Il fotografo che passa, il fotografo che resta

Il fotografo che passa, il fotografo che resta

Segnalo questo post del 4/9/2020 di Michele Smargiassi, dal suo blog “Fotocrazia”.

Mancuso Emiliano - Valerio - 2012 - da Casa Felix

Mancuso Emiliano,Valerio, 2012 (da Casa Felix)
Quanto tempo serve, per l’immersione? Lo chiedo agli amici fotoreporter del lavoro lungo, non a quelli delle hard news.
Lo chiedo agli amici fotoreporter dei “progetti” che quasi senza eccezione, quando vedono la luce, vantano di essere frutto di una lunga immersione nel loro soggetto.
Come per dire: ehi, non sono andato di fretta, scatta e fuggi, ho approfondito, ho vissuto quello che racconto e l’ho fatto a lungo.
Ma quanto a lungo? Quanto tempo devi passare dentro la situazione da cui poi ricaverai un reportage, un libro, un documentario, quanti perché sia abbastanza?
E soprattutto: c’è anche un troppo? Un limite da non superare? E dopo, cosa succede?
Ho trovato un fotografo che si è fatto queste domande.
Di Emiliano Mancuso vi ho già parlato in questo spazio, forse l’ho fatto in modo un po’ troppo formale, da recensione classica del lavoro di una intera vita (la sua, purtroppo, troppo breve: ci ha lasciati due anni fa a soli 47 anni di età), in occasione di una sua mostra, postuma, a Roma.
Torno a parlare di lui perché finalmente è uscito il libro, Una diversa bellezza, che rende quella mostra perenne. Lo ha curato con affetto, la sua abituale competenza e una aggiuntiva forte emozione Renata Ferri. A cui chiedo scusa anticipatamente: no, Renata, non ti ho chiamato per parlare delle cose che sto per dire perché ho preferito avere più domande che risposte: ma sapremo recuperare, ovviamente.
Mancuso lo fece, un lavoro lungo. Voglio dire: più lungo di tutti gli altri suoi. Più “immerso” di tutti gli altri. Il Diario di Felix, che nel libro è una specie di fotoromanzo muto di immagini fisse, ma ebbe la forma compiuta di un film, perché a un certo punto Mancuso si convinse di avere bisogno di qualcosa di continuo, e non di spezzato.
Felix non è una persona, è un posto. Una comunità per minori in difficoltà, ai bordi di Roma. Mancuso la scopre nel 2012 e pensa subito che la frequenterà a lungo. Saranno, alla fine, nove mesi. Di cui terrà un diario di immagini e parole, che nel libro è ampiamente riportato.
A Casa Felix conosce i ragazzi, vive con loro, mangia con loro, li accompagna nelle attività e nelle gite fuori, stringe un rapporto speciale con due di loro, Giuseppe e Valerio.
Ma per venire a quel che volevo dire, ecco: il 5 settembre, Emiliano apre la pagina del diario con una domanda: “Che cosa è il tempo a Felix?”. Si sa, lo sanno gli psicologi, gli operatori, che il tempo in una comunità come quella ha un peso e una densità diversi da quelli della vita comune.
Ma quella domanda in realtà Mancuso la fa a se stesso. Come fotografo o come essere umano? Questa è già una parte del problema. Quando ci riflette, sono già sette mesi che Mancuso frequenta, lavora e di fatto vive a Felix.  “Cos’è che voglio allora dopo sette mesi di riprese fotografiche?”.
Ma ancora di più: cosa sono io, dopo sette mesi passati qui? Sono lo stesso fotografo del primo giorno? Qualcosa è cambiato in me? Nel mio lavoro? Nei mei obiettivi?
“Le abitudini rendono ciechi”, dice, e si obbliga ad ammettere “il rischio di tutti i lavori lunghi: la noia, abbassare la soglia di attenzione, la ripetitività, dare tutto per scontato”.
Ma non solo questo. “Il passare del tempo e il vedere sono legati fra loro in modo inverso”, aggiunge quasi di sfuggita. Più si sta, meno si vede? Ma allora, il lavoro lungo è una trappola per il fotografo: mentre gli offre più comprensione, lo acceca? Quasi una specie di maledizione divina.
Di magico c’è poco. C’è invece un dilemma che non ha una soluzione chiara. Se resto poco tempo, sono un estraneo superficiale. Se resto troppo tempo, divento una parte del soggetto che dovrei raccontare.
Troppo esterno, troppo interno: c’è mai un momento in cui lo sguardo del ricercatore visuale è alla distanza giusta? A che punto si passa la soglia? In quale ora, giorno, mese?
Ovviamente non c’è una risposta scientifica. Ma quella soglia esiste, credo. Sarebbe bello se i fotografi del tempo lungo ci riflettessero sopra e magari mi dicessero se hanno mai avuto la sensazione di averla raggiunta, o superata, o evitata in tempo.
Da quella soglia, dalla paura di averla superata, Mancuso è “turbato”. Comincia a pensare che non riuscirà mai più a fotografare persone che non conosce bene. Si scopre tentato di “ragionare più da psicologo che da narratore”.
È il rischio dell’embedded. Cominciare a ragionare con i criteri della struttura in cui sei inglobato. Ma una struttura non può raccontare se stessa. Non come lo può (lo deve) fare un reporter. Il reporter è un mediatore fra l’evento-situazione e il lettore. Il mediatore deve stare nel mezzo.
Anche quando non si aderisce a una struttura di potere, ma di affetto. Il legame di Mancuso con i ragazzi si fa giorno per giorno più intenso, emotivo, anche doloroso. “V. continua a stare male”, è un ritornello triste del diario.
Mancuso si sente chiamato a fare qualcosa per lenire quel male. Il reporter entra nell’inquadratura: non materialmente, che anzi nel lavoro finito Mancuso non si vede mai. Ma emotivamente.
Il demiurgo, l’artigiano narratore, vorrebbe farsi taumaturgo, il medico salvatore. Uno dei principi del reportage, non intervenire, salta come un tappo di spumante troppo gassato. Da lettore, vedo Mancuso allontanarsi un po’ da me, per essere più vicino ai ragazzi: ma così rischia che il legame fra noi si assottigli.
Se dovessi guardare solo le immagini, avrei forse la sensazione che includano lui ed escludano me. Ma per fortuna c’è il diario, quello scritto. È il diario che mi tiene dentro, implacabilmente, alle immagini, che altrimenti resterebbero separate da un muro di isolamento, come una bolla, o una scena vista dietro una vetrina.
Non so se questo fa piacere ai fotografi, ma questa volta sembra smentito, e ribaltato, il luogo comune, non infondato, per cui le immagini parlano al cuore e le parole al cervello.
Allora capisco che Mancuso ha visto la soglia, e con coraggio l’ha oltrepassata, prendendosene il rischio. Legato alla corda di sicurezza del suo diario scritto. Come Ulisse legato all’albero maestro della nave, per poter ascoltare il canto delle sirene senza esserne travolto.
Lo ha fatto perché ha capito che c’è un’altra soglia, difficile da vedere, che può ribaltare ancora le cose. Può trasformare la noia nella paradossale cecità del veggente.
“Forse ho passato talmente tanto tempo dentro Felix da cominciare a vedere veramente quello che si nasconde dietro, le tracce più profonde delle storie dei ragazzi, quelle che loro nascondono anche a loro stessi”.
Perché se il viaggiatore sa cogliere il nuovo grazia alla sua sorpresa, chi resta a lungo in terre conosciute “piano piano può grattare la superficie e arrivare a capire”.
Il nomade e lo stanziale: è la più antica antropologia del genere umano. Voi, fotografi amici, quale tribù avete scelto?
Il fotografo che passa, il fotografo che restaultima modifica: 2020-09-04T07:00:24+02:00da gerardo.regnani
Reposta per primo quest’articolo

Leave a Reply