuttosto, le vesti di una specie di metaforica arma impropria in grado di “ferire” lo sguardo. E, ferendo lo sguardo, attraversarlo per “catturarne” il relativo osservatore.

Un’arma affilata, quanto temibile, teoricamente capace di oltrepassare il confine ideale che divide la raffigurazione dallo sguardo dell’osservatore interessato. “Ferendolo”, appunto. E, superando questo limite, lacerare la “pelle” dell’osservatore di turno, lasciandogli segni in grado di resistere talora anche a lungo, divenendo, così, una sorta di cicatrice indelebile.

Un varco, in ogni caso, da attraversare, intaccando il perimetro difensivo “naturale” del corpo, la sua pellicola protettiva.

Un accesso che la Fotografia è potenzialmente in grado di replicare all’infinito, ad ogni nuovo sguardo, persino nella visione ripetuta della medesima immagine. E per farlo la Fotografia può anche agire “in sordina”, senza necessariamente “urlare” il suo contenuto, come potrebbe essere nel caso di un’immagine choc che provi, ad esempio, a documentare un evento tragico ed estremamente cruento.

Contenuti, modalità e sostanza dai quali emerge un’ulteriore – e altrettanto emblematica – connotazione della Fotografia, ovvero quella di essere anche una strategica ed emblematica zona di confine. Un’area di perimetrale alla quale, a seconda dei casi, si affianca e/o si contrappone quella precedentemente accennata di strumento di offesa. Strumento e agente, capace, appunto di “bucare” le difese del destinatario e superare la relativa area di confine. Uno spazio liminale – che non è né dentro né fuori – che occorre comunque attraversare per spostarsi da un ambito di senso (ma non solo) all’altro.

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G. Regnani, s.t., 2022

La Fotografia assumendo anche i contorni di area liminale, integra una pluridimensionalità all’interno della quale, di volta in volta, veste i panni sia di vettore e canale di comunicazione sia varco, di passaggio, di terra di mezzo. Mezzo e medium essa stessa.

Agente di senso e zona di transito, al tempo stesso.

Una frontiera multidimensionale, che è anche una specie di dispositivo di protezione individuale a difesa, innanzitutto, dei confini simbolici che rappresenta e che isolano dall’esterno il patrimonio di senso contenuto al suo interno.

Ciò premesso, può forse essere utile precisare che il confine non è solo e sempre da considerare come un ostacolo passivo posto a difesa di specifici elementi di distinzione identitaria. Al contrario, invece, rispetto a quanto si potrebbe essere portati a credere, qualsiasi confine contribuisce comunque anche a creare una connessione più o meno continua con il resto dell’universo esterno. In quest’ottica, contrapposta all’idea tradizionale di barriera rigida e impenetrabile, di presidio di sola divisione, un confine può diventare, piuttosto, un agente di scambio e un punto di collegamento e di comunione concreta con l’altro da sé.

Accomunando, così, la funzione di isolamento e protezione con quella di appartenenza e di integrazione.

Trasferendo questi primi elementi appena delineati a una dimensione più prettamente fisiobiologica, è la pelle umana che, ad esempio, viene probabilmente subito in mente, quale primo pilastro difensivo dell’inviolabilità e dell’integrità del corpo fisico, ma non solo. Una pellicola che, letteralmente, riveste e protegge l’organismo dall’attacco costante di innumerevoli aggressivi elementi patogeni esterni. Questo “muro di cinta” difende e definisce, dunque, sia la natura fisica e biologica del corpo sia la sua dimensione identitaria. E, difendendolo, lo mette comunque in qualche modo in collegamento con un altrove, permettendo una dialettica anche con quanto è fuori dai suoi confini. Di questa dialettica, come si è detto in apertura, talora anche aspra e tesa – dedicata tanto al tema Morte, quanto a quello delle ferite che non di rado la precedono sotto forma di una malattia la Fotografia si è, da sempre, occupata e a lungo. Non ultimo, perché la Fotografia e la Morte, per varie ragioni, paiono connotate – e a più livelli – da una sorta di peculiare e strategica interdipendenza.

Ma non è necessariamente detto che sia un’immagine della Morte – magari quella tante, troppe volte feroce, violenta, brutale e diretta veicolata dai media – ad alimentare il ricordo (e la speranza di ridare in qualche modo la Vita), ad esempio, di una persona particolarmente cara e, purtroppo, scomparsa. La memoria può talora emergere, magari inattesa, anche da immagini originariamente nate con tutt’altra destinazione d’uso. Come potrebbe essere il caso di una qualsiasi istantanea realizzata, senza particolari intenti programmatici, in un interstizio qualsiasi del quotidiano. Un’idea, quella del ricordo, comunemente inteso come un atto etico che convive comunque, e contraddittoriamente, con una tendenza – anch’essa radicata e diffusa – volta a scusare e perdonare la memoria corta e fallace, in nome di un presunto riequilibrio interiore con la Vita che continua e, insieme, di una forma di riappacificazione con il passato.

Ciò non di meno, la Fotografia continua, imperterrita, a fare la sua parte, continuando, inarrestabile, a registrare e, a suo modo, anche a tramandare e riproporre – costantemente “al presente” – proprio quel passato che, in molti casi, si tende invece sistematicamente a dimenticare. E, così facendo, contraddittoriamente la Fotografia, da un lato continua (come se fosse affetta da una forma di bulimia) ad accumulare incessantemente segni e tracce del passato, mentre, dall’altro – e, verosimilmente, proprio a causa di questo eccesso produttivo – sembra concorrere paradossalmente a liberarsi da questo accumulo, alimentando sciaguratamente anche un disinteresse e un’insensibilità crescenti proprio nei confronti dei contenuti stessi che veicola e che dovrebbe, invece, promuovere.

Ciò nonostante, la Fotografia riesce comunque, da sempre, a svolgere una sua peculiare funzione catartica, “terapeutica”. E non sono stati pochi gli autori che – reagendo ciascuno a modo proprio di fronte alla sofferenza causata da una malattia riguardante persone particolarmente care, talora anticipandone precocemente anche la Morte – hanno percorso proprio la via della Fotografia per tentare di documentare quel calvario e, nel contempo, di tentare uscire da quell’Inferno in Terra. Di questa ulteriore forma dialettica, particolarmente triste e dolorosa, la Fotografia si è dunque fatta doverosamente carico, arricchendo, nel tempo, una letteratura ampia e variegata, a vari livelli quali/quantitativi.

Un cammino che, verosimilmente, chiunque tenterebbe di affrontare pur di alimentare almeno un’eventuale, possibile speranza residua. Magari nell’illusione di bloccare in qualche modo il Tempo che, inesorabile, si porta comunque via la Vita. Un tentativo vano, quanto disperato, sempre straziante, se non addirittura persino schizofrenico. Eppure sono tanti gli esempi di analoghe iniziative, tutti comunque intenti a provare (e a sperare) di fermare la progressiva e inarrestabile dissoluzione fisica di una persona amata e avviata dolorosamente e anzitempo alla Fine. E, fissandone l’immagine e il ricordo attraverso la Fotografia, questa teoria di autori ha creato tutta una serie di emblematici fantasmi che – in assenza di un’alternativa – “lottano” per non far scomparire del tutto questo mare di affetti, alimentandone, nel contempo, comunque la relativa memoria. E, non di rado, di una persona amata non resta molto altro che una povera, quanto talora preziosissima immagine.

Un idolo – si commenterà – figlio di una disperata, parossistica ed estrema forma di superstizione.

Ma tant’è!

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G. Regnani, s.t., 2022

Nella circostanza tragica e drammatica di simili momenti bui e dolorosi dell’esistenza, la Fotografia, ostinatamente intesa quale specchio del reale, può quindi verosimilmente assumere le vesti terapeutiche di una vera e propria forma di catarsi.

Anche in questo contesto, la Fotografia continua dunque a confermarsi come un strategico medium intermedio.

Un medium strategico che, “fermando” il Tempo, assume i contorni di una sorta di cuneo, di grimaldello e, insieme, di zona di transito e di accesso in grado di collegare dimensioni e ambiti diversi, talora anche molto distanti e contrapposti. Come quando, come nell’uso che si è già accennato precedentemente, diviene anche strumento di conoscenza e comunicazione attraverso il quale si rende nota al Mondo la patologia di una persona cara, prima relegata al solo ambito privato. Non ultimo, per tentare di dargli una maggiore visibilità – intento talora, forse, discutibile, contraddittorio, quanto potenzialmente anche polemico e controproducente – compiendo una scelta di verità e un’opera di difesa della dignità del protagonista ritratto.

Come nel caso, ad esempio, di talune campagne di sensibilizzazione su temi e/o situazioni anche di impegno civile.

La Malattia, quanto la Fotografia che la documenta e la mette in condivisione, si connotano inoltre per la comune caratteristica di rappresentare entrambe un elemento di discontinuità.

Riguardo alla Vita – e reale – la prima, metaforica, e riferita a una simbolica interruzione del Tempo, la seconda.

Una lacerazione per entrambe, in ogni caso, che, in particolare, per la dimensione riguardante la Malattia, introduce un temibile elemento patogeno che andrà ad interferire con i relativi patrimoni somatici, psichici, sociali e, non ultimo, simbolici del protagonista di volta in volta interessato.

A partire da questa ferita, il protagonista reale, la persona colpita da una patologia, così come un suo eventuale “doppio”, una sua proiezione raffigurata in un’immagine fotografica, possono ciascuno a suo modo essere interessati e/o almeno evocare una condizione di vera e propria liminalità.

Una linea di confine a causa della quale può emergere una sorta di sensazione di smarrimento e di perdita dell’orientamento unita a una sensazione più o meno intensa di solitudine. Quest’ultima, in una sorta di circolo vizioso, può essere immaginata quale possibile causa e, insieme, effetto della distanza che può crearsi tra la vittima interessata e il relativo contesto reale e simbolico di riferimento.

Ma anche la Fotografia, come si è appena accennato – anche una medesima immagine riproposta più volte – si connota, in fondo, sempre e comunque come uno spazio liminale. Ancor più – per gli aspetti qui trattati, ma non solo, ovviamente – nel caso l’immagine raffiguri persone, contesti e/o situazioni connessi con la dimensione della Malattia.

Un’area liminale di attraversamento anche quella della Fotografia, in ogni caso. Più nel dettaglio, una specie di zona di snodo verso l’autore, i protagonisti eventualmente ritratti, potenziali audience e, non ultimo, l’ambiente reale e/o simbolico di riferimento, etc.

E viceversa.

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G. Regnani, s.t., 2022

Una condizione di liminalità che emerge e della quale è possibile fare esperienza sia nel caso di una persona reale sia nell’ambito virtuale e concettuale condensato in un’immagine fotografica. E gli esiti di una simile esperienza di liminalità, possono riflettersi anche nella ideazione e definizione di ulteriori forme di confine, intesi sia come mura di contenimento e di separazione sia come, all’opposto, come degli agenti cooperanti alla costruzione di possibili relazioni e forme di cooperazione e/o di integrazione costruttiva con l’altro da sé. E, così facendo, delineando anche la possibilità di riconsiderare e, eventualmente, rimodulare il preesistente sistema di legami e di interdipendenze tanto da/verso gli altri quanto da/verso sé stessi. Esperienze di liminalità che, si ribadisce, nel caso della Malattia, attestano una frattura, una discontinuità con la Vita. In ogni caso, per il protagonista reale così come per la sua copia fatta immagine, questa lacerazione – fisica o metaforica che sia, come nel caso della Fotografia nei confronti del Tempo – emerge e si alimenta a seguito di un’esperienza comunque traumatica. Quale che sia la ferita originariamente inferta dalla Vita. Ferita che la Fotografia, qualora raffiguri il protagonista e/o il contesto di una malattia, rievoca, e non è un aspetto secondario, potenzialmente senza fine.

Una discontinuità, come, ad esempio, quella rievocata da un’immagine fotografica, che ha comunque anch’essa alterato, seppure con un gradiente di caso in caso variabile, ogni preesistente liturgia relazionale. Incluse, per quanto ovvio, quelle intessute con il contesto più intimo, prezioso e privato, quali potrebbero essere, di norma, il nucleo familiare e/o quello amicale. Tale frattura, da un punto di vista dinamico-temporale, coinvolgerà in maniera diversa le diverse componenti di significazione di un’immagine che “parlino”, raffigurandola, della dimensione della Malattia.

In un sistema di valori e di senso, qualsiasi linea di confine rappresenta, inoltre, “il” punto di maggior attrito con l’ambiente, la dimensione contrapposta e/o di riferimento esterna ad essa. Ne deriva che più ci si sposterà verso il centro più apparirà stabile il relativo sistema di senso e di valori accennato poc’anzi. Lungo i perimetri di confine, invece, si registrano, di solito, gli “scontri” più intensi e cruenti. Detto diversamente, la linea di confine è, di norma, un’area maggiormente esposta e, quindi, più “esplosiva” dove, più frequentemente, è possibile che si sviluppino focolai di tensione dialettica, che potrebbero alimentare contrapposizioni anche acute e cruente.  Ma affinché un’immagine che “incarni” un sistema di valori possa potenzialmente essere in contrasto e scontrarsi con un’altra deve, necessariamente, anche in embrione, rappresentare una minaccia, quanto meno potenziale, per l’identità del sistema al quale sembra contrapporsi.

In questa prospettiva, la Fotografia, se immaginata come una nevralgica area di confine e, insieme, come baluardo difensivo dei relativi contenuti, può rappresentare una fonte di ricchezza, ma, insieme, anche un possibile pericolo. Così come è teoricamente valido il discorso contrario. Nel qual caso, la Fotografia può essere ipotizzata, come già accennato, al pari di un “ponte” in grado di mettere in connessione – magari favorendone i relativi processi di fusione e di armonizzazione – due aree, in precedenza, magari contrapposte e, quindi, in competizione.

La Fotografia, in ogni sua forma, è comunque sostanzialmente sempre esposta a simili tensioni – una specie di “rischio specifico” correlato al suo ruolo nell’immaginario collettivo – proprio per la sua connaturata duplice natura di medium, in grado di mettere in connessione ambiti e dimensioni valoriali differenti e, insieme, di contenitore essa stessa di valore e di senso. Qualità e/o tare che le si voglia considerare, la Fotografia le possiede entrambe da sempre, stando contemporaneamente con “un piede in due scarpe”, ovvero: al limite del contenitore e contenitore essa stessa, in una perenne ulteriore linea di frontiera interna. Un ulteriore confine interno, attraverso il quale, necessariamente, transita ed è “filtrato” il senso di volta in volta veicolato e/o custodito. Come nel caso, tornando all’esempio iniziale, del percorso interpretativo, del senso da attribuire al surrogato, al clone di una persona eventualmente in essa ritratta.

Non fa eccezione, per quanto ovvio, la contingenza che questa raffigurazione riguardi una persona che viva una dimensione di dolore e di sofferenza, quale potrebbe essere, ad esempio, quella già accennata riconducibile alla Malattia.

Su questa ancor più “sensibile” linea di confine, considerata anche la funzione del medium di potenziale portale di transito e di accesso ad una dimensione di sofferenza e di dolore, si misura ulteriormente la forza d’urto della Fotografia accennata in apertura.

Un medium, la Fotografia, in perenne continua sintonizzazione dei rapporti, delle relazioni tra l’interno e l’esterno, alla continua ricerca di un potenziale, quanto precario, equilibrio dinamico del relativo impianto valori di riferimento e di senso. Un equilibrio di senso, nello specifico della Fotografia, che “vesta” di significati specifici il (s)oggetto di volta in volta ritratto al suo interno. Una prova da fenomeno circense – se si considera l’oceano magmatico di senso che ci circonda – che si traduce, piuttosto, in momentanee e magari minimali forme di equilibrio. Un equilibrio comunque sempre instabile, oscillante tra gli estremi di una altrettanto momentanea “verità” apparentemente inscalfibile sino al suo esatto opposto.

La Fotografia, anche in questo ambito, si palesa in tutta la sua molteplicità. Da sistema apparentemente autarchico fino ad arrivare alla completa amalgama e all’interrelazione massima con altri sistema di valori e, quindi, alla potenziale continua dissoluzione del preesistente e magari rigido impianto di significazione e di valori originario.

Si pensi, per fare un altro esempio emblematico e senza andare molto lontano dalla drammatica e tragica attualità contemporanea, all’utilizzo contrapposto – ripetutamente anche durante il conflitto bellico ora in corso nel cuore dell’Europa – delle medesime immagini, caricate, a seconda della fazione mittente e/o interpretante di significati anche diametralmente contrapposti. In un (reciproco) gioco al massacro, senza alcuna esclusione di colpi, all’interno del quale il contenuto di senso proposto da una fazione viene sistematicamente “smontato”, ribaltato e restituito al mittente con un “vestito” nuovo, nel tentativo di fare, di volta in volta – e reciprocamente – controinformazione.

In questo speculare, simultaneo, spietato e crudele gioco di ruolo, i confini di senso di un’istantanea fotografica possono essere immaginati come quei disegni che, da sempre, i bambini si divertono a colorare per ottenerne poi il costrutto di senso, non solo estetico, di volta in volta più vicino a quello desiderato e/o promessogli in partenza. A scapito, per quanto ovvio, della verità, ammesso e non dato per scontato, che si riesca, un giorno, a farla eventualmente emergere, almeno qualcuna, di queste “verità”.

La Fotografia è dunque un caso emblematico anche come prodotto di confine, come reificazione di quegli spazi periferici in contatto con l’alterità.

Una peculiarità legata alla difficoltà di definire un senso proprio che non sia perennemente mutuato dall’esterno e attinto, quindi, fuori da sé. Un altrove, al quale, in un incessante gioco di rimandi, si rinvia comunque il senso che poi, occasionalmente, la Fotografia veicola, “rimasticato”, dall’interno verso l’esterno. Un transito bidirezionale di senso, piuttosto che unidirezionale, in realtà, che, incessantemente attraversa questa porta che conosciamo come la Fotografia. Un varco apparentemente inconsistente e acritico, sebbene tale non sia affatto. Lungo e attraverso questo punto di transito così critico avvengono, come accennato, gli scontri più cruenti tra gli insiemi di valori di volta in volta in competizione. Conflitti che, da un punto di vista dinamico-temporale, tendono ad attenuarsi nelle aree più “centrali” e stabili del relativo sistema di valori e di senso che vi è momentaneamente insediato e/o radicato. Predominio che, a seguito di una nuova guerra per il controllo e l’attribuzione di significato potrebbe, magari all’improvviso, scalzare, anche violentemente, un preesistente insieme di valori sostituendolo, in un attimo, con un altro, magari ideologicamente distante anni luce. Sino al conflitto successivo e così via, in un processo di mutazione semiotica potenzialmente infinito, dove l’unica garanzia è forse data dal fatto che, plausibilmente, le parti centrali di un sistema semiotico dovrebbero risultare, di norma, potenzialmente più solide e, quindi, meno inclini, al cambiamento, incluso quello indotto da una dialettica maggiormente conflittuale, violenta e, tendenzialmente, più demolitiva. Un nucleo identitario centrale, solido e fortemente rappresentativo, per fare un esempio, di impianto di senso e di valore radicato e condiviso, per lo meno in linea teorica, dovrebbe mutare o tendere a cedere a un eventuale attacco da parte di un agente avverso esterno in maniera più lenta e graduale. Benché, ovviamente, come prospettato, non è affatto detto che il teorema possa reggere e valere sempre e comunque.

La Fotografia, intesa come area di confine, incarna dunque l’emblema di un’area altamente nevralgica, capace anche di metabolizzare e, quindi, accelerare l’eventuale validazione degli stimoli provenienti delle relative aree liminali, indirizzandoli poi alle zone centrali di presidio e di assestamento valoriale più stabili e durature.

Fotografia che, come qualsiasi zona di confine – sebbene, non di rado, in modo apparentemente contraddittorio e persino paradossale – mentre, per un verso, sembra intenta a frammentare la continuità del Tempo e/o a dividere e distinguere un “dentro” da un “fuori”, in realtà, per l’altro, in qualche modo, comunque tende e tenta di unirli e/o, per lo meno, a collegarne i relativi ambiti di valore e di senso.

Ancora, analogamente a un qualunque punto di confine la Fotografia, con la sistematica e abituale violenta occupazione di tutto lo spazio visibile disponibile, sembra mettere in subordine tutto il resto. E, così facendo, sembra far crescere l’ambiguità e le distanze, in particolare proprio nell’area liminale e di transito di senso che di volta in volta si trova a occupare e presidiare. In tal modo – con modalità che dipendono dai relativi contesti, nonché dalle relative circostanze spazio-temporali – la Fotografia tenta di gestire e contenere, in qualche modo, l’espansione di questo appena accennato limbo di indeterminatezza. Tentando, per quanto possibile, finanche di superarlo o, addirittura, di dissolverlo.

Il confine per la Fotografia rappresenta, infine, un presidio strategico anche da un punto di vista formale, oltre che di contenuto. Questo perché anche l’assenza di una “cornice” formale, la mancanza un perimetro “ufficiale” di riferimento – per quanto fugace, instabile e temporaneo possa eventualmente essere – si rifletterebbe inevitabilmente sulla sua “integrità” e, quindi, sulle sue qualità d’insieme. Qualità e valore d’insieme determinati non solo dalle componenti interne di un’immagine, quanto anche dalle relative zone limite e perimetrali, in un continuo interscambio dialettico, non ultimo, come già detto in precedenza, attraverso l’interazione di queste zone liminali con il relativo contesto di senso esterno. Una dimensione liminale che, per quanto profondamente debole e indistinta possa apparire, rappresenta comunque un elemento strategico di interrelazione sia tra le parti interne che costituiscono l’immagine (forma e contenuto), sia tra quel centro valoriale e le periferie del “corpo” sempre mutevole e poliedrico di quella Medusa contemporanea che chiamiamo Fotografia.

Roma, 15 luglio 2022

Gerardo Regnani

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G. Regnani, s.t., 2018

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Alcuni riferimenti

Per la realizzazione di questo testo, si è fatto riferimento, in particolare, alle riflessioni contenute nel famoso saggio di Roland Barthes, intitolato “La camera chiara. Nota sulla fotografia”, in quello di Martino Maria Luisa, De Luca Picione Raffaele e Freda Maria Francesca, intitolato “La ferita del confine: la condizione di liminalità del corpo e della Psiche” e in quello di Davide Colombo, intitolato “La Fotografia tra MH e CP Davanti al dolore. Malattia e Morte in Fotografia”, contenuto nella raccolta a cura di Oscar Corli e Roberta Vecchi, intitolata “Siamo Anime e Corpi Altri orizzonti per le cure palliative”.

English version

The liminality of Photography

Border and transit areas of the multifaceted and mutant “body” of the contemporary Medusa

“Each photograph is a memento mori. Taking a photograph means participating in the mortality, vulnerability and mutability of another person (or something else). And it is precisely by isolating a certain moment and freezing it that all the photographs attest to the inexorable dissolving action of time. ” (Muzzarelli, 2014)

The dialectic between Photography and Death has always been continuous and, at times, even very tense.

The portrait, to cite an exemplary case, is a paradigmatic example of this. The protagonist depicted, in fact, tends to slip inexorably from the stage of subject to that of object, essentially transforming himself into pure image. In doing so, he seems to experience a “beyond life” in which he assumes the guise of a kind of ghost. Simulacrum of a passing away and, at the same time, trace of something that, in a certain past moment, somewhere, for an indefinite time, somehow, however: “it was”.

Photography, “popularizing it”, therefore proposes a sort of reification of Death, which has consequently become one of the specific stylistic features of the medium.

A status and a recognition that Photography, apparently always “freezing” reality, has earned thanks, in particular, to its ability to ideally stop and fragment the continuum of reality. An interruption, a discontinuity and, at the same time, a laceration in the temporal flow of existence.

And it is precisely Time, or rather, each of its visual fractures attested by the Photography that reveals “the” true essence and shock power of the medium. The most intimate and authentic quality of Photography: “the” highest and most essential punctum.

Beyond this, Photography – not yet satisfied and, in particular, precisely in the portrait – also seems to anticipate, inhuman and merciless, the future that awaits each of us.

A multifaceted dimension, that of Photography: perceptive, interpretative and, more generally, cultural. A plurality that goes beyond mere fatality, beyond the simple technical contingency of shooting and / or viewing. In this perspective, Photography assumes, rather, the guise of a kind of metaphorical improper weapon capable of “wounding” the gaze. And, injuring the gaze, crossing it to “capture” the relative observer.

A sharp weapon, as it is fearful, theoretically capable of crossing the ideal boundary that divides the representation from the gaze of the interested observer. “By hurting him”, in fact. And, overcoming this limit, tearing the “skin” of the observer on duty, leaving him marks capable of resisting sometimes even for a long time, thus becoming a sort of indelible scar.

An opening, in any case, to be crossed, affecting the “natural” defensive perimeter of the body, its protective film.

An access that Photography is potentially able to replicate indefinitely, with each new glance, even in the repeated vision of the same image. And to do this, Photography can also act “quietly”, without necessarily “screaming” its content, as it could be in the case of a shocking image that tries, for example, to document a tragic and extremely bloody event.

Contents, methods and substance from which a further – and equally emblematic – connotation of Photography emerges, namely that of being also a strategic and emblematic border area. A perimeter area which, depending on the case, is flanked and / or opposed by the previously mentioned offense instrument. Tool and agent, capable, in fact, of “piercing” the recipient’s defenses and overcoming the relative border area. A liminal space – which is neither inside nor outside – that must still be crossed in order to move from one sphere of meaning (but not only) to the other.

Photography also assuming the contours of a liminal area, integrates a multidimensionality within which, from time to time, it plays the role of both a vector and a communication channel and a passageway, a passageway, a middle ground. Medium and medium itself.

Agent of sense and transit area at the same time.

A multidimensional frontier, which is also a kind of personal protective device in defense, first of all, of the symbolic boundaries it represents and which isolate the heritage of meaning contained within it from the outside.

Having said this, it may perhaps be useful to specify that the border is not only and always to be considered as a passive obstacle placed in defense of specific elements of identity distinction. On the contrary, however, compared to what one might be led to believe, any boundary also contributes to creating a more or less continuous connection with the rest of the external universe. From this point of view, as opposed to the traditional idea of a rigid and impenetrable barrier, a defense of only division, a border can become, rather, an agent of exchange and a point of connection and concrete communion with the other.

Thus combining the function of isolation and protection with that of belonging and integration.

By transferring these first elements just outlined to a more purely physiobiological dimension, it is the human skin that, for example, probably immediately comes to mind, as the first defensive pillar of the inviolability and integrity of the physical body, but not only. A film that literally covers and protects the body from the constant attack of countless aggressive external pathogenic elements. This “wall” defends and defines, therefore, both the physical and biological nature of the body and its identity dimension. And, defending it, it still puts it in some way in connection with an elsewhere, allowing a dialectic even with what is outside its borders. Of this dialectic, as mentioned at the beginning, sometimes even harsh and tense – dedicated both to the theme of Death and to that of the wounds that often precede it in the form of an illness, Photography has always been busy and for a long time. . Last but not least, because Photography and Death, for various reasons, seem to be characterized – and on several levels – by a sort of peculiar and strategic interdependence.

But it is not necessarily said that it is an image of Death – perhaps the one many, too many times ferocious, violent, brutal and direct conveyed by the media – to feed the memory (and the hope of restoring Life in some way), for example, of a particularly dear and, unfortunately, missing person. Memory can sometimes emerge, perhaps unexpectedly, even from images originally created with a completely different intended use. As could be the case of any snapshot made, without particular programmatic intent, in any gap of the everyday. An idea, that of memory, commonly understood as an ethical act that coexists, however, and contradictorily, with a tendency – also rooted and widespread – aimed at excusing and forgiving the short and fallacious memory, in the name of an alleged inner rebalancing with the Life that continues and, at the same time, a form of reconciliation with the past.

Nevertheless, Photography continues, undeterred, to do its part, continuing, unstoppable, to record and, in its own way, also to pass on and re-propose – constantly “in the present” – precisely that past which, in many cases, instead, there is a systematic tendency to forget. And, in doing so, contradictorily Photography, on the one hand continues (as if it were suffering from a form of bulimia) to incessantly accumulate signs and traces of the past, while, on the other – and, probably, precisely because of this excess production – paradoxically seems to contribute to freeing itself from this accumulation, unfortunately also feeding a growing disinterest and insensitivity towards the very contents it conveys and which it should, instead, promote.

Nevertheless, Photography has always managed to carry out its own particular cathartic, “therapeutic” function. And there have been not a few authors who – each reacting in their own way in the face of the suffering caused by an illness concerning particularly dear people, sometimes even anticipating their death early – have traveled precisely the path of photography to try to document that ordeal and, in the at the same time, to try to get out of that Hell on Earth.

Photography has therefore dutifully taken charge of this further dialectical form, particularly sad and painful, enriching, over time, a wide and varied literature, at various qualitative / quantitative levels.

A path that, most likely, anyone would try to tackle in order to feed at least any possible residual hope. Maybe in the illusion of blocking Time in some way which, inexorably, takes life away anyway. A vain attempt, as desperate as it is, always heartbreaking, if not downright schizophrenic. Yet there are many examples of similar initiatives, all still intent on trying (and hoping) to stop the progressive and unstoppable physical dissolution of a loved one and started painfully and prematurely at the end. And, by fixing their image and memory through Photography, this theory of authors has created a whole series of emblematic ghosts that – in the absence of an alternative – “fight” not to make this sea of affections disappear completely, nourishing, at the same time, however, the relative memory. And, not infrequently, there is not much left of a loved one but a poor, but sometimes a very precious image.

An idol – it will be commented – the son of a desperate, paroxysmal and extreme form of superstition.

But so be it!

In the tragic and dramatic circumstance of such dark and painful moments of existence, Photography, obstinately understood as a mirror of reality, can therefore probably take on the therapeutic guise of a real form of catharsis.

Even in this context, Photography continues to confirm itself as a strategic intermediate medium.

A strategic medium that, “stopping” Time, takes on the contours of a sort of wedge, a pick and, at the same time, a transit and access area capable of connecting different dimensions and areas, sometimes even very distant and opposing ones. Like when, as in the use already mentioned above, it also becomes an instrument of knowledge and communication through which the pathology of a loved one is made known to the world, previously relegated only to the private sphere. Last but not least, to try to give it greater visibility – an intent that is sometimes questionable, contradictory, as well as potentially controversial and counterproductive – by making a choice of truth and a work of defense of the dignity of the portrayed protagonist.

As in the case, for example, of certain awareness campaigns on issues and / or situations, including those of civil commitment.

The Illness, as well as the Photography that documents it and shares it, are also characterized by the common characteristic of both representing an element of discontinuity.

Regarding Life – and real – the first, metaphorical, and referred to a symbolic interruption of Time, the second.

A laceration for both, in any case, which, in particular, for the dimension concerning the disease, introduces a fearful pathogenic element that will interfere with the relative somatic, psychic, social and, last but not least, symbolic heritages of the protagonist from time to time. once interested.

Starting from this wound, the real protagonist, the person affected by a pathology, as well as his possible “double”, his projection depicted in a photographic image, can each be interested in their own way and / or at least evoke a condition of real liminality.

A boundary line due to which a sort of feeling of loss and loss of orientation may emerge combined with a more or less intense feeling of loneliness. The latter, in a sort of vicious circle, can be imagined as a possible cause and, at the same time, the effect of the distance that can be created between the victim concerned and the relative real and symbolic context of reference.

But also Photography, as we have just mentioned – even the same image re-proposed several times – is characterized, in the end, always and in any case as a liminal space. Even more – for the aspects dealt with here, but not only, of course – if the image depicts people, contexts and / or situations related to the dimension of the disease.

A liminal area of crossing is also that of Photography, in any case. More specifically, a kind of junction area towards the author, the possibly portrayed protagonists, potential audiences and, last but not least, the real and / or symbolic environment of reference, etc.

And viceversa.

A condition of liminality that emerges and which can be experienced both in the case of a real person and in the virtual and conceptual context condensed into a photographic image. And the results of a similar experience of liminality can also be reflected in the conception and definition of further forms of boundary, intended both as walls of containment and separation and as, on the contrary, as cooperating agents in the construction of possible relationships and forms. of cooperation and / or constructive integration with the other by oneself. And, in so doing, also outlining the possibility of reconsidering and, possibly, reshaping the pre-existing system of links and interdependencies both from / to others and from / to oneself. Experiences of liminality which, it is reiterated, in the case of the disease, attest to a fracture, a discontinuity with life. In any case, for the real protagonist as well as for his copy made into an image, this laceration – whether physical or metaphorical, as in the case of Photography with respect to Time – emerges and feeds on following a traumatic experience. Whatever the wound originally inflicted by Life. Wound that Photography, when it depicts the protagonist and / or the context of an illness, evokes, and is not a secondary aspect, potentially without end.

A discontinuity, such as, for example, that evoked by a photographic image, which has however also altered, albeit with a gradient from case to case, any pre-existing relational liturgy. Including, although obvious, those interwoven with the most intimate, precious and private context, which could normally be the family and / or the friend unit. This fracture, from a dynamic-temporal point of view, will involve differently the different components of signification of an image that “speak”, representing it, of the dimension of the Disease.

In a system of values and meaning, any boundary line also represents “the” point of greatest friction with the environment, the opposite dimension and / or external reference to it. It follows that the more one moves towards the center, the more stable the relative system of meaning and values mentioned above will appear. Along the border perimeters, on the other hand, there are usually the most intense and bloody “clashes”.

In other words, the border line is, as a rule, a more exposed and, therefore, more “explosive” area where, more frequently, it is possible for outbreaks of dialectical tension to develop, which could fuel even acute and bloody contrasts. But in order for an image that “embodies” a system of values to potentially be in contrast and clash with another, it must necessarily, even in embryo, represent a threat, at least potential, for the identity of the system it seems to oppose. .

From this perspective, photography, if imagined as a nerve center border area and, at the same time, as a defensive bulwark of its contents, can represent a source of wealth, but, at the same time, also a possible danger. Just as the opposite is theoretically valid. In this case, Photography can be hypothesized, as already mentioned, as a “bridge” capable of connecting – perhaps favoring the relative processes of fusion and harmonization – two areas, previously, perhaps opposed and, therefore , in competition.

Photography, in all its forms, is however substantially always exposed to similar tensions – a kind of “specific risk” related to its role in the collective imagination – precisely because of its innate dual nature as a medium, capable of connecting areas and different value dimensions and, at the same time, a container itself of value and meaning. Quality and / or defects that one wants to consider, Photography has always had both, being at the same time with “one foot in two shoes”, that is: at the limit of the container and container itself, in a perennial further internal border line. A further internal boundary, through which, necessarily, the meaning conveyed and / or guarded from time to time passes and is “filtered”. As in the case, returning to the initial example, of the interpretative path, of the meaning to be attributed to the surrogate, to the clone of a person possibly portrayed in it.

No exception, however obvious, is the contingency that this representation concerns a person who experiences a dimension of pain and suffering, which could be, for example, the one already mentioned attributable to Illness.

On this even more “sensitive” borderline, also considering the function of the medium as a potential portal of transit and access to a dimension of suffering and pain, the impact force of the Photograph mentioned at the beginning is further measured.

A medium, Photography, in perennial continuous tuning of relationships, of the relationships between the inside and the outside, in the continuous search for a potential, albeit precarious, dynamic balance of its system, reference values and meaning. A balance of meaning, specifically in Photography, which “dresses” the object (s) each time portrayed within it with specific meanings. A circus phenomenon test – if we consider the magmatic ocean of meaning that surrounds us – which translates, rather, into momentary and perhaps minimal forms of balance. An equilibrium, however, always unstable, oscillating between the extremes of an equally momentary “truth” apparently unscratchable up to its exact opposite.

Photography, also in this area, reveals itself in all its multiplicity. From an apparently self-sufficient system up to the complete amalgamation and maximum interrelation with other value systems and, therefore, to the potential continuous dissolution of the pre-existing and perhaps rigid system of signification and original values.

Consider, to give another emblematic example and without going very far from the dramatic and tragic contemporary reality, the opposing use – repeatedly also during the war conflict now underway in the heart of Europe – of the same images, loaded, depending on the sending and / or interpreting faction of meanings even diametrically opposed. In a (reciprocal) game of massacre, with no holds barred, within which the content of meaning proposed by a faction is systematically “disassembled”, overturned and returned to the sender with a new “dress”, in an attempt to make , from time to time – and reciprocally – counter information.

In this mirroring, simultaneous, ruthless and cruel role-playing game, the boundaries of meaning of a photographic snapshot can be imagined as those drawings that children have always enjoyed coloring in order to obtain the construct of meaning, not just aesthetic. , from time to time closer to the one desired and / or promised at the start. To the detriment, however obvious, of the truth, admitted and not taken for granted, that one day, at least some of these “truths” will eventually emerge.

Photography is therefore an emblematic case also as a border product, as a reification of those peripheral spaces in contact with otherness.

A peculiarity linked to the difficulty of defining a proper meaning that is not perpetually borrowed from the outside and drawn, therefore, outside oneself. An elsewhere, to which, in an incessant interplay of references, the meaning that the Photography then occasionally conveys, “re-chewed”, from the inside outwards, is referred to. A bidirectional transit of meaning, rather than unidirectional, in reality, which incessantly crosses this door that we know as Photography. An apparently inconsistent and uncritical passage, although it is not such at all. Along and through this critical transit point, as mentioned, the most bloody clashes between the sets of values competing from time to time take place. Conflicts that, from a dynamic-temporal point of view, tend to attenuate in the more “central” and stable areas of the relative system of values and meaning that is momentarily established and / or rooted there. A dominance that, following a new war for control and the attribution of meaning, could, perhaps suddenly, undermine, even violently, a pre-existing set of values, replacing it, in a moment, with another, perhaps ideologically light years away . Up to the next conflict and so on, in a potentially infinite process of semiotic mutation, where the only guarantee is perhaps given by the fact that, plausibly, the central parts of a semiotic system should be, as a rule, potentially more solid and, therefore , less prone to change, including that induced by a more conflictual, violent and, basically, more destructive dialectic. A central identity nucleus, solid and highly representative, for example, of a rooted and shared meaning and value system, at least in theory, should change or tend to yield to a possible attack by an external adverse agent. more slowly and gradually. Although, obviously, as proposed, it is by no means certain that the theorem can hold and hold true always and in any case.

Photography, understood as a border area, therefore embodies the emblem of a highly neuralgic area, also capable of metabolizing and, therefore, accelerating the eventual validation of the stimuli coming from the relative liminal areas, then directing them to the central areas of defense and of more stable and lasting value adjustment.

Photography that, like any border area – although, not infrequently, in an apparently contradictory and even paradoxical way – while, on the one hand, it seems intent on fragmenting the continuity of Time and / or dividing and distinguishing an “inside” from a ” outside ”, in reality, for the other, in some way, however, it tends and attempts to unite them and / or, at least, to connect their relative spheres of value and meaning.

Again, similarly to any border point, Photography, with the systematic and habitual violent occupation of all the visible space available, seems to subordinate everything else. And, in so doing, it seems to increase ambiguity and distances, especially in the liminal and transit area of meaning that it finds itself occupying and presiding over from time to time. In this way – in ways that depend on the relative contexts, as well as on the relative space-time circumstances – Photography tries to manage and contain, in some way, the expansion of this just mentioned limbo of indeterminacy. Trying, as far as possible, even to overcome it or even to dissolve it.

Finally, the border for photography represents a strategic defense also from a formal point of view, as well as from a content point of view. This is because even the absence of a formal “framework”, the lack of an “official” perimeter of reference – however fleeting, unstable and temporary it may possibly be – would inevitably reflect on its “integrity” and, therefore, on its qualities of ‘together. Quality and overall value determined not only by the internal components of an image, but also by the relative boundary and perimeter zones, in a continuous dialectical interchange, not least, as already mentioned above, through the interaction of these liminal zones with its context of external sense. A liminal dimension which, however profoundly weak and indistinct it may appear, nevertheless represents a strategic element of interrelation both between the internal parts that make up the image (form and content), and between that value center and the peripheries of the “body”. changeable and multifaceted of that contemporary Medusa we call Photography.

Rome, July 15, 2022

Gerardo Regnani

LIMEN – PHOTOGRAPHY’S LIMINALITY – LA LIMINALITA’ DELLA FOTOGRAFIAultima modifica: 2022-07-15T00:01:56+02:00da gerardo.regnani
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